Fai-da-te, nei limiti della regola
Come vivere «normalmente» in carcere
Manuale di sopravvivenza minima Scritto da donne detenute (italiane e straniere) per ridurre la differenza fra «dentro» e «fuori»
Sara Picardo
«Prendi mezzo chilo di riso; metà cipolla e mezzo peperone; olive nere, uva passa, olio e sale. Taglia la cipolla e il peperone in piccole strisce e friggi il tutto. Aggiungi il riso e continua a far cuocere (mescolando sempre) fino a che il riso non assuma un colore dorato. Versa infine due bicchieri di acqua, l’olio, l’uva passa e le olive snocciolate e tagliate a rotelle. Eccoti servito il riso alla colombiana!».
Sembrerebbe una ricetta dettata da una nonna sud americana o una meno sofisticata versione di una prelibatezza erotica del ricettario amoroso di Isabelle Allende, invece è uno dei tanti consigli «Per il gusto» che le detenute della casa circondariale femminile di Rebibbia hanno raccolto insieme alle operatrici dell’associazione «Ora d’aria» nello spazio settimanale del Giornalino, creando un manuale pronto all’uso per ogni evenienza carceraria. Uno spazio di comunicazione tra «dentro» e «fuori», quello del Giornalino, un non luogo di frontiera dove raccontandosi e scrivendo «ci si sente meno sole e dimenticate e, perché no, anche un pochino utili».
«Siamo un gruppo di donne detenute che partecipano al corso del Giornalino e di comune accordo abbiamo deciso di farvi conoscere come si vive dentro il carcere, cosa facciamo per alleggerire le nostre giornate e per sopravvivere meglio. Vogliamo iniziare dandovi delle istruzioni per le diverse ricette di estetica, di cucina e, per che no, di arredamento». Così si legge nell’introduzione di questo prezioso manuale fai-da-te, che vuole parlare a chi sta «fuori» e aiutare chi sta «dentro» a superare meglio l’impatto con la struttura totalizzante del carcere, pensata inizialmente per soli uomini, e che mal si adatta alle esigenze delle donne che vi sono rinchiuse.
Si tratta di un manuale ricco di odori, sapori e immagini, che serve per resistere e sopravvivere «al femminile», sia fisicamente che psicologicamente, alla logica internate dell’istituzione penitenziaria «Le donne, infatti ci racconta Silvia, operatrice di Ora d’aria hanno una modalità di adattamento al carcere completamente diversa dal mondo maschile. A prescindere dalla durata della pena, instaurano un rapporto affettivo con lo spazio e le persone proprio dell’emozionalità femminile. Ne è dimostrazione la cura che applicano nella personalizzazione delle celle in cui vivono».
Il carcere spezza rapporti e abitudini e rende quello che per molte di noi è scontato difficilmente «reperibile». Si instaurano equilibri diversi, si solidarizza e si entra in contatto con persone di altri posti e culture che prima di essere rinchiuse non si conoscevano neppure. Ne escono fuori strani miscugli fatti di creme per il corpo naturali, rimedi per il mal d’udito usati in sud america, maschere per pelli grasse o rimedi per il cattivo odore, perché, come dice Plaza, «Coccolarti, farti delle maschere, serve a far salire l’autostima che quando si entra è bassa per la difficoltà di accettare la situazione».
Soffritti ed erbe aromatiche
Sajta di pollo e rotoli di carne ripiena, empanadas ed insalate in cui alle classiche cipolle si aggiungono esotiche avichuela e misteriose tazze di avejas sono le ricette che si preparano e si scambiano tra le mura silenziose delle celle, che si riempiono all’ora dei pasti di odore di soffritti e spezie aromatiche.
