Articolo da "La Repubblica " 25 marzo del 2006


Si chiama Bruna, il feritore Giovanni: sono della famiglia calabrese dei Morabito. Lei ha una relazione con un impiegato della questura
"Onore tradito", il fratello le spara
Messina, in fin di vita nipote di un boss: ha avuto un figlio senza sposarsi
La ragazza colpita da quattro pallottole. "Ho aspettato a punirla, non uccido donne incinte"

DAL NOSTRO INVIATO
FRANCESCO VIVIANO
MESSINA - «Ho ucciso mia sorella perché aveva infangato l´onore della nostra famiglia. Si era separata dal marito e aveva fatto un figlio con un altro uomo». Così ieri pomeriggio Giovanni Morabito detto «Ringo», 24 anni, nipote del potente capo della ‘ndrangheta calabrese Pippo Morabito detto «Tiradritto» (arrestato alcuni mesi fa dopo 15 anni di latitanza), ha spiegato ai carabinieri di Reggio Calabria, ai quali si è costituito, perché avesse sparato alla sorella Bruna, 32 anni, 4 colpi di pistola in faccia. Bruna però non è morta. Ieri sera lottava ancora per sopravvivere nell´ospedale di Messina, dove i medici l´hanno sottoposta ad un delicato intervento chirurgico alla testa. Le sue condizioni sono gravissime.
La ragazza, praticante presso uno studio legale, è stata raggiunta dai colpi di revolver sparati dal fratello nell´androne di un edificio di via Cannizzaro, a poca distanza dal Palazzo di Giustizia di Messina: in quel palazzo Bruna Morabito viveva da tempo - presso una famiglia che le aveva affittato una stanza - con il suo bambino, Francesco Maria, nato appena 12 giorni fa dalla relazione che la donna aveva con un dipendente civile della Questura. Una «macchia» per la potentissima famiglia di Africo, una macchia che doveva essere lavata con il sangue. La decisione era stata presa da tempo, ma la punizione è scattata 12 giorni dopo che la donna era diventata madre. Perché, ha detto ai carabinieri «Ringo» Morabito, «le donne incinte non si ammazzano mai».
Quando Morabito, anche lui come gran parte della sua famiglia con precedenti penali, ha compiuto la «missione» che gli era stata affidata, si è allontanato da Messina, ha preso il traghetto ed è tornato a Reggio Calabria dove si è costituito ai carabinieri. Il revolver con cui ha sparato dice di averlo buttato per strada subito dopo avere colpito la sorella. Ma l´arma non è stata ancora trovata.
Il Procuratore della Repubblica di Messina, Luigi Croce, che coordina l´inchiesta, ha affidato a due sostituti ed ai carabinieri il compito di ricostruire la vicenda. Fino a tarda sera sembrava confermata la versione fornita da «Ringo» Morabito. Il giovane ha attuato la vendetta sparando alla sorella, nell´androne dell´edificio dove lei viveva, poco dopo le 14. Non si vedevano da tempo, da quando la «famiglia» l´aveva «ripudiata» dopo avere scoperto che aveva una relazione con l´impiegato della Questura e che era rimasta incinta. Il fratello era andato a trovarla e con una scusa l´aveva invitata ad uscire. Hanno fatto i due piani della scala a piedi e sono stati visti da un uomo che stava salendo. Quando hanno raggiunto il piano terra, davanti al portone Giovanni Morabito ha estratto la pistola ed ha sparato quattro colpi in faccia alla sorella. Poi, convinto di averla uccisa, è andato via.
La donna è stata soccorsa da alcuni passanti che hanno chiamato il 112 ed il 118: dopo pochi minuti sul posto sono intervenuti i carabinieri ed una ambulanza, che ha trasportato Bruna al Policlinico di Messina. Quando gli inquirenti hanno appurato che la donna gravemente ferita era una «Morabito», hanno ipotizzato una vendetta trasversale di qualche famiglia mafiosa contrapposta. Quando poi Giovanni si è presentato ai carabinieri ed ha spiegato l´accaduto si è scoperto che si trattava di un «delitto d´onore». Bruna Morabito era cugina della fidanzata di Enzo Cotroneo, il calciatore del Locri ucciso nella notte tra domenica e lunedì a Bianco e che in qualche modo sarebbe collegato all´inchiesta sull´assassinio di Francesco Fortugno. Ma magistrati e carabinieri escludono che tra il caso Fortugno e il caso Morabito vi possa essere un qualsiasi legame.

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