Articolo da "Il Manifesto"
del 28 settembre 2005

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Il
silenzio delle dirigenti
Donne
Ds «garantiste» verso la fede di Fassino e le opinioni vaticane
GIO.
FER.
«La
fede di Piero Fassino resta una questione privata», commentano
monotonamente molte delle donne diessine, chiamate a esprimere un
giudizio sulla dichiarazione di «rafforzata fede religiosa» del proprio
segretario. Il fatto che Fassino abbia ben pensato di violare la
riservatezza sul suo essere credente (cosa della quale finora non ha
mai voluto fare «pubblica manifestazione perché sarebbe stato del tutto
inopportuno e improprio») non crea disagi tra le militanti del
Botteghino. E non crea disagio nemmeno il fatto che tale «rivelazione»
arrivi in tempi politicamente segnati dal fallimento del referendum
sulla procreazione assistita, dal difficile dibattito sul
riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, da una aggressiva
ingerenza della Cei nei più svariati temi di attualità legislativa
(dalle intercettazioni ai Pacs, dalla finanziaria all'omosessualità).
Giovanna Melandri preferisce «non parlarne». Livia Turco risponde quasi
preoccupata «ma no, non sono cose che ho intenzione di commentare».
Anna Finocchiaro è invece proprio arrabbiata: «Ma che domanda...io
direi di lasciare le cose private alla coscienza di ciascuno». L'unica
che si sente imbarazzata è l'onorevole Katia Zanotti, che vive con
«disagio» la dichiarazione di Fassino, ritenendola «inopportuna, visto
che potrebbe essere interpretata sia come una captatio benevolentiae
nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche sia come una consonanza di
valori con l'elettorato di centro. Di questa interpretazione c'è il
rischio». E se le si domanda quali effetti potrebbe avere il «coming
out» del segretario all'interno del partito c'è spazio anche per un po'
di malinconia: «Io non lo so, dentro questo partito si discute di molte
poche cose. In ogni caso sono intenzionata a giudicare i fatti, la
linea della Quercia su come si intende proseguire sulla fecondazione
assistita, in cosa si tradurrà alla fine il dibattito sui Pacs, quali
posizioni si prenderanno in generale relativamente alla laicità e ai
diritti civili. Perché il vero problema è che manca una linea culturale
forte, in grado, cioè, di non esporci alle interferenze della chiesa.
Rispetto al referendum si è assistito ad una sorta di rimozione del
tema».
Anche
la collega Laura Pennacchi è «preoccupata», perché rispetto ai diritti
civili «mi sembra ci sia un grande vuoto, anche perché etica e bioetica
saranno temi che non scompariranno dall'agenda del prossimo governo. Va
ribadito il concetto di laicità della politica, visto che a Siena Ruini
non è intervenuto solo su argomenti `sensibili' per la Cei, ma anche su
cose che non dovrebbero riguardare la chiesa». In ogni caso il
segretario non si tocca: «Ha detto quello che pensa e quando le cose
sono dette sinceramente non sono mai un problema».
Sul
caldo tema dei Pacs, comunque, il teorema di quasi tutte le
intervistate è pertanto questo: avere un segretario credente non
inficia la battaglia sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto
e non fa del rapporto tra laici e cattolici un tema poco importante. E
pur tuttavia non è un peccato ascoltare il parere della chiesa su
argomenti come la famiglia. «Chiunque può esprimere giudizi» - ci
spiega Giovanna Melandri - «ma non è ammissibile che la chiesa
intervenga sull'incostituzionalità di una legge ancora non promulgata
dallo stato. I Pacs sono lo strumento grazie al quale si toglieranno
dei diritti dal sottoscala della giurisprudenza». Ma il pericolo di una
veloce capacità di archiviazione dell'argomento al sorgere dei primi
dissensi all'interno dell'Unione, veloce quanto il silenzio che è
calato sul tema della procreazione assistita, la Melandri non lo
avverte: «E'un'equazione che non mi convince. Il referendum è fallito
anche per una pretesa di onnipotenza del linguaggio scientifico. Sui
Pacs Prodi ha indicato una strada e non credo che retrocederemo».
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