Articolo da "Il Manifesto" del 17 agosto 2005


Tesori d'erbe protetti dalle donne

KARIMA ISD
Anche in Sud Africa la commercializzazione di piante indigene cosce un boom. Ma senza chiare strategie di conservazione si corre il rischio di un eccesso di raccolta tale da impoverire le risorse naturali del paese. Gli stessi abitanti delle città invadono le aree rurali a caccia di piante con proprietà medicinali e nutritive in grado di fronteggiare le patologie legate all'Hiv/Aids. Le erbe e i frutti spontanei sono usati anche per curare diarrea, disturbi della pelle, reumatismi e artriti, malanni vari; oltre a essere una fonte alimentare significativa. Insomma, queste risorse, e le relative conoscenze che sono tramandate oralmente da una generazione all'altra, hanno un'importanza critica per la vita delle popolazioni rurali. Le donne leader tradizionali del modo rurale sudafricano si stanno impegnando per scongiurare il pericolo che tutto si perda a causa di una commercializzazione insostenibile di queste risorse. Ne riferisce il sito www.islamonline.net, nella sezione di informazione dedicata a scienza e salute. Il «Progetto di gestione dei sistemi di conoscenza indigeni» promosso dalle donne leader tradizionali insieme al Centro sudafricano per la ricerca scientifica e industriale (Csir) e a ResourceAfrica, un'associazione protezionista del paese, dovrebbe coniugare i moderni metodi di conservazione con quelli tradizionali. Si tratta di aiutare le comunità rurali a proteggere i loro ricchi sistemi indigeni dall'acquisizione illegale e dalla brevettazione da parte di compagnie occidentali (farmaceutiche o alimentari). La biopirateria è un problema davvero planetario che richiede meccanismi di protezione legale. Al riguardo il governo sudafricano ha di recente introdotto una legge per la biodiversità, in base alla quale le compagnie di bioprospezione (che potremmo chiamare gli spioni delle risorse naturali rapinabili) debbono condividere i benefici con le comunità; è anche prevista l'approvazione di tutte le parti interessate prima che si conceda un permesso di ricerca. Evidentemente il divieto di brevettazione internazionale sarebbe troppo per il governo sudafricano; le leader tradizionali chiedono dunque alle istituzioni che quantomeno la legge sia applicata in modo rigoroso. Esse temono infatti che le compagnie straniere si riversino sulle comunità sudafricane più inesperte; e vorrebbero che la Comunità di sviluppo sudafricana (Sadc) adottasse un approccio uniforme a protezione di tutte le aree, indipendentemente dal livello di coscientizzazione raggiunto.

ue anni fa, lo Csir e le comunità San - Boscimani, Basarla, Khwe - hanno firmato un accordo di condivisione degli utili con il colosso farmaceutico americano Pfizer per l'uso e la commercializzazione sostenibili della pianta Hoodia gordonii; essa contiene il principio P57 che riduce l'appetito. I locali sanno che funziona: utilizzavano la pianta per calmare i morsi della fame da carenza di cibo; agli occidentali e alle classi urbane serve per non buttarsi su un cibo abbondante. Le comunità San, riconosciuta fonte della conoscenza in materia, otterranno il 6 per cento di tutte le royalties se il prodotto sarà un successo. Ma in generale lo sfruttamento illegale di piante medicinali da parte delle compagnie farmaceutiche è proseguito.

Le donne leader tradizionali si stanno dando da fare con l'autorganizzazione locale, ad esempio creando cooperative per la produzione e commercializzazione di cibi e medicine tradizionali, almeno per il mercato nazionale che non ha regole invalicabili in materie di sterilizzazione, imballaggi ecc. A Rhanabe un centro di produzione di cibi tradizionali sta diventando ristorante; ed è stato pubblicato un libro di ricette tradizionali che si vende bene a 30 dollari la copia. Ma le donne sono determinate anche ad aprire farmacie indigene. Il progetto andrà avanti, sfruttando il momento propizio: il crescente interesse da parte di gente delle città e stranieri per cibi e medicine a base di erbe e frutti spontanei.

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