Articolo da "Il Giornale di Brescia" del 5 febbraio 2005

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Otto racconti al femminile della scrittrice canadese Alice Munro: «minimalismo» e colpi di scena
Donne in fuga, nella rete del destino
Tradite e riscattate dallo scorrere del tempo
Giovanna Capretti
La vita come fuga. Dal dovere o dalle imposizioni sociali, dalle costrizioni della famiglia o da una casa troppo piccola. In cerca di un futuro che si rivela spesso illusorio, vicolo cieco da cui si può tornare solo indietro, secondo un disegno del destino che solo il tempo può rivelare. Otto racconti ma un’unica storia, quella narrata da Alice Munro nell’ultima raccolta «In fuga», nella quale la settantatreenne scrittrice canadese sviscera ancora una volta le tematiche già affrontate nei precedenti «Il sogno di mia madre» (2001) e «Nemico, amico, amante» (2003): quella di donne - mogli, madri, figlie, amanti - sospese nella dimensione della dipendenza (dall’altro, dall’uomo, da un sogno) e tradite dalla vita. Dalla quale, in qualche modo, ottengono però un riscatto: il disvelamento di un senso che, se non è forse un risarcimento, può essere una pacificazione interiore. Basta concedere tempo al tempo. E lungo il tempo si distendono queste brevi storie, sezionate in capitoli esistenziali cuciti insieme dalla memoria che affonda indietro fino agli anni ’50 e ’60 (ma anche al 1927) quando ad una donna era concesso solo sognare un marito che le desse dignità di moglie, quando studiare era un’eccentricità, vivere sole neppure pensabile, e un figlio fuori dal matrimonio una vergogna da nascondere. In questo mondo di benpensanti, nella provincia nordamericana degli abiti buoni per la domenica, dei cottage di villeggiatura e dei borghi persi nella campagna, si muovono la Juliet di «Fatalità», la Grace di «Passione», la Robin di «Scherzi del destino» e la Nancy di «Poteri», inconsapevoli protagoniste delle proprie vite. Non scelgono i loro uomini, si fanno scegliere e condurre per mano dal sogno rosa della felicità promessa dalla passione. Cedono al desiderio di fuga senza essere pronte a prendere in mano il proprio destino, forse per paura, o perché nessuno gliel’ha mai insegnato. Per ritrovarsi, a distanza di tempo e in un mondo in cui l’emancipazione femminile e la rivoluzione sessuale hanno ormai cancellato quei timori e ribaltato quei valori, a fare i conti con il fallimento del loro essere mogli, figlie, madri, amiche. La Munro non giudica, racconta. E lo fa in modo magistrale, lontano dal minimalismo «alla Carver» cui rimandano certe ambientazioni e il tono distaccato della narrazione, lasciando alla storia, con i suoi scarti, i non detti e i colpi di scena, il compito di irretire il lettore. Alla fine, le vicende si ricompongono non come le tessere di un mosaico, ma di un caleidoscopio, nelle mille sfaccettature della medesima storia. La Delphine che in «Rimetti a noi i nostri debiti» crede di aver ritrovato la figlia abbandonata in gioventù è pure la Juliet che in «Silenzio» cerca la figlia che se n’è andata da casa senza lasciar detto nulla. La Carla che «In fuga» progetta di abbandonare il suo uomo, è anche la Penelope che se ne va senza lasciar detto nulla di sè. Per ognuna di loro una svolta drammatica, destinata comunque a lasciare una lacerazione e un vuoto. Che solo il tempo, forse, riuscirà a colmare. Chiusi nella loro grettezza e violenza, o tutt’al più inettitudine, gli uomini restano sullo sfondo di queste storie. Certo, spesso sono loro il motore delle vicende, ma restano prigionieri del loro mondo di fatti, incapaci di penetrare il confine dell’interiorità.
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