Articolo da "Il Manifesto " del 24 dicembre 2006


La papessa e l'eretica, il corpo del dissenso
Per una volta sottratta alle storie di veleni mortali su cui indugiò la letteratura dell'800, Lucrezia Borgia è al centro di un saggio di Gabriella Zarri, che documenta con un manipolo di lettere i pensieri sull'anima della duchessa di Ferrara, fra quotidianità e devozione Allieva di Juan de Valdés, che la introdusse a una nozione della vita religiosa permeata dalle idee di Lutero, Giulia Gonzaga viene ricordata in un libro della storica Camilla Russell, secondo cui le donne ebbero, grazie alla loro margin
Adriano Prosperi

Vivere ai margini non impedisce di partecipare a quello che accade al centro della scena: ma da quella posizione la storia appare ed è vissuta in modo diverso. Le donne nelle culture europee di antico regime erano marginali per definizione, come ha ricordato Nathalie Zemon Davis.Macapire quella condizione partendo da una moderna idea dell'uguaglianza non è facile. Due libri usciti di recente e dedicati l'uno a Lucrezia Borgia l'altro a Giulia Gonzaga, offrono indicazioni utili. Nonera certamente disprezzabile, almeno secondo i criteri oggi vigenti, la posizione di Lucrezia Borgia, una donna che si mosse per tutta la sua vita al centro della scena occupata dai massimi poteri politici del tempo: figlia di un ambizioso e determinato spagnolo di piccola nobiltà diventato papa - don Rodrigo Borgia, papa Alessando VI - ebbe continuamente compiti e funzioni di governo, da quelli sui minori ducati di Spoleto e di Foligno fino a quelli sul ducato estense di Ferrara, per delega dell'ultimo dei suoi sposi, il duca Alfonso I d'Este.Ebbeanche - caso unico nella storia - il compito di governare al posto del papa: nell'estate del 1501 il papa lasciò infatti Roma per sfuggire al caldo estivo e affidò formalmente alla figlia allora ventunenne le chiavi di governo della cancelleria pontificia e della corte papale, col potere di convocare all'occorrenza il senato cardinalizio: una papessa, insomma, quasi come la leggendaria Papessa Giovanna.

