|
intervista «I diritti umani non si scaricano dall'alto come bombe a grappolo»
Linda Chiaramonte
Bologna
L'avvocata iraniana Shirin Ebadi, prima donna musulmana a ricevere il Premio Nobel per la Pace (nel 2003), si batte da più di trent'anni in Iran per la difesa delle libertà pubbliche e dei diritti civili, in particolare delle donne e dei bambini, insieme a un gruppo di avvocati e giuristi che si è spesso trovato in prima linea nella battaglia per la democrazia.
Giorni fa Ebadi era a Bologna, ospite di un convegno internazionale sul tema della libertà. L'avvocata iraniana, che ha ripetuto più volte di credere nella separazione fra Stato e religione, ha affrontato la questione del rapporto fra mondo islamico e diritti umani. L'Islam, ha detto, «è spesso usato come scudo, una scusa dietro cui nascondersi per discriminare. Spesso si tollera un'interpretazione errata della religione, un abuso incompatibile con la democrazia. Per impedirlo bisognerebbe illuminare gli abusi con la conoscenza, renderli trasparenti come vetri per far vedere al mondo le idee che si nascondono dietro. Il Corano è stato rivelato 15 secoli fa, l'intelletto e la conoscenza dei nostri tempi non sono quelli di allora. È impossibile governare il mondo in base alle religioni: bisogna governare sulle regole comuni. Come i governi islamici non devono abusare in nome dell'Islam, i paesi occidentali non devono farlo in nome della democrazia e dei diritti umani, ad esempio invadendo un paese. La democrazia non è un dono da regalare né una merce da esportazione, e i diritti umani non si scaricano dall'alto come bombe a grappolo. Lasciamo che democrazia e diritti umani siano concetti sacri, e lasciamoli ai popoli, non permettiamo a potenti e prepotenti di abusarne». Di recente Ebadi si è unita alle intellettuali e femministe del suo paese protagoniste di una campagna ambiziosa: raccogliere un milione di firme per cambiare le leggi che discriminano le donne nella società, in politica, in famiglia. L'iniziativa è cominciata nell'estate del 2006 e ha dato vita a un ampio movimento. Signora Ebadi, a che punto è la raccolta di firme contro la discriminazione delle donne? Va molto bene, anche se lo Stato cerca di bloccare il movimento. Più di 50 attiviste che raccoglievano firme sono state denunciate: l'accusa è «azione contro la sicurezza nazionale». Quando le ho difese in tribunale ho detto che se una donna non accetta che il marito sposi un'altra, questo non rappresenta certo un pericolo per la nazione, lo stesso vale per le donne che rivendicano pari diritti dei fratelli. Ma il tribunale è sordo a queste considerazioni. Una mia assistita è stata condannata a due anni di carcere, il suo unico reato è rifiutare la bigamia. Nonostante queste difficoltà le donne sono sempre più convinte nell'andare avanti, resistono, credono in quello che stanno facendo. Che forme ha preso il movimento? Il movimento per rivendicare pari diritti per le donne non si è mai fermato in Iran. Le iraniane sono molto istruite, più del 65% degli studenti universitari sono donne. Le firme si raccolgono sul sito (www.we-change.org), chiuso e reso inaccessibile dal governo per ben otto volte, che noi abbiamo sempre riaperto, e si raccolgono anche porta a porta. In questo caso a farlo sono soprattutto studenti. Crede che raggiungerete l'obiettivo del milione di firme? Non vogliamo diffondere il numero di firme raccolte finché non raggiungeremo l'obiettivo del milione, ma non manca molto. Il nostro obiettivo è insegnare i diritti delle donne, per questo organizziamo corsi di formazione sulla legislazione. Abbiamo già formato circa 150 persone che a loro volta ne formeranno altre. L'aspetto significativo della campagna è che i diritti delle donne sono diventati un argomento sociale. Quando l'opinione pubblica parla dell'Iran si concentra sulla mancanza di democrazia, sulla tortura, sull'atomica, ma si dimentica sempre dei diritti negati alle donne. Spesso si crede che i concetti di democrazia e libertà siano creati per gli uomini, poi se qualcosa avanza il resto può passare alle donne. Con questa campagna volevamo focalizzare l'attenzione sulla disparità dei diritti. Un altro aspetto importante di questa campagna è che parte del movimento degli studenti sia confluito in quello delle donne. Abbiamo anche creato un «comitato delle madri» che segue in tribunale gli studenti condannati al carcere. Il comitato è un ponte fra il movimento delle donne e quello studentesco. Sono molti gli uomini a lavorare per la campagna. In questa battaglia abbiamo il loro appoggio perché sono consapevoli che la vittoria delle donne sarà un passaggio verso la democrazia. Che significato assume nel suo paese il concetto di libertà? Purtroppo in Iran la libertà è molto limitata. In politica l'idoneità di un candidato deve essere vagliata e avallata dal Consiglio dei Guardiani. La gente può votare solo fra le persone prescelte. Per pubblicare un libro dobbiamo avere il permesso del governo, lo stesso vale per le sceneggiature dei film e per il teatro. Il prossimo 14 marzo in Iran ci saranno le elezioni legislative, cosa pensa delle migliaia di candidature moderate respinte? Molte sono state bocciate adducendo motivi burocratici, le pratiche non rispettavano le condizioni. È il Consiglio dei Guardiani a decidere se la pratica è idonea, e purtroppo chiunque abbia una minima critica viene rifiutato. Con queste premesse il Parlamento andrà di nuovo nelle mani dei fondamentalisti. Cosa pensa della politica sul nucleare del presidente Ahmadinejad? Teme ritorsioni da parte degli Usa? Bisognerebbe chiedere al presidente se se la sente di mettere in pericolo il paese. Bush ha detto più volte che non scarta nessuna soluzione, neanche quella dell'intervento militare. Il mondo non si fida del governo iraniano. Perché il mondo si possa fidare dell'Iran, occorre che il governo sospenda temporaneamente l'arricchimento dell'uranio e accetti la democrazia. Incontrando il sindaco Cofferati la Ebadi ha proposto, a nome delle donne premio Nobel, di istituire un luogo che ricordi «la vittima ignota» della guerra: in memoria delle tante vittime civili delle guerre, per lo più donne, che non hanno nessun riconoscimento. |
||