Articolo da " Il Manifesto "
del 1 novembre 2005

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Sulla
scena del corpo, l'indomita domesticità di Kiki Smith
Come
scultrice, attiva sulla scena newyorchese dagli anni Ottanta, ha
lavorato sul corpo delle donne come luogo di accadimenti che infrange
tabù e sovverte arcaiche vergogne. Oggi sembra più orientata a un'arte
«narrativa» per «capire fisicamente come il mondo è costruito»
Un
incontro con l'artista in occasione della sua personale a Roma dal
titolo «On and About», presso la galleria Lorcan O' Neill. Sculture e
disegni dove tornano le sue piccole «girls», ma anche statue e figure
di dimensioni più grandi, a raccontare l'irruzione della politica tra
le pareti di casa
ARIANNA
DI GENOVA
Un'infilata
di stanze poetiche, sospese fra mitologia e fiabesche apparizioni
domestiche. Era questo il percorso «disegnato» da Kiki Smith a Venezia
nelle sale del palazzo della Fondazione Querini Stampalia. Lo spazio
era invaso da un esercito silenzioso di bambine, quasi fatine scese dai
boschi fin dentro alle case, miniature in biscuit, e da altre bronzee
divinità di un quotidiano coniugato al femminile che rimandava
all'intreccio di radici di generazioni antiche, a quel groviglio
emozionale che accompagna l'esistenza di ognuno. Una storia
dell'identità divisa per stanze. L'artista Kiki Smith, tedesca di
nascita ma cresciuta in New Jersey (vive a New York dal 1976) è
approdata a Roma con una personale presso la galleria Lorcan O' Neill,
dal titolo On and About (visitabile fino a metà dicembre), che
comprende sculture e disegni. Qui tornano le sue piccole «girls»,
spiritelli delicati e solitari che sembrano souvenir usciti dalle
soffitte di altri tempi. Non immagini piene, carnali, materne.
Piuttosto, esili esistenze, poste sul confine di uno spazio in un
equilibrio precario. Sedute, sdraiate, in piedi, quelle donnine votive
sembrano appartenere all'universo del sogno, sempre in bilico, poco
simmetriche, figure casuali di un rito da compiersi.
Alle
pareti della galleria romana, ci sono invece le sacerdotesse della
notte, ragazze con gufi e conigli che sfidano lo sguardo e, in una
dimensione di fogli più piccoli, quasi haiku grafici, compaiono alcuni
fragili fiori, colorati con striature del sangue dell'artista stessa.
Kiki Smith, tunica nera, stencil e tatuaggi sulle braccia a decorare la
pelle, che dagli anni Ottanta lavora in qualità di scultrice sul corpo
vissuto come luogo di accadimenti organici, su un «body» femminile che
infrange i tabù (mestruali e escrementizi), oggi sembra convertita a
una figurazione più «malinconica» e meno trasgressiva.
Passa
dai boccioli alle statuine di porcellana e l'evocazione della caducità
dell'esistenza umana è affidata alla leggerezza dei materiali
utilizzati. Non è più tempo per lei di immagini scioccanti, niente
rivoli rossi che escono dalla vagina né corpi nudi «imbrattati» di
umori terreni, profondamente terreni.
Quella
che incontriamo è una donna dal volto comunicativo e simpatico, che ama
parlare in una sorta di flusso joyciano, immergendosi nei propri
pensieri e sgranando i suoi occhi chiari. Cerca qualcosa mentre segue
il filo delle sue parole. Ricorda, mette a fuoco, lascia riaffiorare
cose perdute.
Come
mai la sua arte oggi racconta «storie domestiche»? E soprattutto, lei è
diventata un'artista narrativa?
Per
molte persone la narrativa può trasformarsi in una trappola ma a me
piace l'idea di poter insinuare qualcosa. Io ho cercato di sollecitare
una risposta letteraria a quello spazio veneziano. Il museo era, in
fondo, un luogo profondamente «domestico»: la Fondazione Querini
Stampalia era una casa il cui terzo piano è stato demolito e
ricostruito con mura bianche per farlo diventare un ambiente più adatto
alle esposizioni di arte contemporanea. Allora, entrando, puoi
immaginare che centinaia di anni fa lì esisteva uno spazio domestico
molto attivo. Ci ho scherzato su e pensando al Settecento ho cercato di
trovare riferimenti alla storia coloniale americana ma anche alla
storia decorativa e domestica; ho mescolato rimandi veneziani e
riferimenti coloniali Usa, in una maniera molto ludica, passando di
stanza in stanza. Ho dipinto donne al lavoro casalingo - sono immagini
dell'Ottocento - mi piaceva che tutto venisse fuori come in uno
specchio, come fosse una favola.
