Articolo da "La Repubblica" del 18 febbraio 2007


Nel 1692 per impiccare tre cittadine di Salem accusate di avere scambi con il Maligno ci si rivolse alla neonata università sulla riva del fiume Charles già riconosciuta come indiscussa autorità. I professori benedissero l´esecuzione Oggi, dopo oltre tre secoli, la scuola più importante del mondo, "l´incubatrice della virilità americana", abbatte il suo antico tabù: Catherine Drew Gilpin Faust è nominata presidente
UNA DONNA AL POTERE VENDICA LE STREGHE
Neanche Franklin Roosevelt riuscì a entrare nel club esclusivo dei Porcellians
In una società ufficialmente senza classi i bostoniani sono soprannominati "bramini"
L´ex rettore disse che solo gli uomini hanno le "qualità intrinseche" per quella carica
Sotto il motto Veritas ne potrebbe campeggiare uno più onesto: Potestas, potere

VITTORIO ZUCCONI
Le prime tre impiccate furono donne. Nessuno, in quel villaggio di puritani chiamato Salem in omaggio a Jerusalem, si era meravigliato quando tre donne, Titùba la schiava nera, Sarah Good e Sarah Osborn, le sue succube e complici, avevano ammesso i propri commerci carnali con il Maligno, nell´anno del Signore 1692. Da oltre due secoli, da quando Papa Innocenzo VIII aveva pubblicato nel 1487 il Malleus Maleficarum, il martello delle streghe, ogni buon cristiano, cattolico o protestante che fosse, sapeva bene che le donne erano portate alle consorterie sataniche. «Essendo che il sesso femminile è preoccupato di faccende della carne, perché è nato da una costola d´uomo e le femmine sono animali imperfetti e corrotti».
Ma i bravi Puritani di Salem volevano essere certi. Per mettersi la coscienza a posto, si rivolsero a dottori indiscussi della legge e della fede e si affidarono a quel seminario-università da pochi anni aperto nella vicina Boston ma già investito da un´aureola di indiscussa autorità: Harvard. E il giudizio estratto dai testi e dalle opinioni dal presidente della neonata Università, il reverendo Increase Mather, e dal figlio, l´altrettanto reverendo Cotton Mather, non lasciarono dubbi. Tutti gli indizi, le manifestazioni, le convulsioni, i cedimenti alla carne di quelle tre donne provavano la loro colpevolezza. La schiava Titùba e Sarah Osborne furono impiccate. Sarah Good, che era incinta, fu incarcerata in attesa del parto. Il neonato morì di freddo in cella. La puerpera fu impiccata. E il primo omicidio di americane uccise nel nome della lotta al demonio, fu consumato con la benedizione dell´Università destinata a divenire la più celebrata e premiata al mondo. Quell´Harvard che ha come motto, nel sigillo araldico, tre sillabe: Ve-ri-tas.
Trecentoquindici anni, quanti ne sono trascorsi dall´impiccagione di quelle donne alla scelta di una donna per guidare Harvard fatta in questi giorni, possono sembrare molti per assistere alla rivincita delle "streghe". Ma per un´istituzione che predata di un secolo e mezzo la nascita degli Stati Uniti d´America e che, come disse forse scherzando un suo noto "alunno" e insegnante, Henry Kissinger, «sicuramente sopravviverà anche alla fine del mondo», sono una fulminea rivoluzione, uno scatto bruciante di sensibilità. Quando ci si crede, e si è, l´ombelico del sapere, del potere e della veritas, ammettere di avere avuto torto nel giudicare le donne può anche richiedere tre secoli. La Chiesa cattolica ne ha impiegati altrettanti per ammettere, con Papa Wojtyla, che in fondo in fondo Galileo non aveva tutti i torti. E la Harvard University è quanto di più vicino a un Vaticano l´America possieda e veneri, per il suo immenso e crescente potere temporale, per la impronta che si allarga sulla società americana.
Con sette presidenti degli Stati Uniti e quarantatré premi Nobel tra i propri cardinali, compresi due italiani, Rubbia e Giacconi, comunque transitati anche loro da Harvard, un poco di spocchia cardinalizia e autoreferenziale è comprensibile. Eppure, sorprendendo anche la scrittrice bostoniana e premio Pulitzer, Ellen Goodman che «mai avrebbe previsto una donna chiamata a guidare Harvard prima di una donna presidente», la storica cinquantanovenne Catherine Drew Gilpin Faust è stata la prescelta come nuovo Papa. Satana, se ne fosse capace, sorriderebbe al pensiero che la prima femmina presidente dell´Università degli ex cacciatori di streghe porti il nome di Faust.
