Articolo da " Il Manifesto" del 27 aprile 2007


Simboli e libertà pubbliche Le ragazze di Tehran si scoprono: e scoppia la guerra del foulard
Iran, il look che fa scandalo
Operazione di polizia contro le donne «mal velate». E contro mode «occidentali», jeans strappati e capelli «punk». Nel vano tentativo di negare libertà pubbliche ormai entrate nel senso comune

Firouzeh Khosrovani
Tehran
La campagna contro le «malvelate» è cominciata. Come ogni anno, all'inizio della primavera, quando l'aria diventa tiepida e gli abiti si alleggeriscono, a Tehran e nelle altre città dell'Iran si appesantiscono le ammonizioni a rispettare il codice di comportamento islamico. L'annuncio di pesanti ammende punta al look estivo di donne e uomini, in particolare giovani; sono presi di mira i soprabiti trasparenti e attillati, le sciarpe meno larghe, i pantaloni più corti, i jeans strappati che lasciano vedere le ginocchi, i sandali e lo smalto sulle unghie, i pantaloni corti o il gel nei capelli dei ragazzi.
La novità di quest'anno è che la campagna è cominciata con un'operazione di polizia per la «sicurezza pubblica» per le strade, lanciata sabato mattina con molta evidenza. Tre giorni dopo il capo della polizia di Tehran, Mehdi Ahmadi, ha fatto il primo bilancio: i suoi agenti hanno ammonito e impartito lezioni di «morale islamica» a 1,347 donne e ne hanno fermate e portate in commissariato 117. Hanno ammonito anche i gestori di 544 negozi e locali pubblici e ne hanno chiusi una ventina. Gli agenti, uomini e donne, hanno preso a fermare le automobili con donne «malvelate», o con ragazzi e ragazze sospettati di andare in giro per rimorchiare: 47 veicoli sono stati fermati per «abbigliamento inadeguato» del guidatore (o guidatrice), 8 per «offesa alla pubblica moralità», 24 per «inquinamento acustico»: ovvero, perché diffondevano musica (un inquinamento «occidentale»).
Il giro di vite ha già provocato una protesta: a Shiraz, importante città meridionale, dove circa duemila studenti universitari - per lo più uomini - martedì hanno protestato contro una circolare del rettore dell'università, che vietava magliette senza maniche o i capelli «alla punk» perfino nei dormitori. Pare che la protesta abbia ottenuto il suo effetto, la circolare è stata ritirata.
Le campagne contro gli abiti leggeri sono una ricorrenza stagionale; questa volta però sembra più pesante. Un segno è che in questi giorni, durante i controlli sull'abbigliamento, gli agenti hanno cominciato (ricominciato) a chiedere a donne e uomini in compagnia se c'è una relazione familiare tra loro: da parecchi anni a Tehran questo non succedeva più. Segno di un ritorno indietro anche sul piano delle libertà quotidiane?
All'inizio del suo governo, il presidente Mahmoud Ahmadi Nejad aveva detto che non ha nessuna intenzione di intervenire sull'abbigliamento e i comportamenti quotidiani della persone. Ma per i veri sostenitori del suo governo, l'attuale «corruzione morale» è insopportabile. Gli ayatollah di Qom ispiratori del presidente (i più conservatori), e il suo entourage, avvertono con allarme la scomparsa dei valori per cui hanno fatto la rivoluzione. Potrebbe Ahmadinejad mettere a rischio la sua popolarità tra i suoi rigidi sostenitori?
In parlamento, ben 203 deputati hanno addirittura «ringraziato» la polizia per il suo intervento moralizzatore. I conservatori hanno sempre accusato i riformisti per il diffondersi della «patologia» del «cattivo hejab». In effetti gli otto anni di presidenza di Mohammad Khatami hanno portato maggiori aperture sociali e cambiato i costumi quotidiani, compreso l'abbigliamento: foulard inconsueti nei luoghi pubblici, donne e uomini che escono liberamente insieme, concerti, il moltiplicarsi di caffé e locali, il teatro di strada. Cose talmente acquisite che sembra impossibile tornare all'austerità precedente.
Eppure la polizia ci prova. Le forze dell'ordine dicono che è tutto «per il bene delle donne, perché si proteggano da eventuali molestie maschili», e che «d'altronde la maggior parte delle violenze sessuali avvengono nei confronti di ragazze "mal-velate"». La propaganda ufficiale associa l'aumento di microcriminalità con gli appelli inconsci della moda «provocante».
«Per la vostra santa sicurezza, vi arrestiamo e vi mettiamo in prigione», schernisce Nik Ahang e Kowsar, un giornalista dissidente all'estero, e continua: «Secondo un sondaggio della polizia, il 97% delle donne vorrebbe un "hejab" completo e ora la polizia cerca quel 3% che invece non è favorevole...».
La fase successiva di questa campagna riguarda i ragazzi dal look bizzarro, con t-shirt molto strette e pantaloni a vita bassa, catene e altri accessori, tatuaggi e i capelli lunghi o adolescenti con la cresta: tutte dimostrazioni concrete dell'insuccesso dell'educazione religiosa e anti-occidentale impartita nelle scuole. Per i conservatori, è l'intero impianto della moralità rivoluzionaria che vacilla.
Nel primo decennio della rivoluzione, gli uomini non potevano portare maniche corte negli uffici statali, le barbe ben rasate erano mal viste così come le cravatte, un rosario in mano era segno di virtù: per gli impiegati statali questo resta un canone, i più rappresentativi portano la camicia sopra i pantaloni e in ufficio cambiano le scarpe con le ciabatte: è il modello «hezbollahi». All'opposto, la moda iraniana è in pieno fermento e nella Tehran bene (la parte nord della città) nascono nuove tendenze, sia pure tra le pieghe delle regole stabilite dal governo: interessanti modi di annodare il foulard, l'uso di rossetto e lo smalto nero durante il moharam, mese di lutto per i sciiti. Ormai nelle boutiques di Tehran nord i manteaux islamici sono sostituiti con spolverini molto eleganti. Non per nulla, in questi tre giorni la polizia ha sigillato più di venti negozi di abbigliamento.
Vestiti e hejab hanno un valore simbolico. Così, da un lato le donne iraniane rivendicano il diritto di scegliere come vestire - e anche diritto di entrare allo stadio e di fumare il narghilè - ma d'altra parte molte fanno notare che «tuttora in tribunale serve la testimonianza di due donne per pareggiare la testimonianza di un uomo», fa notare la premio Nobel per la pace Shirin Ebadi: per la legge, la donna conta la metà di un uomo.