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Designer antifemministi? Il New York Times critica chi copre i volti
dal nostro corrispondente
ANNA GUAITA
NEW YORK - E’ più unico che raro che il New York Times tratti di moda fuori dal generoso inserto specializzato che le dedica tutte le domeniche. Che poi ne tratti nelle pagine delle opinioni, con un fondo dal titolo. La semiotica oscura e incerta della moda lascia capire quanto alcune sfilate parigine abbiano disturbato il pubblico e gli esperti qui.
E’ antifemminismo? E’ multiculturalismo portato alle estreme conseguenze? Il dibattito su quelle maschere, su quei cappucci, su quei sudari che coprivano il corpo e i volti delle modelle alle sfilate di Viktor e Rolf, di Dior di Jun Takahashi e di Vivienne Westwood è esploso dirompente. Esperte di storia del costume e di studi femministi si interrogano. Alcune notano che nelle sfilate di Milano e New York, due maestri del gusto, come Miuccia Prada e Marc Jacobs, avevano lanciato l’idea di ”proteggere” la donna, di offrirle vestiti che fossero bozzoli protettivi. Ma la loro lezione è stata travisata, e invece di proteggere la donna a Parigi si è tentato di disumanizzarla.
Non è la prima volta che i designer trasformano le loro modelle in pupazzi perversi. Chi ha dimenticato le donne heroin chic dei primi anni Novanta? Anoressiche e pallide come tossicodipendenti. Ma oggi, con il moltiplicarsi delle pressioni punitive contro la donna, era davvero necessario dare legittimità e glamour a capi di abbigliamento che la maggioranza dell’universo femminile giudica repressivi e umilianti?
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