Articolo da "Il Manifesto" del 17 aprile 2005

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Ricordi di donne oltre l'Atlantico
L'emigrazione rievocata dalle italiane d'America in un saggio di Caterina Romeo, Narrative tra due sponde, e in un'antologia di testi autobiografici sulla rivista «Leggendaria»
MARIA ANTONIETTA SARACINO
Vite che concludono il loro percorso naturale fra l'attenzione del mondo intero e grandi cure, come, di recente, quella del papa, e vite che, al contrario, vengono spente, fra altrettanta attenzione, ma per sottrazione di quelle medesime cure, come nel caso della americana Terri Schiavo. Esistenze tra loro lontane, eppure contigue negli esiti, e in una cosa affiancate: in quel loro spegnersi mute, sospese su un confine il cui epilogo è affidato, nel clamore generale, a racconti altrui. Non sapremo mai quali parole queste due figure avrebbero trovato per dar voce al racconto dell'ultimo tratto delle loro esistenze, ma un fatto sembra certo: l'ansia che la paura della fine porta con sé va esorcizzata attraverso il racconto, se non proprio, altrui. Perché il silenzio spaventa, offende, fa scandalo. Ed è la paura del silenzio, il terrore di non lasciare traccia narrata del proprio essere stati nel mondo, a funzionare da motore per la scrittura autobiografica, genere diffuso in ogni cultura e latitudine, trasversale al gender, alla classe sociale, alla religione. Narrazioni affidate a taccuini e a canzoni, a ricami e a disegni, a fotografie e diari: dettate, tutte, dal bisogno di affidare al medium prescelto, il compito di agire da specchio o testimone, un bisogno tanto più forte quanto più fragili sono le certezze, come da qualche decennio a questa parte va accadendo, in un periodo in cui l'autobiografia vive una straordinaria fioritura, accanto a forme di autorappresentazione più volatili e veloci, come i blog, ad esempio (pare che ogni cinque secondi ne nasca in rete uno nuovo, espressione di un fenomeno che spinge tutti a parlare di sé, a raccontarsi e a raccontare il mondo). E se questo è vero per tutti, tanto più lo sarà per i soggetti «eccentrici», o minoritari, o storicamente ritenuti periferici, prime fra tutte le donne, e in particolare le donne migranti, le cui narrazioni, escluse dalle letterature ufficiali, godono oggi di speciale attenzione da parte di studiose di diverse discipline, che ne valorizzano l'esistenza conferendo a questo genere letterario la visibilità che gli compete. Come nel caso dei memoir e dei racconti autobiografici femminili, scritti da italiane emigrate in America, che già a partire dalla metà dell'Ottocento compaiono in gran numero, dando origine a una ininterrotta produzione letteraria, in lingua inglese, vivissima ancora oggi.
Dell'importanza delle narrative autobiografiche delle italoamericane parla il volume di Caterina Romeo, Narrative tra due sponde. Memoir di italiane d'America (Carocci, pp. 221, euro 20,10), un testo di taglio accademico, che vede la luce come esito di un dottorato di ricerca in Storia delle scritture femminili presso l'università di Roma La Sapienza, ma che si rivela utile per la ricchezza di informazioni che fornisce su un fenomeno sconosciuto ai più, ma che negli Stati Uniti è attualmente molto popolare, e utile, ancor più, perché a questo fenomeno fornisce categorie di riferimento, insieme a una sistematizzazione di tipologie di scrittura e di narrazione. Il volume, infatti, mostra come i memoir delle donne italoamericane si differenzino dalle autobiografie tradizionali, poiché in questi racconti il progetto di recupero della memoria è collocato all'interno di una dimensione collettiva, di gruppo. A partire dal primo di questi scritti, a firma di Blandina Segale (una suora di origine ligure emigrata con la famiglia negli Stati Uniti intorno al 1854 e da lì inviata in Colorado e in New Mexico a occuparsi di questioni sociali), fino ai più recenti, a noi contemporanei, spicca il difficile rapporto di queste autrici con la comunità di appartenenza, fortemente patriarcale: come in Vertigo, di Louise DeSalvo (1996), o in Night Bloom (1998), di Mary Cappello, o in Under the Rose, di Flavia Alaya. Strette tra le tradizioni della terra che si sono lasciate alle spalle e i pregiudizi e le chiusure di quella nella quale sono emigrate, le donne affidano a queste narrazioni la sofferenza per il ruolo che viene loro assegnato dalla comunità: quello di incarnare l'archetipo del quale gli immigrati italiani avevano bisogno, continuando a rappresentare l'immutabile punto di riferimento, una sorta di protezione nei confronti della diversità del mondo che li accoglie, del senso di isolamento fra le due comunità, della difficoltà di cominciare una nuova vita in una lingua straniera.
Queste memorie trovano ampio spazio antologico - quasi una sorta di specchio - nel numero 46-47 della rivista «Leggendaria» intitolato Italiane d'America, come molte delle autrici ospitate amano definirsi, con un crescendo di ritrovato orgoglio delle radici nazionali, che nella prima - e ormai lontana - fase del movimento migratorio erano state volutamente offuscate dalle donne medesime, nel tentativo di facilitare il proprio inserimento nel «Nuovo Mondo». Attraverso le testimonianze di autrici quali Kym Ragusa e Rosette Capotorto, Phyllis Capello e Lorys Lipari (nomi che visibilmente dichiarano l'avvenuto incontro fra questi mondi) scorrono quasi due secoli di fragili equilibri costruiti sulla nostalgia di un passato fatto di tradizioni faticosamente conservate, ma anche sulla curiosità e la forza che - senza deflettere dal progetto iniziale, ma anzi, fungendo da prezioso sostegno - segnano i destini di queste vite: vite, alla lettera, spaesate, che nella scrittura trovano una forma di ordine, di singolare equilibrio. Ma per giungere fino a noi questi testi, che muovono da una lingua nota e amata a un'altra sconosciuta, dalla lingua madre a una lingua matrigna, dapprima aspra e ostile, poi ibridata e infine dominata, devono curiosamente compiere il percorso inverso, ossia venire ritradotti in italiano, in un ritorno non solo simbolico alla lingua materna, per alcune delle autrici ormai dimenticata.
Interessante, infine, l'incontro tra le immagini degli abiti delle emigrate italiane in America e la memoria familiare, che emerge nel saggio di Vittoria Caratozzolo A change of clothes. Italian women immigrants from out-of-fashon to the height of fashion, contenuto nel volume Public Space, Private Lives, a cura di W.Boelhower e Anna Scacchi (VU University Press 2004), tutto dedicato alle forme dell'incontro tra Italia e America. In questo saggio Caratozzolo, studiosa di moda e costume, seguendo le vicende della nonna Caterina, emigrata all'inizio degli anni Venti in America, dove riesce ad aprire una sartoria, racconta il rapporto tra moda e passaggio di identità nella rappresentazione del femminile tra Italia e America, ma soprattutto mostra un altro aspetto della rappresentazione del sé: quello di chi, avendo realizzato il suo progetto di vita, si affida all'occhio della macchina fotografica, davanti a un improbabile fondale, per consegnare il proprio successo a chi verrà dopo.
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