In stanza è impossibile portare lamette o depilatori e spesso non si hanno i soldi per comprarsi la crema depilatoria, soprattutto se si è straniere e senza una famiglia vicino, per questo le detenute, nella sezione «Per il corpo», ci danno la formula per una ceretta a basso costo, fatta con zucchero e limone, insieme ai consigli per la «salute» contro i dolori mestruali e alle supposte di sapone per «andar di corpo», visto che anche alle medicine, nel carcere, a volte è detto «lasciate ogni speranza o voi che entrate»,
E se ti bruci cucinando o preparando qualche rimedio contro stipsi e mal di testa, non ti preoccupare, «mettici sopra un po’ d’olio nuovo e del sale e subito ti passa il bruciore e non ti fa venire le vesciche». Se non hai olio a portata di mano, non temere, puoi sempre usare del dentifricio e in mancanza anche di questo, della colla stick... e va via il dolore.
E quanto sarebbero utili alle nostre adolescenti e alle mamme, affaticate dall’euro e dalle bollette salate, i consigli per pelle secca e brufoli delle sagge carcerate o i quelli per indurire le unghie e far brillare i capelli utilizzando quello che si ha in casa.
Ma adattarsi al carcere non è solo cucinare, che pur ricrea ambienti familiari consueti e ne inventa di nuovi, ma è anche inventarsi uno spazio tutto proprio e personale in un luogo che per sua natura priva di individualità e omologa appiattendo tutto nel grigiore delle sue pareti.
Ottimizzare lo spazio
«Il problema delle celle è quello dello spazio, ottimizzare ciò che abbiamo a disposizione è quello che sta dietro a tutte le nostre creazioni di architetture. Quando entri in una cella non fatta, entri in uno spazio asettico, senti il freddo del carcere. Quando entri in un ambiente già occupato da altri, ti senti di stare in un appartamento piccolino», ci svela Susan. E nella sezione dei «Rimedi» c’è anche quello alla mancanza di mobilio, a cui si sopperisce con pacchetti di sigarette vuoti e un po’ di fantasia, e se ti manca la colla per qualche creazione, beh, basta un po’ d’acqua e farina e tutto si risolve. Si scopre così che i barattoli di pomodori sono buoni, oltre che per far posaceneri, anche come piedi dei cassetti, e che per togliere la ruggine dai vestiti il miglior smacchiante è il succo di limone con sopra un po’ di sale, che alla mancanza di bidet si ovvia con una bottiglia d’acqua e che se, anche non si hanno i soldi e la possibilità, non è detto si debba rinunciare a pentole lucide e tavolette copri water.
Anche se l’ingegnosità non manca alle donne di Rebibbia, la tristezza e la paura della solitudine coglie sempre alla sera, quando le celle si richiudono alle venti e gli ultimi passi delle secondine si disperdono nel silenzio, «si ascoltano chiavistelli, porte che si chiudono e il pianto soffocato di qualche cuore... che duole fino a far ardere gli occhi». A questo serve la scrittura, la poesia «Per la mente» che si legge nelle ultime pagine del libro, quando «arriva un altro giorno ed è ancora tutto uguale» e si sa che «non c’è silenzio più grande della solitudine dell’anima».
Non manca l’ironia però, ad accarezzare furtiva ogni tristezza, e le ragazze del Giornalino ci avvertono, a noi che stiamo «fuori» e da cui non vogliono essere dimenticate, «di stare attente, qualora si volessero sperimentare alcune di queste ricette sul proprio corpo, e ricordarsi che tutte le persone non ristrette possono trovare tranquillamente tutti i prodotti qui descritti già preparati e confezionati sul mercato».
Libertà compresa. Perché dentro, entrano anche persone da fuori, «per darci conforto e per alleggerire le nostre pene, che ti danno anche i panni, perché nel carcere ci sono tante straniere che non hanno nessuno e così loro gli portano i vestiti», ma tutto e sempre «nel limite della regola». Una regola che è dato conoscere solo con l’esperienza e che le nostre autrici-ristrette, in uno slancio di generosità, ci regalano in un unico manualetto, frutto dell’esperienza e della passione per la vita di chi vuol continuare a comunicare con l’esterno anche dal carcere e, dopotutto, nonostante il carcere.