Articolo da "Il Manifesto" del 11 aprile 2008




Il coraggio visionario di essere se stessa
Sulla scia dell'attenzione con cui in Francia, diversamente che da noi, si è celebrato il centenario della nascita del Castoro, Gallimard ha pubblicato i «Cahiers de Jeunesse» finora inediti e un ritratto scritto dalla figlia adottiva, Sylvie Le Bon de Beauvoir, insieme a Jacques Deguy. Pagine in presa diretta dalla Parigi anni '20 e una utile introduzione al pensiero di Simone

Valeria Gennero
Figura votata allo scandalo, frigida, ninfomane, manipolatrice. Notre Dame de Sartre. Troppo femminista per molti, addirittura misogina per alcune. Le critiche mosse al pensiero di Simone de Beauvoir hanno spesso preso la forma di un attacco ad personam. Fu certo così nel 1949, quando Il secondo sesso venne pubblicato in Francia diventando immediatamente un caso editoriale, con migliaia di copie vendute in poche settimane nonostante il boicottaggio di numerosi librai. François Mauriac si lasciò andare a osservazioni feroci sulla vagina della scrittrice in una lettera a un collaboratore della rivista «Les temps modernes» (che aveva pubblicato in anteprima alcuni capitoli) e in una recensione scrisse che il libro «raggiungeva i limiti dell'abiezione», invitando - inutilmente - i lettori a tenersi lontani da simili esempi di pornografia.
Oggi le cose sono, in parte, cambiate, anche se lo scorso mese di gennaio, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita della scrittrice, le scarse attenzioni dedicate alla ricorrenza dalla stampa italiana hanno per lo più scelto di fare riferimento, oltre che al rapporto con Sartre, al suo «lato B» e alla sua tempestosa vita sentimentale. Ampio risalto ha infatti ricevuto una foto di Art Shay del 1952 che la ritrae nuda, di schiena, in una stanza di Chicago. Shay era un amico di Nelson Algren, lo scrittore americano con cui de Beauvoir ebbe nel dopoguerra una appassionata relazione, fonte di tormenti a cui alcuni amano imputare la furia astiosa che la portò a scrivere in poco più di due anni le quasi mille pagine del Secondo sesso.

Una meditata rivalutazione
Simone la fragile. Simone la vendicativa. Se la tendenza a leggere il contributo intellettuale delle donne alla luce dell'avvenenza e delle frequentazioni maschili è dura a morire, è però innegabile che da almeno un decennio le pagine rigorose e appassionate del Secondo sesso siano al centro di una meritata rivalutazione. Prima negli Stati Uniti e poi in Europa il saggio è stato riconosciuto, dopo un lungo oblio, come una delle analisi più complesse e approfondite dedicate alla «realtà femminile» nel corso del '900. In Francia il centenario è stato accolto da una attenzione mediatica martellante, fatta di iniziative editoriali, televisive e cinematografiche, installazioni artistiche, dossier e approfondimenti sulle riviste più prestigiose. Dopo due biografie e la riedizione di un saggio del 1948 titolato L'esistenzialismo e la saggezza delle nazioni, usciti a gennaio, il mese scorso Gallimard ha pubblicato un quarto volume, Cahiers de Jeunesse 1926-1930 (2008, 29 euro), raccolta dei diari, finora inediti, che Simone de Beauvoir scrisse tra i diciotto e ventidue anni. Si tratta di un resoconto in presa diretta delle giornate da studente nella Parigi degli anni '20, senza i filtri e la distanza delle ricostruzioni autobiografiche successive. Le ore di studio e le lunghe discussioni con Merleau-Ponty, l'amico più caro, si alternano alle serate al cinema per assistere, con analoga, insaziabile curiosità, tanto alla proiezione di un film di Man Ray come a quelle di modeste pellicole d'avventura; e poi, ancora, i pomeriggi domenicali a casa di Jean-Paul Sartre ad ascoltare i dischi di Sophie Tucker, la regina del ragtime. Il panorama culturale è tratteggiato con una spontaneità accattivante ed è suggestivo ripercorrere la lunga, dettagliata lista di opere filosofiche e letterarie filtrate da una lettrice tanto entusiasta.
Tuttavia, è soprattutto nello sviluppo di una riflessione sempre attenta alle dinamiche di costruzione del sé che le pagine di de Beauvoir rivelano la determinazione radicale ad accogliere quella che lei definisce «la grande avventura di essere me stessa»; in primo piano c'è lo sforzo consapevole per conquistare il diritto a dire «io», a parlare con la propria voce e non con quella dei genitori, della classe sociale a cui appartiene, dell'epoca in cui vive.
Per Castor, soprannome che riceve in questi anni e che conserverà per tutta la vita, crescere vuole dire liberarsi dall'impostura dell'io fittizio ereditato e scegliere. Vuole dire riconoscere la necessità della decisione, sempre onerosa, che porta a individuare e seguire i propri desideri e valori, decisione che è al centro di queste pagine esuberanti, in cui prende forma la «certezza di una vocazione» al pensiero e alla libertà, come osserva nell'introduzione la figlia adottiva, Sylvie Le Bon de Beauvoir, curatrice del volume e inoltre autrice, insieme a Jacques Deguy, di Simone De Beauvoir. Écrire la liberté (Gallimard 2008, euro 12,50), un ritratto di Castor che, pur cedendo talvolta alle tentazioni dell'agiografia, ha il pregio di fornire un'agile introduzione al suo percorso artistico e intellettuale, corredata da una grande varietà di immagini raccolte. Il volume si conclude citando una famosa frase di Elisabeth Badinter, che alla morte di de Beauvoir nel 1986 scrisse: «Donne, le dovete tutto». L'affermazione non sorprende: Badinter, prestigiosa studiosa del pensiero illuminista, si è sempre considerata una figlia simbolica di de Beauvoir e in una intervista recente ha ribadito di essere ancora convinta delle potenzialità politiche e filosofiche della tesi culturalista implicita nella frase più nota del Secondo sesso (e forse dell'intera teoria femminista del '900): «Donna non si nasce, lo si diventa». Più sorprendente è invece il fatto che sia Julia Kristeva - pensatrice vicina a quel femminismo della differenza spesso, anche pretestuosamente, contrapposto alle idee di de Beauvoir - a ricordarci oggi come Il secondo sesso sia il libro che ha inaugurato una nuova era, lo strumento di una mutazione antropologica decisiva, che pur essendo in preparazione da tempo non aveva ancora trovato le parole per dirsi. L'elaborazione del pensiero da parte delle donne non aveva mai smesso di prodursi: «mistiche, scrittrici, suffragette, anonime. Ma è stato necessario che fosse meditata, chiarita e proclamata, dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale, dalla voce di un'aristocratica francese declassata... È così che questa mutazione antropologica è esplosa nella lingua francese. Poi si è diffusa nel mondo e si è dispersa come una scia di polvere, che non ha ancora finito di sconvolgere corpi e spiriti». Così scrive Kristeva nella prefazione a una nuova edizione del Secondo sesso (Il Saggiatore 2008, euro 24) di cui si apprezzano immediatamente le novità grafiche, che rendono il testo più maneggevole senza comprometterne la leggibilità. Le quasi mille pagine dell'originale - riproposte nell'eccellente traduzione di Roberto Cantini e Mario Andreose - sono qui ridotte di un quarto grazie a una impaginazione efficace e gradevole. È importante sottolineare la dimensione dell'opera perché anche nell'imponenza materiale del libro si percepisce il coraggio visionario di un progetto senza precedenti.
Il secondo sesso fu pubblicato inizialmente in due volumi separati: la prima parte, «I fatti e i miti» uscì nel giugno del 1949 e venne accolta con grande interesse, tanto che la iniziale tiratura di ventiduemila copie andò esaurita. De Beauvoir vi analizza il concetto di femminilità così come è stato elaborato da un punto di vista maschile, passando in rassegna le tesi della biologia, della psicoanalisi e del materialismo storico. La premessa del suo studio, a quasi sessant'anni di distanza, non ha perso attualità: «Tutti ci dicono che 'la femminilità è in pericolo'; ci esortano 'siate donne, restate donne, divenite donne.' Dunque non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell'essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità». In altre parole, aggiunge de Beauvoir: «Se oggi la femminilità è scomparsa è perché non è mai esistita». Non c'è quindi causalità né relazione mimetica tra sesso e genere, come avrebbe più tardi sottolineato la tradizione critica dei gender studies (Judith Butler inclusa): essere donna è una interpretazione culturale e personale dell'essere femmina, non una sua conseguenza.

