Articolo da "Il Manifesto"
del 22 novembre 2005

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Pubblici
legami d'amore e d'amicizia
CHIARA
ZAMBONI
«Quelli
come noi che son venuti su un po' strani» cantava Claudio Lolli in un
disco che ho amato molto. E per questa stranezza, per questo senso di
inquietudine, di essere sempre leggermente fuori posto, e per la
scommessa che di questa stranezza si potesse fare una invenzione
politica, non da sola, ovviamente, ma nell'agire con altre e con altri,
è passata una parte della mia vita. Così mi sento ancora una volta
fuori posto, a disagio rispetto alla piega che ha preso la discussione
sui patti di convivenza. Come ha segnalato Nichi Vendola su la
Repubblica di qualche tempo fa, accanto al matrimonio c'è in Italia una
grande proliferazione di forme di relazioni amorose e di convivenza che
sfuggono al matrimonio: etero, gay, coppie fondate su un semplice patto
di mutua assistenza. Questa molteplicità di forme provoca tutti, laici
e cattolici a interrogarsi su che cosa sia oggi amore, impegno alla
fedeltà, legame tra affetto, sessualità e amicizia. I patti di
convivenza dunque non inventano un fenomeno, ma danno delle garanzie
sacrosante a donne e uomini che incontriamo dappertutto accanto a noi.
Il
mio disagio non riguarda certo la richiesta di garanzie essenziali come
la possibilità di assistere la compagna o il compagno in situazioni di
emergenza, ottenendo licenze dal lavoro di solito permesse solo per i
famigliari, oppure di avere garantita la possibilità di continuare ad
abitare la casa che si viveva in comune, o una certa sicurezza
economica: tutte questioni materiali fondamentali, che toccano la vita
quotidiana di queste coppie. Quello che mi inquieta è che nella
discussione sulle varie proposte di legge in discussione, il metro di
riferimento sia sempre il matrimonio. Sui giornali ho visto tabelle che
a sinistra collocano il matrimonio con i suoi diritti e poi, via via,
da sinistra a destra le proposte di Pacs più vicine al matrimonio
quanto a diritti garantiti. Dove è evidente l'idea suggerita: quelle
più vicine sarebbero, per così dire, più progressiste e coraggiose,
quelle più lontane timorose e un po' oscurantiste. Di modo che l'unica
misura della discussione risulta essere comunque il matrimonio, la
famiglia e i diritti ottenibili dallo stato. Bene, se dovevamo fare
nella nostra vita un percorso così lungo di sperimentazione di forme
diverse di vita - con tutti gli errori, nel senso dell'errare e del
camminare un po' a caso che questo ha comportato -, per ritrovarci poi
col matrimonio come unica misura di valutazione di questa
sperimentazione, penso che il motivo della mia delusione sia evidente.
Non
sto tanto parlando a favore o contro la famiglia, sto suggerendo che
«l'esser venuti su un po' strani» lo abbiamo mostrato in pratiche, in
scelte, in azioni politiche in sintonia con la sfera affettiva
dell'amicizia e dell'amore. Senza separare troppo l'una dall'altro. E
che dare spazio di invenzione a modi di amarsi nuovi e diversi, può
aprire una campo di libertà e di pensiero per le ragazze e i ragazzi
che iniziano ora a orientarsi nelle loro scelte esistenziali.
Forse
sono stata facilitata in questo dall'essere donna, dal fatto che per le
donne della mia generazione ci sono stati diversi percorsi, coinvolti
direttamente o indirettamente nel femminismo, cioè in una vera e
propria rivoluzione nel modo di vivere gli affetti, la sessualità,
l'amicizia, nel modo di pensare i rapporti d'amore con le donne e gli
uomini. Il parlare di erotismo diffuso non sfociava inevitabilmente in
una esperienza sessuale, ma ne apriva la porta a chi voleva
sperimentarla. Erano gli anni in cui Mary Daly, una teologa cattolica,
femminista e lesbica, scriveva in Al di là di Dio Padre che la
contrapposizione tra eterosessuali e omosessuali faceva il gioco del
patriarcato separando le donne tra loro. Il femminismo ha modificato
profondamente il nostro presente, segnandolo in modo irreversibile.
Oggi
ci sono pensatori che si esprimono in modo simile. Gianni Vattimo ad
esempio ha scritto recentemente in La gaia utopia che, di fronte
all'alternativa tra il pragmatismo di quella parte del movimento gay
che chiede più diritti cercando di riprodurre nei rapporti omosessuali
la «normalità» del matrimonio da una parte, e dall'altra l'ansia
rivoluzionaria di trasformare alla radice la società, la sua vocazione
è quella profetica. Nel senso che la vocazione omosessuale, vissuta non
come una faccenda superficiale, implica la messa in discussione di
molte più cose di quante non si creda e non si vorrebbe. Porta ad uno
sguardo di verità.
In
lui, come anche in Michel Foucault, è presente la tensione verso una
apertura creativa di azione e di pensiero, che, pur appoggiando la
questione dei diritti, li mette sullo sfondo. Non ne fa il centro del
discorso. In una intervista del 1984 Foucault invita a non chiudersi
nella difesa di una identità gay: piuttosto ad inventare nuove forme di
vita, di rapporti, di amicizia nella società, nell'arte, nella cultura.
Per un divenire trasformativo: il movimento omosessuale ha bisogno di
trovare una vera e propria arte di vivere. E i passaggi essenziali sono
quelli di mettere al centro un piacere non ossessivamente identificato
con la sessualità e un senso nuovo e sperimentale di amicizia.
Proprio
questo è mancato nel dibattito sui patti di convivenza: un pensiero che
apra ad un senso nuovo dell'amore, visto nella prospettiva più ampia
dell'amicizia. E il fatto che questo amore-amicizia possa prendere più
forme, nelle quali c'è comunque piacere, erotismo, senza escludere, ma
senza identificarlo con la sessualità.
Credo
che in molti che scelgono la via di legami diversi da quello del
matrimonio vi sia il desiderio di altro, la fedeltà profonda ad un
sogno non ancora sognato, che porta a compiere scelte nella propria
vita materiale in un processo non lineare, pieno di svolte e di
ripensamenti. Certo anche per queste diverse forme di convivenza c'è
bisogno di una condivisione pubblica, di modo che il legame intimo, in
cui si è impegnati interiormente, si inscriva nel simbolico. Ma a chi
desideriamo veramente affidare la forza di uno sguardo altro, che ci
rimandi simbolicamente l'esistenza pubblica di tale legame? Pensare di
affidarlo alle istituzioni impersonali dello stato significa evitare
questa domanda. Che è comunque una domanda difficile, perché porta a
chiederci che cosa sia autenticamente spazio pubblico, relazione di
visibilità allo sguardo degli altri, e come e in quali modi sia per noi
necessario, possibile, desiderabile esserci.
(Comunità
Diotima, Università di Verona)
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