Io
passo almeno il 50 per cento del mio tempo immersa nella vita
domestica, lavoro a casa tutto il giorno. Non cucino molto ma sono
interessata alla «domesticità», che ha a che fare con una storia
sociale incredibilmente affascinante. Piuttosto che guardare - come è
avvenuto con il femminismo - alla politica che esce dalla cucina, io ho
voluto procedere all'esatto contrario e ho fatto «entrare» là dentro la
politica. È uno spazio fluido, l'ideologia esce e ritorna e ha effetti
molto rilevanti in entrambe le direzioni che non considero separate.
Per ciò che mi riguarda sono molto interessata, ad esempio, alla storia
dell'arredamento, a come ha cambiato i rapporti tra le persone e
all'invenzione della famiglia. Sei tu che scegli cosa guardare e quello
che cattura la tua immaginazione, non cerco di controllare tutto ciò
che si muove intorno. Mi piace pensare a come le persone vivevano un
tempo e dato che sono un'artista traduco questi pensieri in cose
fisiche, nel tentativo di replicare, riprodurre e poi compiere strane
rivisitazioni. Mi interessa anche capire fisicamente come il mondo è
costruito e questo è possibile solo attraverso la realizzazione, il
«making». Ho frequentato un corso sul Partenone due anni fa e lì ho
fatto tutti quei disegni di donne che tengono animali, che fanno
offerte (quelle esposte a Roma, ndr.). La mia non è mia una
trasposizione letterale ma volevo ricomporre l'idea di offerta, di
processione. Non so spiegare il motivo ma è così! L'arte mi deve
provocare una reazione, un'idea mi prende per un paio di mesi o due
anni, io sono molto soggettiva. So che, in quanto artista, credo a
tutto quello che il cervello mi dice di fare e lo faccio; a volte ci
vuole molto tempo, altre il processo crea ansia, altre ancora bisogna
lasciare scivolare tutto via. Succede che io mi chieda perché ho fatto
una certa cosa, perché proprio in quel modo così strano. Ma so che lo
schema generale è giusto. Per esempio, nel caso delle piccole statuine:
in qualsiasi museo votivo al mondo vedi quella forma in una scala
minima che ha spesso un effetto tremendo. E allora mi dico: «devo
pensare a quella misura». Non mi aspetto che il mio lavoro debba
includere tutto il mio essere, le varie sfaccettature, o anche altre
valvole di sfogo per la mia persona. Preferisco lasciare che le cose
seguano il loro corso naturale.
Ci
sono statue femminili piccole ma anche di dimensioni più grandi...
Non
so, è un po' un gioco, come in quelle sculture in biscuit che
rappresentano una forma figurativa molto interessante. Le sculture da
tavolo in porcellana hanno una misura particolare. Per me è
interessante esplorare tutte le varie rappresentazioni figurative:
questo principio però non è sempre valido, ma in alcuni giorni mi
attrae molto. Ognuna di quelle forme ha caratteristiche uniche. E tutte
hanno storie culturali molto diverse, linguaggi differenti sviluppati
nel tempo. Io non ho mai fatto sculture in piccolo. Quando ero più
giovane lavoravo a misura naturale, poi ho capito che esiste una
integrità e una misura anche in un'altra scala. Non si tratta di misure
del corpo umano ma hanno a che fare con il processo di costruzione
delle statue. Anche la miniatura ha una sua integrità. Aspiro sempre a
vivere esperienze diverse, confrontarmi con forme storiche differenti.
È un modo di imparare, di capire cosa significano per te, cosa succede
se rappresenti qualcuno in un'altezza di cinque piedi o dieci pollici.
Oltretutto, oggi con il computer posso fare una statua di una misura e
poi gonfiarla. La cosa strana è che resta concettualmente e
figurativamente una statua ma è più ampliata. È una nuova esperienza.
In
una precedente intervista lei parlava a proposito del corpo femminile e
rimandava a un senso di vergogna sempre presente. Perché?