All'ombra del padre pontefice
Mala sua fama non è legata né all'esercizio del potere politico né agli aspetti intellettuali del suo rapporto con la società e coi tempi: è legata al corpo e al modo in cui ne disposero gli uomini che ebbero autorità su di lei, dal padre al fratello - Cesare Borgia, il Valentino - agli sposi a cui fu di volta in volta concessa. Le ragioni del corpo furono sostenute nel suo caso da doti di bellezza straordinaria che sedussero tra gli altri anche Pietro Bembo: ne abbiamo un'idea dall'immagine diuna Santa Caterina d'Alessandria dipinta dal Pinturicchio nell'appartamento Borgia in Vaticano. Quel volto e quei lunghi capelli biondi dovevano allietare il padre pontefice, legato a quella figlia da un vincolo così forte da alimentare accuse di incesto. Il suo corpo funzionò come il sigillo di alleanze,comeera normale allora e come fu a lungo normale in seguito nell'economia degli scambi matrimoniali ad ogni livello della società.Ma se il corpo di una donna era merce di scambio, c'era una realtà nella quale la donna godeva di una speciale autorità e di una relativa autonomia: l'anima, quella propria e quella degli altri, insomma la religione. Alla religione di Lucrezia Borgia, sottratta per una volta alle storie di veleni mortali e di illeciti amori su cui indugiò la letteratura dell'Ottocento, è dedicato un libro di Gabriella Zarri (La religione di Lucrezia Borgia, edizioni Roma nel Rinascimento 2006) che documenta con un manipolo di lettere i pensieri sull'anima della nobile duchessa di Ferrara: pensieri di una vita quotidiana tranquilla, raccontata nelle lettere al marito Alfonso I, sempre lontano perché impegnato in guerre. Erano storie di corpi, da quello della duchessa (che descriveva anche se era «andata di corpo» e quanto), a quello dei santi morti di cui visitava le reliquie fino a quello di una «santa viva», suor Lucia Brocadelli: Dio le si comunicava direttamente con visioni e profezie lasciandole impresse le testimonianze fisiche di quella comunicazione, le stimmate. Per lei la duchessa dichiarava di avere «grandissima devozione». Quanto al contenuto dottrinale della religione, era compito di un uomo, il frate domenicano Tommaso Caiani, mandarle periodicamente soggetti di meditazione. Ma lo scenario tranquillo di quella religione femminile doveva rapidamente cambiare. Vennero tempi in cui occuparsi dell'anima divenne il più impegnativo e rischioso dei compiti.ALutero nonmancava il coraggio, ma quando dovette rifiutarsi di obbedire all'imperatore esitò. Ebbene, in Italia non ci fu coraggio virile maggiore di quello dimostrato da Giulia Gonzaga. La vita di questa donna straordinaria è raccontata ora in un bel libro di una giovane storica australiana, Camilla Russell (Giulia Gonzaga and the Religious Controversies of Sixteenth- Century Italy, Brepols publishers, 2006). Anche Giulia era una donna di potere, per discendenza diretta dalla dinastia gonzaghesca e per le abitudini apprese nella splendida corte di Mantova ed esercitate a lungo. Ma era donna e dovette lasciarsi usare ben presto come pegno di alleanze tra famiglie: sposata ad appena tredici anni all'anziano duca Vespasiano Colonna rimase vedova molto presto. Qui si interruppe - a differenza di Lucrezia Borgia - il suo percorso matrimoniale. Giulia nonsi risposò. In un primo tempo rimase a Fondi come signora feudale; in seguito scelsecomedimora il convento femminile di San Francesco a Napoli. Per le vedove il convento era l'unica dimora in grado di garantire la tutela dell'onore agli occhi del mondo. Tanto più nel caso di una donna celebre per la sua bellezza; si pensi che la fama di questa donna giovane e bella era così diffusa che il pirata Khair ed-Din, detto il Barbarossa, organizzò uno sbarco a Fondi con l'intento di rapirla e donarla al sultano. Sfuggita al rapimento, perduti i feudi ereditati dal marito, le rimase il convento. Ma nel corso del processo sulla questione del possesso di quei feudi, la nobildonna incontrò un cavaliere spagnolo riparato a Napoli per sfuggire all'Inquisizione: si chiamava Juan de Valdés. Giulia divenne l'allieva di Valdés che la introdusse a unanozione della vita religiosa permeata dalle idee di Erasmo e di Lutero: se ne ha un documentodi grande suggestione nell'«Alfabeto cristiano», un dialogo dove Valdés la introdussecomeinterlocutrice e allieva per insegnare in che cosa consistesse il fondamento primo della vera religione: un manifesto di una religiosità tutta interiore, che non riconosceva alcuna importanza a pratiche, rituali e devozioni e dove non restava nessuno spazio per il potere ecclesiastico e per le istituzioni tradizionali della Chiesa.

Fra eresia e repressione
Da allieva a maestra: come altre donne dell'epoca, anche Giulia divenne madre spirituale e maestra di uomini ed ebbe con uno di loro, il nobile fiorentino Pietro Carnesecchi, un intenso scambio epistolare che li legò fino alla morte. Morirono a poca distanza di tempo ma in circostanze assai diverse: Giulia a Napoli nel suo letto, Pietro Carnesecchi a Roma sul rogo, il 1 ottobre 1567.Unafine tragica ed eroica chiudeva un trentennio durante il quale, come sapevamo dagli studi di Massimo Firpo, il nostro maggior storico in materia, e come Camilla Russell racconta in pagine appassionanti, si era svolta la vicenda della diffusione e della radicalizzazione in senso ereticale delle idee di Valdés e c'era stata la repressione durissima diretta dal cardinal Carafa, poi papa Paolo IV. Una repressione che aveva stranamente risparmiatononsolo la principale animatrice, Giulia Gonzaga, ma anche le non poche donne che le fecero corona in questo. Perché? e perché con lei e intorno a lei troviamo tante donne protagoniste di circoli di dissenso e di inquieta elaborazione religiosa ? La dominante femminile nei circoli ereticali italiani lasciò le sue tracce anche nell'intensa coloritura affettiva del linguaggio che vi circolava,comeintuì Delio Cantimori. Camilla Russell suggerisce ora l'ipotesi che proprio la condizione marginale permettesse alle donnedi svolgere un'opera di patronage e di proselitismo negata agli uomini e offrisse comunque una barriera protettiva capace di fermare anche la feroce determinazione del fondatore dell'Inquisizione Romana papa Paolo IV. È un'ipotesi che gli storici di ambo i sessi dovranno prendere in considerazione.