Se non fosse già defunto da centoventi anni, certamente non sarebbe sopravvissuto a questa notizia quel presidente emerito di Harvard e considerato il creatore del suo trionfo nel ventesimo secolo, l´insigne chimico e matematico Charles Eliot, che nel 1869 definì l´insigne istituzione come «la incubatrice della virilità americana» e buttò in scienza le tesi di Innocenzo VIII quando aggiunse che «le donne hanno capacità mentali inferiori agli uomini». Sorpresissima sarebbe rimasta anche la madre della dottoressa Gilpin Faust, che invano aveva spiegato alla figlia, nella Virginia natale, che «questo è un mondo che appartiene agli uomini e prima ti rassegni, figlia mia, meglio è». Né molto meglio si deve sentire il presidente deposto, Lawrence Summer, già ministro del Tesoro nell´amministrazione Clinton, che dannò il proprio regno all´inferno della political correctness con una famosa osservazione sulle donne che non possederebbero «le qualità intrinseche» necessarie per assumere una cattedra ad Harvard. Dove ci sono, proporzionalmente, meno professoresse nelle facoltà di quante signore ci siano nell´amministrazione Bush, non accusabile di sfrenato femminismo.
Tanta spasmodica, ammirata e invidiosa attenzione per la più antica e incomparabilmente più ricca università privata americana, con una "dote" finanziaria di circa trenta miliardi di dollari donati da ex alunni e un costo annuale fra retta e alloggio vicino ai cinquantamila dollari per studente, è ovviamente la conferma della unicità di Harvard non soltanto nel panorama accademico americano, ma nella storia di questa nazione. Se quel nome, Faust, è solo una coincidenza, non lo è il fatto che la nuova presidentessa sia una delle massime specialiste di storia americana. Dunque, è un caso unico di una storica chiamata a fare la storia, e non più soltanto a scrivere di storia.
Sobbalzino pure sulle loro sedie gli studenti delle altre celebri università americane, le consorelle della Ivy League, legate dai rampicanti che ne coprono le facciate e dalla qualità dell´insegnamento e dalla, per noi italiani, sconvolgente disponibilità di mezzi economici (Harvard ha la terza biblioteca nel mondo, dopo la Library of Congress e la British Library). È un fatto che nessuna delle altre grandi, dentro e fuori la "Lega dell´Edera", neppure Yale e Princeton che pure con essa rivaleggiano formando il triangolo detto di "Yarverton", ha il prestigio assoluto dell´università creata, con i propri libri personali e i propri soldi, dall´inglese John Harvard, un religioso laureato a Cambridge ed emigrato in questo terreno sulla riva nord del fiume Charles ribattezzata, comprensibilmente, Cambridge. Anche il Times di Londra, ingoiando l´orgoglio british per le sue Oxford e Cambridge, ha definito Harvard e il vicino Mit, «le due migliori università del mondo».
Sotto il simbolo dei tre libri - tre Bibbie - aperte sulle sillabe di Veritas, potrebbe campeggiare oggi un altro motto latino più onesto: Potestas, potere, perché potere - politico, finanziario, scientifico - è ciò che oggi realmente Harvard vende in cambio dei duecentomila dollari necessari per una laurea quadriennale, più le altre centinaia di migliaia per i livelli superiori di master e di dottorato. I duemila fortunati liceali ammessi a frequentare il primo anno, sono il dieci per cento dei richiedenti, coscienti di essere "la crème de la crème" prodotta dalle scuole superiori, poiché nessun mediocre studente oserebbe neppure tentare la fortuna. E se i meccanismi di accettazione sempre apparentemente meritocratici conoscono purtroppo le solite eccezioni del favoritismo e del familismo, come dimostrano i casi celebri di John Kennedy, di John Kerry e di George Bush, mediocri studenti ammessi a Harvard o a Yale in forza della family connection, i prodotti della antica macchina crimson, cremisi, il colore ufficiale della scuola, prendono titoli di studio nella materia essenziale per avere successo nella vita: la conoscenza di chi guiderà la nazione, il suo governo, le sue aziende, le sue università. La legge del «non è importante che cosa conosci, ma chi conosci» trova a Harvard la propria massima espressione.
