Articolo da "La Repubblica" del 13 agosto 2004


Cina, troppe bambine uccise aiuti ai genitori delle femmine

Per fermare la strage dei feti di sesso femminile Pechino offre sgravi fiscali e polizze gratuite

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
FEDERICO RAMPINI
PECHINO - Nell´Ottocento li chiamavano «rami secchi». Furono i protagonisti di alcuni tra i moti sociali più violenti che scossero la Cina: dalla ribellione dello Huaipei durante le carestie del 1850, fino alla guerra dei Boxer. Rami secchi erano i giovani uomini condannati a rimanere senza moglie e senza figli, a causa di una cronica carenza di donne nella società cinese. Erano la conseguenza perversa di un sistema di gerarchie e di valori familiari che privilegiava i maschi e spingeva all´infanticidio delle bambine. Anche la Cina di oggi ha troppi giovani maschi senza moglie, e i suoi dirigenti cominciano ad allarmarsi per i conflitti che potrebbero derivarne. Invertendo per la prima volta da vent´anni la politica di disincentivo della natalità, il governo di Pechino ha deciso di offrire vantaggi economici alle famiglie che hanno figlie.

Il nuovo piano si chiama "Aiuto alle ragazze" e non bada a spese: i genitori con una figlia si vedranno offrire dallo Stato il rimborso delle rette scolastiche, polizze assicurative gratuite fino alla maggiore età della figlia, sconti sull´affitto della casa e agevolazioni nella ricerca di lavoro. Sono incentivi generosi in un paese dove il Welfare è sempre più privatizzato, e i servizi che un tempo erano pubblici e gratuiti (come l´istruzione obbligatoria) ormai pesano sui bilanci delle famiglie. È la conferma che la penuria di donne - o l´eccesso di maschi - è ormai una fonte di preoccupazione per le autorità di Pechino. Il programma "Aiuto alle ragazze" è stato annunciato al quotidiano ufficiale China Daily da Zhang Weiqing, che dirige la Commissione nazionale per la pianificazione demografica, per «creare un ambiente favorevole alle donne, correggere lo squilibrio nelle nascite, e promuovere l´eguaglianza tra i due sessi».

Per molto tempo la Cina è stata il modello di una efficace politica di controllo delle nascite, additata a molti paesi emergenti come esempio da seguire. Alla fine degli anni Settanta, quando il mondo ancora vedeva nella Cina una bomba demografica condannata a veder crescere le bocche da sfamare, Pechino adottò la politica del figlio unico con un successo sorprendente. In poco tempo il controllo sociale autoritario, unito a disincentivi fiscali e assistenziali severi, hanno spinto le giovani coppie ad avere un figlio solo. La "bomba" si è disinnescata da sola, e l´aumento della popolazione cinese è rallentato bruscamente nell´ultimo ventennio. Ma nessuno aveva immaginato le conseguenze collaterali che hanno accompagnato la campagna contro le famiglie numerose.

Se la maggioranza dei cinesi hanno accettato di piegarsi alle direttive sul figlio unico, non hanno abbandonato però credenze e valori antichi sulla "superiorità del maschio": pregiudizi ancestrali ereditati da una società contadina dove le femmine erano considerate meno produttive, ed inoltre con il matrimonio passavano al servizio della famiglia del marito (per assistere e curare i suoceri). Dovendo avere un figlio solo, per molte coppie cinesi è diventato ancora più importante che l´unico erede fosse un maschio. Fin dagli anni Ottanta l´infanticidio delle neonate ha avuto un revival allarmante, spingendo le autorità ad un primo aggiustamento di rotta: per i contadini, così come per le minoranze etniche (in particolare i musulmani), la regola del figlio unico è diventata da tempo più flessibile. Se dal primo parto nasce una femmina, nelle campagne l´autorizzazione a un secondogenito è automatica. Anche questo non è bastato. Perché nel frattempo il boom economico e l´aumento del reddito hanno diffuso in tutta la Cina nuovi strumenti come l´ecografia. Potendo conoscere con certezza il sesso dell´embrione, l´aborto è stato praticato su larga scala per evitare di avere figlie. L´anno scorso Pechino ha messo al bando le ecografie, ma senza risultato. Il divario è ormai vistoso: in base all´ultimo sondaggio demografico (effettuato nel 2000) la Cina ha un rapporto numerico tra i sessi che è di 120 maschi per cento femmine. In certe regioni meridionali come nel Guangdong e nell´isola di Hainan, il rapporto sale fino a 130 ragazzi contro 100 ragazze. Il gap si sta allargando a dismisura visto che all´inizio della campagna del figlio unico il rapporto era quasi normale: nel 1980 si contavano ancora 108 ragazzi per 100 ragazze (il quoziente fisiologico alla nascita sarebbe di 105 per 100).

Di questo passo alla fine del prossimo decennio la Cina avrà dai 30 ai 40 maschi adulti condannati al celibato. In assenza di misure correttive improbabili - come l´immigrazione di massa di giovani donne da nazioni vicine - una simile sovrabbondanza di uomini scatenerà patologie e tensioni sociali. Due sociologi americani, Andrea den Boer e Valerie Hudson, hanno pubblicato di recente un importante saggio su "The security implications of Asia´s surplus male population" che non deve essere passato inosservato nei palazzi del potere a Pechino. I due autori hanno raccolto un´ampia mole di precedenti storici che dimostrano come le società con un eccesso di giovani maschi abbiano regolarmente prodotto più violenza, guerre, rivoluzioni, terrorismo, guerre civili e conflitti sociali di ogni genere. In America quello studio è citato soprattutto da chi prevede in futuro una Cina inevitabilmente aggressiva e militarista. A Pechino devono avervi letto un altro rischio, di instabilità interna. Dietro il piano "Aiuto alle ragazze" si intuisce il timore di allevare una generazione di ragazzi pronti a esplodere.