Articolo da " La Repubblica" del 18 settembre 2007


Quell´oblò di latta che liberò le donne
Mezzo secolo fa le prime lavatrici. Che non piacevano alle femministe
A metà degli anni ´50 in Italia solo tre famiglie su 100 ne avevano una. Si preferivano radio, frigoriferi e tv
Eliminò il rito, e la fatica, del giorno del bucato. Le ultimissime hanno anche il Wi-fi
Nella "Rivoluzione candida" di Enrica Asquer ecco come ci ha cambiato la vita

CARLOTTA MISMETTI CAPUA
ROMA - Non è che siamo del tutto sicuri che gli oggetti abbiano un sesso: però quando gli americani presentarono ai propri clienti questo strano nuovo elettrodomestico che era la lavatrice, nelle réclame la proposero come un oggetto virile: «A good washer is like a good man» (una buona lavatrice è come un bravo uomo), diceva il claim che avrebbe conquistato le casalinghe imperfette e stanche d´America. La lavatrice era quasi il maggiordomo di casa, che si sarebbe fatto carico dei lavori pesanti (e lavare i panni è stato, per le donne, il più pesante dei lavori pesanti).
In Italia invece la lavatrice è sempre stata femmina, fin dal primo modello Candy presentato nel 1946 alla Fiera di Milano e scambiato per una macchina per montare la panna: dal coperchio, di quello che allora era più o meno un bidone di latta, usciva infatti una soffice schiuma bianca: era il sapone di Marsiglia che faceva le bolle.
Da quel momento in poi la lavatrice si femminizza, e quando si trasforma da bidone a scatola con oblò pare quasi una pancia accogliente: tanto che le pubblicità degli anni Sessanta la chiamavano «Signora Candy».
Ma sono tante le questioni, non tanto il sesso, che la lavatrice scatenò al suo debutto nelle case, incastrata tra il lavello e la dispensa. Inventata nel ´45, arriverà in massa solo dopo il frigorifero e la televisione.
Nel 1956 la Società italiana per le ricerche di mercato intervistò 10 milioni di famiglie, e venne fuori che 60 persone su cento avevano una radio, otto su cento un frigorifero, 6 una cucina, 4 un televisore, e solo 3 su cento una lavabiancheria.
Enrica Asquer, giovanissima storica e allieva di Paul Ginsborg, ha appena scritto una storia sociale della lavatrice in Italia («La rivoluzione candida», Carocci editore) dove indaga tutte le conseguenze emotive e industriali, e sociali e femminili, che scaturirono dall´arrivo di questo elettrodomestico che, scrive, liberò le donne.
«Quando frigo e lavatrice arrivano in Italia, nel dopoguerra, era ancora forte il ricordo della fame e il frigo venne privilegiato negli acquisti» racconta. La dice lunga, però, che la televisione sia arrivata nei nostri tinelli prima della lavatrice. Subito tutte le riviste femminili e i Carosello in tv sottolinearono come la lavatrice liberasse le donne, regalando loro tempo per fare altro. Se chiedete, a mo´ di controprova, alle nonne, scoprirete che in tante ricordano la data esatta dell´arrivo della lavatrice in casa. Qualcosa vorrà dire.
La lavatrice eliminò il giorno del bucato, vero rito delle donne del Novecento, che si ritrovavano insieme al fiume, se abitavano in campagna, o al lavatoio comunale, per quelle di città. Scomparve questa giornata di fatica e sapone, di ciacole e intimità. Ancora negli anni Trenta lungo i Navigli di Milano non c´erano i tavoli dei bar, ma tutta una fila ordinata di tavolette ondulate di legno e ceste dei panni, e donne chine a strofinare.
La classe media e popolare invece dopo la Guerra smise di andare al lavatoio comunale, era cambiata l´etica: i panni sporchi si lavavano in famiglia, magari nella vasca da bagno. Nel coro di «Grazie Lavatrice!» le uniche a non celebrare l´avvento furono le femministe dell´Unione delle Donne Italiane, che si impegnarono lungamente in un dibattito «Lavatrice: Sì/No». Sembrava loro un oggetto che teneva le donne nel loro ruolo di Cenerentole del focolare, magari alle prese con dei pulsanti invece che con la lisciviatura. Inoltre l´elettrodomestico era uno strumento, sempre sembrava loro, «di godimento privato, e non uno stimolo alla realizzazione extra domestica del soggetto femminile».
Natalia Aspesi esprimeva (anche lei) i suoi dubbi sull´oblò rivoluzionario, sulla rivista Annabella (siamo nel 1958): tutto il tempo liberato, scriveva la Aspesi, non avrebbe poi portato alle donne che ore libere da passare in palestra a eliminare la cellulite, o lunghe sedute sul lettino dello psicoanalista.
Non sarà stata la lavatrice, ma le cose sono andate più o meno così.