Articolo da "Il Corriere della Sera" del 12 gennaio 2004
Angherie, ricatti, emarginazione. Gli esperti: le ragazze iniziano alle elementari a imitare i cattivi compagni. I presidi: spesso si creano grandi sofferenze
Bulle in classe, quando la violenza è al femminile

L’allarme: sono prepotenti e aggressive, molto più dei maschi. I professori: fenomeno in aumento, difficile da riconoscere

Sono prepotenti, non accettano regole, allontanano chi è diverso da loro, hanno sete di potere e guai a chi non sta dalla loro parte. Proprio come i loro compagni maschi. «Bulle» a scuola. Alle elementari e alle medie, in competizione tra loro e all’inseguimento del «modello vincente», quello maschile. Anzi, sono ancora più aggressive e spietate. Episodi di soprusi, piccoli furti, emarginazioni. Fino a causare, in alcuni casi, un disagio profondo, ai limiti della sofferenza.

Iniziano a 9-10 anni, pronte a imitare i loro compagni con ricatti, prese in giro, a volte alzando anche le mani. «Anche se quello femminile - spiega la psicologa Silvia Vegetti Finzi - è un bullismo più psicologico rispetto al modello maschile. È come il gioco della torre: bisogna cacciare dal gruppo un capro espiatorio. È un sistema di relazioni aggressive, molto violente e che lasciano quelli che io chiamo "i lividi dell’anima": sono più difficili da mandare via dei lividi veri».

Anche perché, precisa la psicologa, spesso nella vittima delle bulle scatta un processo di autodenigrazione. «Chi è rifiutato - continua Silvia Vegetti Finzi - si accanisce nel voler entrare in quel gruppo e non rivela a nessuno i suoi problemi. Per questo è così difficile individuare il bullismo al femminile».

Ne sanno qualcosa i presidi delle scuole: «I maschi - afferma Chiara Bonetti, a capo dell’istituto comprensivo Cadorna di via Dolci - hanno atteggiamenti macroscopici che gli insegnanti riescono subito a individuare e arginare. Con le bambine è più difficile». Cominciano in quarta- quinta elementare, una leader sceglie i componenti del gruppo che si ritrova in classe e, di pomeriggio, nei cortili, visto che gli studenti abitano nello stesso quartiere.

«A volte - continua la preside Bonetti - si creano situazioni di profonda sofferenza: la ragazzina emarginata inizia a rifiutare la scuola, si finge malata, non parla. Spesso sono i genitori a segnalarcelo, accusandoci di non aver colto certi segnali. A quel punto cerchiamo di intervenire con l’aiuto delle famiglie, magari chiedendo un supporto psicologico esterno».

Circa il 40 per cento degli iscritti alle elementari dichiara di aver subito qualche angheria. E alle medie la situazione peggiora. Tra gli adolescenti un bullo su sei è femmina. «All’intervallo è come vedere l’ape regina con il suo seguito - sospira Antonella Natasi, insegnante di inglese alla media Marconi di Cologno Monzese - : si atteggiano a donne arrivate, circuiscono i compagni di entrambi i sessi. Le bulle stanno diventando un problema grave: con i maschi basta una sgridata per ridefinire i ruoli, mentre le ragazze covano rancore e sono ambigue».

Questione di emulazione: «Le ragazze crescono prima - commenta Romano Mercuri, preside della scuola media di viale Brianza - e magari c’è qualcuna che frequenta i più grandi, quelli del liceo, ed emargina chi è ancora una bambina. Se capitano episodi del genere, la scuola interviene spiegando agli studenti che le relazioni vanne mantenute fra tutti i componenti della classe. La cosa più inquietante? Il fatto che alcuni genitori non si accorgano della prepotenza dei loro figli. Sempre il solito problema: ragazzi abbandonati a loro stessi e famiglie assenti».

Allora come difendersi dal bullismo? «È meglio non limitarsi all’amicizia con la compagna di banco, al gruppetto nato a scuola - consiglia Silvia Vegetti Finzi -: meglio avere rapporti vari, nati in gruppi sportivi, tra boy scout, in un coro. Insomma, fare attività che permettano d’avere tante appartenenze spezzando così la dipendenza dalle bulle».


Annachiara Sacchi