«Ad Harvard non diventerai un avvocato migliore», scrisse con la solita punta di invidia malevola un avvocato-scrittore di grande successo, Michael Crichton, «ma conoscerai gli avvocati migliori. O, ancora meglio, incontrerai i futuri clienti più ricchi». In una società ufficialmente senza classi e senza nobiltà ereditaria, le università come Harvard rappresentano quanto di più vicino esista a un meccanismo di cooptazione e di autoriproduzione del potere e delle caste. Non è un caso se i bostoniani di più alto rango sociale, e destinati ad Harvard, sono stati soprannominai "bramini". Chi vi vuole accedere, deve imboccare fin dall´asilo le strade giuste, e con asili privati che ormai chiedono fra i cinque e i diecimila dollari all´anno per i bambini di tre anni, la strada è sbarrata per la maggioranza ancora prima di avere imparato a fare pipì nel vasino.
La popolazione americana nella metà inferiore dei redditi manda appena il dieci per cento degli studenti nelle trenta università top americane (su tremila) mentre il dieci per cento più alto dei redditi copre il settantaquattro per cento degli iscritti. È più facile, relativamente, per un cittadino straniero trovare un posto, soprattutto nei corsi post laurea, di quanto lo sia per un americano nato ad esempio nel Sud, perché la presenza di dottorandi europei, asiatici, africani, mantiene quell´aura di internazionalità che Harvard ricerca e che serve a coltivare il proprio prestigio internazionale. Qui studiarono l´ammiraglio Yamamoto, lo stratega di Pearl Harbor, e il presidente francese Jacques Chirac, e vi tenne lezione Romano Prodi.
Il sentimento di essere coloro che erediteranno l´America, e con essa buona parte del mondo, non ha bisogno di essere coltivato o insegnato, perché dalle finestre dei dormitori o dalle classi la testimonianza di appartenere ai "bramini" della terra è ovunque. Da queste stesse piazze e strade oltre il fiume Charles, che divide Cambridge da Boston, uscirono sette presidenti: John Adams, laureato nel 1775, quando ancora le graduatorie fra gli studenti erano stabilite non in base ai voti ma «attraverso il rango sociale delle loro famiglie»; suo figlio (a proposito di famiglie) John Quincy Adams; Rutheford Hayes; Theodore Roosevelt; suo cugino Franklin Delano Roosevelt; John F. Kennedy (che non riuscì a completare però il master); e George W. Bush. E se per il futuro incombono i rischi di una Yalie, una laureata in legge a Yale come Hillary, o di un prodotto della New York University come Rudy Giuliani, Harvard ha un solido cavallo in gara in Barak Hussein Obama, il primo studente di colore chiamato a dirigere la Harvard Law Review, la rivista di studi di giurisprudenza.
Qualunque sia la corsa, se il traguardo è importante, ci sarà un fantino con la casacca crimson, cremisi, in gara. L´ideologia non conta, conta il potere. Harvardiano è l´ideologo più garrulo della destra neo con, William Kristol, come harvardiano è il ministro della giustizia in carica e sommo giustificazionista delle tecniche di interrogatorio che altrove si chiamerebbero torture, Alberto Gonzales. Ma harvardiano è il capofila della sinistra nel partito democratico, il senatore di New York Charles Schumer, come lo è il verdissimo Ralph Nader. Anche il creatore di un serial televisivo di successo mondiale quale Dr. House, Peter Blake, è laureato ad Harvard. Ci studiò anche Bill Gates, ad Harvard, senza laurearsi.
La scarsità di donne, in un elenco di notabili e di potenti che richiederebbe le pagine gialle, è evidente e ha un´altra conferma nel fatto che soltanto da otto anni, dopo essere stata trattata semplicemente come un annex, un´appendice, l´università femminile di Radcliffe, gemella di campus, è stata finalmente assimilata e parificata ad Harvard. Ma nessuna parificazione, e nessuno sforzo di creare "diversità" di pelle, di cultura e di genere, è riuscita ancora a scardinare la cabala dei porcelli, anzi, per essere corretti e classici, dei Porcellians, il club esclusivamente maschile e aperto soltanto al sangue più blu del potere e della ricchezza, che dal 1791 raccoglie l´essenza migliore, e peggiore, di questa mirabile istituzione del sapere. Tra i Porcellians, che esibiscono nelle loro riunioni riservate distintivi a forma di porcellino all´occhiello, non si entra, si viene chiamati, e persino un futuro presidente come Franklin Roosevelt fu respinto perché giudicato troppo populista. Ne rimase amareggiato per tutta la vita e neppure quattro elezioni consecutive alla presidenza della nazione, record che resterà imbattibile, lo consolò, forse perché il cugino Teddy, invece, ci era riuscito.
Oserà adesso una donna presidente spezzare anche l´ultima incubatrice della "virilità" sopravvissuta nella fabbrica dei Nobel e dei ministri? Sarà sicuramente tentata di farlo, a costo di pestare il codino al demonio. O ai porcelli.