Il Marocco oltre il velo E' nata la «Maison de la femme» di Tangeri
Donne al bivio, tra «sultanato» e cittadinanza
C'è una sala con computer, un asilo, una segreteria, uno «sportello» giuridico per le donne vittime di violenza, alle quali fornisce un avvocato per assisterle e per altri servizi (ginecologia e sostegno psicologico) Un importante aiuto alle donne marocchine senza mezzi per far valere i propri diritti, è un nuovo spazio, in un edificio a due piani ai margini disagiati della periferia, nato grazie a un progetto della Ong italiana Imed
Giuliana Sgrena
Tangeri
Le donne con il velo sono scomparse dai libri di scuola in Marocco, lo ha deciso il re Mohammed VI. Inutile cercare una donna velata anche sui cartelloni pubblicitari di Tangeri. Tanto meno in quelli che pubblicizzano uno degli oggetti di maggior consumo ormai in tutto il mondo: i telefoni cellulari. Anche se non è difficile trovare per strada ragazze velate al telefono con gli ultimi modelli di cellulari. Contraddizione solo apparente. Per molte giovani marocchine anche il velo è una moda, mentre per molte altre è una scelta ideologica.
Sulle pareti dei nuovi grattacieli a pubblicizzare Méditel (la compagnia telefonica) sono uomini, non sempre accattivanti. Soprattutto di fronte a un'immagine le amiche marocchine inorridiscono: un uomo anziano in djellaba con un sorriso tra il bavoso e il voglioso avvisa la moglie che sta per arrivare a casa. Forse si tratta proprio di una provocazione ma le donne sono molto infastidite. Sarà perché nella maggior parte dei casi i matrimoni sono combinati e, poi, quando una moglie non «serve» più se ne sceglie un'altra, manco a dirlo, molto più giovane. Certo è che l'uomo della pubblicità non è quello che suscita particolari attese.
L'immagine maschia
Il Marocco è un paese molto tradizionale ma questa pubblicità fatta di immagini maschili (in abito tradizionale e moderno) e pochissime donne senza velo (mentre la maggioranza delle donne per la strada è velata) rivela molte contraddizioni, per non dire ipocrisia. Risulta inevitabile pensare alle affermazioni della più nota femminista marocchina, Fatima Mernissi, quando, anni fa, scriveva che l'ossessione della taglia 42 in occidente equivaleva a quella del velo in paesi islamici. Un paragone un po' discutibile: se il corpo viene sfruttato sicuramente nel nord del mondo, in paesi che combattono il fondamentalismo, come il Marocco, evidentemente l'esibizione del velo non risulta compatibile con la promozione dell'islam moderato. «Ai nostri tempi il velo era marginale, è diventato centrale dall'inizio degli anni 80 insieme all'affermarsi dell'islam politico, coincide con l'islamismo e finirà con l'islamismo», sostiene Touria Tajeddinet presidente della Casa delle donne di Tangeri.
Comunque, se in Italia si combatte l'immagine della donna anoressica anche con le leggi, legiferare sul velo è molto più complicato, anche se rappresenta il simbolo dell'oppressione della donna. E comunque contro queste leggi si scagliano i movimenti islamisti. Che anche in Marocco sono forti sebbene, dopo l'attentato del 16 maggio del 2003 a Casablanca - 45 vittime - non si sono verificati altri spargimenti di sangue. Ma l'Algeria è vicina e in passato il Marocco è stato il retroterra dello scontro in atto oltre frontiera, mentre ora le spedizioni dei jihadisti sono rivolte più al Medioriente (Iraq, Afghanistan).
Ma il re non ignora il problema e quindi mentre da un lato impone la resivione del codice della famiglia (mudawana) in senso progressista nonostante l'opposizione degli islamisti anche quelli cosiddetti «moderati», dall'altra si impegna a diffondere una interpretazione moderata dell'islam, coinvolgendo anche le donne. Da due anni è stata istituita a Rabat una scuola per la formazione di morchidat (guide, islamiche). Vi hanno partecipato laureate in sharia e le prime 50 diplomate sono state assunte dal ministero per gli affari islamici. Il loro lavoro (per 5.000 dirham, circa 500 euro al mese) è quello di diffondere una visione moderata dell'islam attraverso incontri con le donne nelle moschee, in ospedali, scuole, etc. Si tratta di un esperimento del tutto innovativo nei paesi musulmani, alle donne viene attribuito un nuovo ruolo anche se resta esclusa la possibilità di guidare la preghiera, l'imamat è ancora una esclusiva dei maschi. Una esperienza interessante che non siamo però riuscite ad approfondire perché tutti gli appuntamenti fissati con alcune morchidat sono stati disertati.