È
qualcosa di radicato nella mitologia giudaico-cristiana, risale a Eva e
in particolare è molto interna al cattolicesimo. La vergogna di Eva è
la prima storia femminile che viene raccontata e si intreccia con molti
aspetti del proprio sistema di credenze, quello che siamo chiamati a
rettificare nella nostra quotidianità. Il corpo è una costruzione
sociale ma è anche una un'entità fisiologica che oltretutto muta nel
tempo. Non so cos'era in origine, il corpo è molte cose insieme e i
suoi elementi, proprio come in una persona, si battono per il controllo
fino a arrivare all'affermazione di sé, alla propria presenza.
Suo
padre, Tony Smith, era un famoso scultore minimalista. Cosa le ha
insegnato in merito al fare arte?
Fino
al momento in cui me ne sono andata di casa a diciotto anni, tutto
quello che facevo ruotava intorno a mio padre. Mi ha insegnato a fare
le cose perché voleva che le realizzassi per lui, ma a volte mi dava
anche lezioni di disegno. Sempre per il suo interesse, credo. La cosa
più importante è che mi ha inculcato un particolare rapporto con il
lavoro. Vedevo l'energia che metteva nel suo lavoro, e fino a dove
riusciva a spingersi. Penso di aver ereditato tutto questo, ma posso
anche dire che molte cose che faccio hanno una relazione più segreta
con lui. Sono caratterizzate, hanno come matrice il suo modo di
relazionarsi con la materia. Mio padre collegava insieme le cose sulla
carta; anch'io metto in opera gli stessi tipi di collage, con piccoli
elementi che si trasformano in cose più grandi. È una tecnica, un'idea
che viene da lì. È stata un'influenza fondamentale la sua. La mia casa
era sempre piena di persone affascinanti provenienti dal mondo
dell'arte. Posso dire che mio padre è stato uno splendido maestro nella
mia infanzia. Non come me (ride)... No scherzo, mi piace molto
insegnare!
Cosa
pensa dell'America e dell'amministrazione Bush?
Non
credo affatto che ci sia in corso uno scontro di civiltà. Penso che
quello che sta succedendo negli Usa riguardi soprattutto noi, le nostre
fantasie, conflittualità. Forse, è la stessa cosa che sta avvenendo in
Medioriente, dove sono in corso forti lotte e ridefinizioni. Credo che
le politiche più reazionarie riaffiorino sempre quando i giochi sono
già fatti, prima hanno già operato ma in maniera più subdola. Le
politiche estere di Bush sono state disastrose, anche quelle interne
hanno avuto effetti terribili sull'ambiente, sulle relazioni sociali,
sul welfare.
Ma
la situazione che ci troviamo di fronte non è nuova, nasce come
risultato della nostra storia e del nostro rapporto con il resto del
mondo e finirà per implodere e farci arrivare al collasso oppure
porterà a un cambiamento. E i cambiamenti possono essere di diverso
segno.
Potrei
dire che gli Stati uniti sono stati uno dei più grandi esperimenti
culturali nella storia del mondo. Basti pensare alla recente marcia di
Washington, a cui hanno partecipato milioni di persone. In un discorso,
uno degli oratori ha detto una cosa meravigliosa: ha affermato che i
padri della nostra costituzione erano inondati di creatività. Potrei
dire la medesima cosa di me stessa. In termini di mobilità culturale,
di possibilità, come artista, sono estremamente contenta di essere
cresciuta negli Usa. In questo paese, c'è un enorme influsso di culture
differenti, c'è un intreccio di esistenze di grandi potenzialità. Alla
fine, si è obbligati al compromesso, che sfocia sicuramente in una
perdita culturale. Ma siamo anche di fronte a un'incredibile libertà:
quella di non vivere in una cultura specifica. Per la maggior parte,
l'America è un paese piuttosto tollerante nella vita quotidiana.
Ovviamente lo stesso principio non vale superata la propria frontiera e
se si tiene conto del fatto che gli States sono cresciuti sulla pelle
degli schiavi, sull'annichilimento di altre vite. Non voglio dire che
sia un paese con una storia semplice, però tutto quello che è accaduto
in America va tenuto in considerazione. Come artista, non posso non
riconoscere che mi ha dato enormi possibilità di espressione, mi ha
permesso di entrare in contatto con altre culture, sono stata in
costante dialogo con mille posti del mondo. E poi gli Usa hanno una
massima ricettività per l'arte contemporanea rispetto ad altri paesi. A
parte le armi purtroppo, la cultura probabilmente è la nostra più
grande voce di esportazione.
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