Articolo da "Il Manifesto" del 19 febbraio 2004

|
Tel Aviv scopre gli espropri delle «Leonesse»
Donne organizzate contro i «tagli» di Sharon: assediano banche, danno ai poveri alimenti requisiti, chiudono l'acqua ai ricchi
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Le «Leonesse» sono tornate a colpire, in silenzio, puntando con decisione a uno degli organi vitali di un sistema economico che in Israele tiene in scacco centinaia di migliaia di persone: le banche. Ayala Sabag e le sue compagne, tutte dei Katamonim, i rioni più poveri di Gerusalemme dove la fame non è una statistica ma un fattore costante della vita quotidiana, hanno sequestrato il materiale pubblicitario della Jerusalem Bank e della Discount Bank per protestare «contro gli alti tassi di interesse e le commissioni che arricchiscono gli istituti bancari e impoveriscono il popolo». E hanno cercato di entrare nella sede centrale di HaPoalim Bank, presso l'isola pedonale BenYehuda, ma sono state fermate dai guardiani. A guidare queste donne non c'è un movimento organizzato e neppure i laburisti di Shimon Peres e i leader del Meretz (sinistra sionista) che delle lotte operaie e del socialismo oggi hanno solo un vago e lontano ricordo. C'è invece la disperazione, immensa, provocata dalla politica del ministro delle finanze Netanyahu che taglia i sussidi agli israeliani poveri e assegna invece generose quote del bilancio pubblico alla difesa e alla colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. La commissione finanze della Knesset ha approvato martedì stanziamenti per altri 20 milioni di dollari agli insediamenti ebraici (un milione servirà a proteggere la casa comprata nel 1988 dal premier Sharon nel quartiere musulmano della città vecchia di Gerusalemme). E ieri il movimento Peace Now ha confermato che nel 2003 il governo non ha smantellato i 102 avamposti colonici eretti in Cisgiordania, anzi in molti di loro c'è stato un passaggio graduale dalle case prefabbricate agli edifici in muratura. Ayala Sabag e le altre «Leonesse» non hanno una preparazione politica e i Katamonin non sono mai stati una raccoforte della sinistra, al contrario molti degli abitanti fanno il tifo per Sharon. Non denunciano la colonizzazione dei Territori occupati che assorbe enormi risorse del paese. Non ne sono consapevoli. Ma hanno il coraggio di agire e di contrastare la politica economica di Netanyahu e di Sharon, senza paura, in modo molto più aperto e netto dei laburisti che, peraltro, non rinnegano la svolta liberista compiuta anni fa. Persino il quotidiano «pacifista» Haaretz non riesce a comprendere il significato della battaglia avviata dalle «Leonesse», così come non capì subito il valore della lotta di Vicky Knafo che più di un anno fa dalla città isolata di Mitzpeh Ramon arrivò a piedi a Gerusalemme per far sentire la voce della madri-single costrette a fare i conti con i drastici tagli ai sussidi alle famiglie numerose passati da 3.091 shekel (circa 560 Euro) a 1.836 shekel. Prive di un punto di riferimento a sinistra, le «Leonesse» procedono con gesti simbolici e qualche «esproprio proletario». Ad inizio febbraio si sono impossessate di scorte di pane a Beer Sheba (Neghev) e a Gerusalemme e le hanno distribuite nei rioni poveri delle loro citta' in reazione alla decisione del governo di aumentare del 30% il prezzo della farina. Poi hanno rastrellato quanto hanno trovato in alcuni supermercati e lo hanno distribuito ai bisognosi. Qualche giorno dopo hanno brevemente interrotto l'erogazione dell'acqua in due quartieri benestanti - Bet HaKerem e Rehavia - di Gerusalemme «per far provare ai ricchi cosa sentono i poveri quando, per debiti, il municipio chiude i loro rubinetti». Occupati a riferire giorno dopo giorno le promesse di «separazione unilaterale» dai palestinesi fatte da Sharon e le vuote dichiarazioni degli ideologi dell'occupazione dei Territori e della colonizzazione, i media hanno trascurato la protesta di quella parte della società israeliana schiacciata dal peso della recessione, mentre in molte cittadine, dove il deficit pubblico è ormai endemico, i dipendenti comunali non ricevono lo stipendio da mesi; alcuni da oltre un anno e mezzo, vivono di elemosine. Gli ebrei ultra-ortodossi fanno fronte alla povertà grazie ad una rete di solidarietà tra religiosi che almeno assicura un pasto al giorno a bambini e anziani. I laici invece fanno i conti ogni giorno con i prezzi elevati dei generi alimentari. Il resto - cinema, abiti, divertimenti - è un sogno per centinaia di migliaia di israeliani. A Efrat, Maale Adumim, Ariel, Immanuel, Elon Moreh e in tutte le colonie ebraiche (ad eccezione dell'ultra-ortodossa Beitar Elite), lo standard di vita è alto, grazie a incentivi, sussidi governativi e sgravi fiscali a scuole e trasporti quasi sempre gratuiti. Ufficialmente la disoccupazione in Israele è al 10,3% ma secondo fonti indipendenti è al 16%. Lo stipendio medio (lordo) era a settembre di 7.075 shekel (circa 1.250 Euro). A novembre è calato a 6.819 shekel e il 27,8% dei lavoratori israeliani guadagna metà dello stipendio medio (dati dell'Ufficio centrale di statistica).
«Tante famiglie povere non hanno chiesto spiegazioni. Si sono limitate a ritirare i sacchetti. Almeno i loro figli non sono andati a scuola con i morsi della fame. - ha detto Ayala Sabag ricordando la distribuzione del pane alla periferia di Gerusalemme - Nei Katamonim la metà del rione è da tempo senza acqua» perché il municipio infierisce contro i poveri che non pagano la bolletta. «Per questo - ha aggiunto - abbiamo bloccato l'erogazione, per far sentire ai ricchi le nostre sofferenze. Ci aspettiamo che anche chi in Israele sta bene protesti e solidarizzi con noi».
|
|