I marocchini sono tradizionalisti e anche l'attaccamento alla religione è tale che è meglio non parlare di secolarizzazione e laicità. «Qui il termine laico viene identificato con ateo», mi dicono. Per questo anche le donne che si battono per i loro diritti evitano di scontrarsi con la religione, anzi cercano di recuperare la storia dell'islam a loro favore, facendo emergere il ruolo storico delle musulmane (vedi Sultanes oubliées di Fatima Mernissi).
Le due società
Non c'è dubbio che tuttavia l'affermarsi anche in Marocco di movimenti fondamentalisti radicali, come al Adl wal Ihsan (giustizia e carità), che agiscono ai margini della legalità ma con molta arroganza, rendono la convivenza con chi vede la religione come una pratica individuale, sempre più difficile. «Mai come ora le famiglie sono state lacerate, ci sono fratelli che non si incontrano più nemmeno per le feste principali o in altre occasioni, sono due società che vivono accanto senza toccarsi», spiega Chamseddoha, insegnante universitaria di Tangeri, impegnata nel movimento delle donne. Nello stesso paese coesistono due progetti di società a volte latenti, non esplicitati - come era avvenuto in Algeria - se non nella pratica delle donne, «ma cosa fanno gli intellettuali? e gli stati? Sanno solo parlare di terrorismo ma vogliono veramente una democratizzazione?», si chiede la docente.
Gli stessi progetti del re Mohammed VI per una emancipazione del paese trovano molti ostacoli nel vecchio establishment politico. Il re ha potuto imporre le modifiche al codice della famiglia per il fatto che il monarca è riconosciuto anche «comandante dei credenti», quale discendente del profeta.
Ma nella realtà le donne non sono a conoscenza dei propri diritti e anche se lo sono diventa estremamente difficile affermarli. Molti sono ancora i ricatti, anche economici, per ottenere il divorzio. Spesso la donna divorziata finisce per strada a prostituirsi per poter mantenere i figli e se stessa. Ottenere il divorzio vuol dire avere i soldi per pagare l'avvocato e spesso scontrarsi con testimoni falsi contrattati dal marito. Davanti al tribunale ci sono schiere di aspiranti testimoni a pagamente. Solo recentemente un uomo, testimone a favore della donna che chiedeva il divorzio, dopo essere stato convinto - dietro compenso - dal marito a ritrattare è stato condannato a cinque mesi di carcere per falsa testimonianza.
Le lacrime di Drissia
Un importante aiuto alle donne senza mezzi per far valere i propri diritti è costituito dalla Maison de la femme, nata grazie a un progetto della Ong italiana Imed, che ora si mantiene, con molta difficoltà, grazie ad altri piccoli progetti. Un edificio a due piani alla periferia di Tangeri, al margine di un quartiere disagiato, ospita in poco spazio: una sala con computer, un asilo, una segreteria e lo spazio per uno «sportello» giuridico, che dà consulenza alle donne vittime di violenza, alle quali fornisce un avvocato per assisterle e per altri servizi (ginecologia e sostegno psicologico) si basa su altre strutture. Il giovedì pomeriggio è dedicato al ricevimento delle donne. Prima ancora che arrivi la consulente, Hakima, che si è «prepensionata» per potersi dedicare a questo lavoro volontario, la sala è già piena. Basta guardare il viso di queste donne per intuire tutta la loro sofferenza. Sono donne che arrivano dai quartieri più poveri, disperate, che hanno subito molte violenza prima di decidersi a fare questo passo.
