| Usa, il consiglio del movimento contesta le scelte innovative della direttrice della rivista. E lei si dimette Femministe, serial sulle casalinghe divide due generazioni L’accusa: ha usato una immagine troppo osé La giornalista: una censura. La guru Steinem: programma rivelatore, come «Sex and the city» NEW YORK Chi l’avrebbe mai detto che a decidere il braccio di ferro tra vecchia e nuova generazione di femministe americane, alla fine, sarebbe stato Desperate Housewives? «Casalinghe Disperate », lo show televisivo della Abc, è arrivato dove neppure la pornografia per sole donne, imatrimoni gay e l’aborto tardivo sono riusciti: spaccare in due il movimento, sigillando le dimissioni della direttrice della storica rivista delle femministe Usa Ms. La 47enne Elaine Lafferty, rea confessa di essere troppo «ribelle» e troppo «post-femminista» in un’era di riflussi nostalgici anche per le donne. Al centro della bufera, che dalla prima pagina del New York Observer è rimbalzata nei campus universitari e nei salotti radical-chic del Paese, è la copertina voluta dalla Lafferty per illustrare l’ultimo numero di Ms dedicato alla serie. Un prosperoso busto di donna, coperto da un grembiule con le parole «Casalinghe disperate: lo odiamo oppure segretamente lo amiamo?» e un triangolo di testo in neretto nella zona pubica. L’immagine è stata bocciata come «troppo osé» dall’editore, il gruppo non profit di Arlington Feminist Majority Foundation, che l’ha sostituita con un blando sfondo monocromatico, sovrapposto alla frase originale. «E’ censura bacchettona contro una copertina giudicata provocatoria», tuona la Lafferty, costretta a levare il disturbo. Il vero motivo che ha fatto imbestialire l’editore, si scopre, è la decisione di dedicare tanto spazio a uno show così poco ortodosso, ritenuto «offensivo» e «misogino» dalla «vecchia guardia» delle femministe Usa. Gloria Steinem, 71 anni, direttrice emerita di Ms emostro sacro del movimento, sta con Lafferty: «"Casalinghe disperate" ha dimostrato che possiamo essere sensuali senza venire penalizzate teorizza la guru femminista proprio come Sex and the City» Questa è solo l'ultima di una serie di dispute da quando la Lafferty è stata chiamata a salvare il primo periodico femminista d’America, fondato nel ’71 dalla Steinem ed entrato in crisi negli anni ’90. «L’avvento dell’agenda pro-donne di Clinton ci aveva rese inutili spiega la Steinem nessuno ci leggeva più e abbiamo accumulato 2 milioni di dollari in debiti». Nel 2001, con l’elezione di Bush e la riscossa dei movimenti anti-abortisti, la Feminist Majority Foundation lo preleva e nel 2003 affida alla Lafferty (ex corrispondente di guerra per il settimanale Time, credenziali impeccabili) il compito di rilanciarlo. In un anno la nuova direttrice quadruplica abbonamenti e inserzioni pubblicitarie. «Non vi leggevo più, perché non mi rappresentavate più scrive al giornale Valerie Salembier, editore di Harper’s Bazaarnegli ultimi due anni vi amo di nuovo». Ma il board editoriale di Ms, composto solo da ultrasessantenni, la vede diversamente. E quando l’American Society of Magazine Editors premia l’articolo del Pulitzer Martha Mendoza sull’aborto, protesta. Motivo? Nel reportage sull’aborto tardivo cui è costretta a sottoporsi dopo aver scoperto che il bambino che porta in grembo da 19 settimane è morto, la Mendoza usa sempre il termine «baby» invece che «feto»: un’eresia politicamente scorretta per le femministe, soprattutto in era Bush. E un altro pandemonio scoppia quando, per illustrare il saggio di Bruce Stockler sulla sua esperienza di papà che alleva 4 figli mentre la moglie lavora, la Lafferty sceglie un’immagine che suggerisce un rovesciamento degli odiosi stereotipi di sottomissione. Nell’ennesima riunione d’emergenza organizzata dalla Feminist Majority Foundation, l’unica che la difende è la Steinem. Le sue ore appaiono contate. «Volevo solo riportare la rivista alle origini, quando non si controllava la tessera alla porta, perché non credo nei dogmi e nell’esclusione si lamenta la Lafferty . Pensavo che potevamo essere di nuovo un giornale che invita le donne a parlare della propria vita. Mi sono sbagliata». Alessandra Farkas |
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