| Baghdad, la metà del cielo L'8 marzo in Occidente non conta più nulla, ma qui è occasione di riscatto e domanda di futuro. Invece arriverà la guerra - già evacuano le ambasciate. Saddam ha chiesto al Consiglio di sicurezza Onu la revoca dell'embargo: i rapporti di Blix e ElBaradei «hanno dimostrato il nostro disarmo». Distrutti altri 6 «Samoud 2» GIULIANA SGRENA «Il nostro obiettivo è quello di assicurare alle donne irachene un livello di conoscenza dell'informatica che permetta loro di acquisire maggiore potere. In questo campo abbiamo registrato un buon successo: l'80% del personale impiegato nel settore informatico statale e privato è femminile, anche a livelli alti, è infatti una donna a dirigere la società statale di informatica», spiega Mithal Sabri, responsabile del settore informatico della Federazione generale delle donne irachene (Gfiw). Tutte le sedi dell'organizzazione, che raccoglie un milione di donne irachene, sono ora collegate da una rete informatica, questo permette uno scambio rapido di informazioni, afferma l'esperta, che si è formata dopo che aveva già terminato gli studi. «Quando io mi sono laureata non si usavano ancora i computer che oggi sono invece diventati indispensabili e il cui uso viene insegnato in tutte le scuole», spiega. E aggiunge: «Oggi i computer offrono una grande possibilità di lavoro per donne che altrimenti sarebbero costrette a fare solo le casalinghe». Per questo l'associazione organizza corsi gratuiti in tutte le città, a Baghdad ce ne sono due, e tra le partecipanti il 40% sono proprio casalinghe. Siccome la situazione economica, soprattutto a causa dell'embargo, è tale che le donne non dispongono di mezzi per comprarsi un computer, la Gfiw ha avviato, in collaborazione con le agenzie dell'Onu - in questo caso con l'Undp -, dei progetti di microcredito. Con questo credito le donne possono comprare un computer, il cui costo va da 150 a 450 dollari, e cominciare a restituire il prestito a rate, dopo un anno dall'acquisto. Naturalmente anche l'importazione di computer è sottoposto al controllo della Commissione Onu dell'«oil for food», così come l'apertura di un sito Internet, che comunque la Federazione delle donne è riuscita a realizzare (www.uruklink.net/women) dopo aver superato molti ostacoli, dice con orgoglio Mithal Sabri. Anche se, facciamo notare, a volte sono proprio le autorità irachene a non facilitare l'accesso a Internet. Mithal, 45 anni ma non li dimostra, sposata, con tre figli, è una donna moderna, come molte altre che abbiamo incontrato al seminario, una realtà che contrasta con quella della strada, dove quasi tutte le donne sono velate, a partire dalle studentesse, visto che il velo è parte integrante della divisa scolastica. Una decina di anni fa invece la maggior parte delle donne che avevamo incontrato a Baghdad erano proprio come Mithal. «Nei momenti difficili si tende a trovare rifugio nella religione e forse con il velo le donne si sentono più vicine a dio», cerca di spiegare la dirigente della Gfiw. Mentre Anisa Shafik Tawfik, responsabile delle relazioni esterne della stessa Federazione, preferisce adottare una posizione più scontata e addossare tutta la colpa all'embargo e all'impoverimento che ha prodotto nella popolazione e soprattutto fra le donne, «l'hidjab (l'abito islamico, ndr) serve a coprire la miseria, così le donne possono evitare di comprare un vestito o di andare dal parrucchiere». Evidentemente le donne non sono uscite indenni dalla campagna di islamizzazione del regime che sta moltiplicando le moschee, rafforzando il rispetto dei precetti religiosi, rendendo labile il limite tra imposizione e libera scelta. Un'inversione di rotta impressa da Saddam Hussein per sostenere le proprie avventure belliciste in contrasto con le origini del partito Baath che al suo arrivo al potere, nel 1968, aveva cercato di promuovere un modello di donna moderna e protagonista dello sviluppo del paese: nel 1969 una donna era diventata ministro dell'educazione. Il diritto all'elezione ottenuto dalle donne irachene nel 1980, aveva garantito una presenza nell'Assemblea nazionale che tuttavia è andata scemando dal 13% del 1985 (32 seggi) all'8% del 2000 (20 seggi). L'accesso all'istruzione garantito ha permesso alle donne di occupare posti di livello superiore nelle scuole, nelle università e nel settore sanitario, dove il 40% dello staff è femminile e molte sono le donne anche tra i medici specialisti. E' una donna, la dottoressa Shema Khedar al Jelad, per esempio, a dirigere il centro specialistico di Thalassemia, che si trova presso l'ospedale pediatrico Ibn al baladi, alla periferia settentrionale di Baghdad. Ora invece, con l'embargo - di cui ancora ieri Saddam Hussein ha chiesto l'eliminazione «totale» perché l'Iraq ha rispettato la risoluzione 1441 -, l'istruzione è diventato un lusso e va garantito prima di tutto ai maschi della famiglia, così il tasso di analfabetismo femminile è passato dal 36% negli anni ottanta al 55% di oggi. E la situazione è destinata a peggiorare se una nuova guerra porterà nuove distruzioni. La continuazione ieri dell'eliminazione di altri sei missili «proibiti» Samoud 2 da parte dell'Iraq - ieri ne sono stati distrutti altri 6, e siamo a 40 - e le relazioni dei capi ispettori Blix e al-Baradei - giudicate «giuste» anche dal giornale iracheno Babel diretto dal figlio di Saddam, Uday - non sembrano infatti in grado di fermare la macchina da guerra messa in campo da Bush e da Blair. L'ambasciatore italiano De Martino è stato richiamato in Italia per consultazioni, partirà oggi e l'ambasciata sarà evacuata, resterà solo personale iracheno. Una guerra provocherà effetti disastrosi su una popolazione già debilitata da 12 anni di embargo, soprattutto sui bambini. A rilanciare l'allarme ieri è stata l'Unicef che sta completando una campagna di vaccinazioni contro il morbillo. Per affrontare la grave situazione di malnutrizione dei bambini l'Unicef prevede la distribuzione di di latte terapeutico e integratori proteici a 63 centri di recupero nutrizionale e a 2.800 centri per l'infanzia. La guerra farebbe precipitare una realtà già drammatica: un bambino su 8 muore prima dei cinque anni, un quarto dei bambini nascono sottopeso, molti prematuramente. In caso di guerra, secondo un documento a uso interno elaborato dall'ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) a New York, si prevede che il 30% dei bambini iracheni con meno di cinque anni - 1.260.000 su 4.200.000 - «saranno in pericolo di morte per denutrizione». Si tratta di «una strage di innocenti» annunciata che l'Unicef, nonostante l'impegno, difficilmente potrà evitare. |
||