Drissia piange. E' arrivata con un taxi, che aspetta fuori. E' stato l'autista a raccoglierla in lacrime davanti al tribunale e a proporle di farsi assistere dalla Casa della donna. Avvolta nella djellaba blu, con bordini rosa, così come le pantofole, si asciuga le lacrime con il fazzoletto che ha in testa prima di cominciare a parlare. Drissia, 35 anni, è di Fes è venuta a Tangeri con il marito, e due figli, a cercare lavoro. All'inizio ha vissuto in casa del cognato e sua moglie, due estremisti islamici che l'hanno sempre maltrattata perché dicevano che era indiavolata e volevano indurre il marito a ucciderla. Di fronte a botte e minacce una sera Drissia è scappata di casa e il marito l'ha denunciata per abbandono del tetto coniugale, quando era incinta di un terzo figlio. Ora vorrebbe divorziare ma nello stesso tempo ottenere un contributo per il mantenimento dei figli, ma il marito che vive con una donna giovane non ha una residenza fissa e così riesce a sfuggire a ogni dovere.
Un'altra giovane donna si presenta con profondi tagli sul corpo. Ha solo diciotto anni. Il padre, che ha sempre lavorato in Belgio, l'ha sposata ad un parente, voleva disfarsi delle figlie per poter passare tranquillo la sua vecchiaia in Europa con la moglie. Ma l'uomo sposato dalla figlia è impotente e per superare questa sua condizione si droga e ubriaca e quando va a letto comincia a picchiare e ferire la ragazza. Ora lei vuole divorziare, anche perché essendo ancora vergine ha altre buone possibilità di matrimonio. La dote infatti viene calcolata in base alla verginità o meno della sposa. Sul contratto di matriminio viene infatti scritto se la donna è vergine oppure no. Si tratta di una verginità presunta dal fatto che non è mai stata sposata, ma se poi si verifica il contrario, il ripudio è immediato. Per evitarlo, visto che ormai l'età del matrimonio - per mancanza di lavoro e di case - è arrivata in media sui trent'anni, occorre farsi ricostruire l'imene. Questo in Marocco è il nuovo business fiorente per medici plastici.
Naturalmente in tutto questo anche l'uso del velo ha il suo ruolo e non solo quello più classico di oppressione tout court della donna, di cui comunque resta il simbolo. A volte può essere una presunta garanzia di sicurezza o di serietà, oppure la copertura della povertà. O spesso anche una scelta ideologica, sono molti gli islamisti che arruolano giovani donne imponendo loro comportamenti rigidi di cui il velo non è solo la manifestazione esteriore. E' il simbolo da difendere o da combattere.
L'abuso del velo
Belqiss racconta che quindici anni fa, quando era incinta di sua figlia, ha avuto un pauroso incidente di macchina con altre quattro persone, tutte ferite seriamente. Solo lei era rimasta illesa. «Grazie ad Allah», continuavano a dirle. Alla fine anche lei s'era sentita debitrice verso Allah e un po' per convinzione e un po' per superstizione aveva cominciato a portare un velo molto ortodosso, in segno di riconoscenza. Poi, con l'11 settembre, ha cominciato a dubitare di segni religiosi che altri usano per attuare orrendi attentati terroristici. Da allora, dice, di aver cominciato ad abbandonare il ciador a favore di una semplice sciarpa per coprire parte dei capelli. Infine, con l'attentato di Casablanca del 2003, rivendicato da un gruppo islamista, ha regalato tutti i veli che aveva. E ora discute con sua nipote Mounia che invece non lo vuole abbandonare. Dopo aver abbandonata lo scuola prima del diploma ora le viene offerta la possibilità di frequentare un corso per addetti al turismo, ma per farlo dovrebbe abbandonare il velo. Mounia non ha dubbi: non abbandonerà mai il velo. Perché: «E' l'islam». Non sa dire altro. Ci crede veramente? Difficile capirlo. I suoi vicini di casa, in un villaggio dell'interno, sono fondamentalisti e non la lascerebbero in pace. A Tangeri, in casa di parenti, non ha nulla da temere ma appena vede sua cugina sintonizzare la tv su un film egiziano che parla d'amore, anche se le scene di sesso non sono nemmeno immaginabili, lei si avventa contro la tv e la spegne. L'unica concessione televisiva è il predicatore Amr Khaled che attraverso la tv egiziana Ikra affascina tutte le giovani e impone loro «la moda del velo».