Il capitolo del furore
A suscitare davvero scandalo e furore fu invece la seconda parte del Secondo sesso, intitolata: «L'esperienza vissuta». Uscì nel novembre 1949 e una reazione di condanna furibonda accomunò intellettuali di destra e di sinistra. Questa volta de Beauvoir aveva osato consegnare alla parola l'esperienza delle donne, fino a tributare di un ruolo politico e conoscitivo quello che era stato un vissuto da sempre invisibile e spesso innominabile. Capitoli intitolati «L'iniziazione sessuale» o «La lesbica», trattavano senza reticenze la politica del sesso e le sue conseguenze sociali, mentre la «conclusione» auspicava una trasformazione sociale ispirata dal contributo dei «mondi di idee» creati dalle donne. Proprio a questi mondi si riferisce Liliana Rampello, che nella bella postfazione al volume del Saggiatore ci offre una sintesi della ricezione italiana del Secondo sesso, tradotto quasi subito da Mondadori ma pubblicato solo nel 1961 (anche a causa dell'impatto dell'editto vaticano che negli anni '50 lo inserì nell'Indice dei libri proibiti). La postfazione raccoglie le esperienze di lettura fatte da donne che hanno incontrato il libro di de Beauvoir nel corso dei decenni, e le testimonianze raccolte disegnano una mappa di sentieri interpretativi che è anche uno strumento utile per orientarsi nello sviluppo dei dibattiti e delle sfide del femminismo italiano.

Un distacco prematuro
L'elenco delle donne intervistate è composito: comincia con Luciana Castellina - che lo lesse a Bruxelles nei giorni della rivolta ungherese - e arriva fino a un gruppo di lettura di giovani studiose dell'università La Sapienza nel 1991; in mezzo ci sono anche i silenzi degli anni '70, decennio in cui, scrive Rampello: «le pratiche e la necessità di trovare parole proprie, fondate sull'esperienza, mandano in soffitta, per molte, Il secondo sesso». Fu un distacco prematuro. Lo confermano le tante storie raccontate, narrazioni che si muovono in direzioni diverse - tra emancipazione, uguaglianza e differenza - eppure convergono nell'offrire una immagine nitida della grande vitalità e del fervore intellettuale intrinseco al pensiero delle donne.
Il commento conclusivo è affidato a Rossana Rossanda, che frequentò de Beauvoir per più di trent'anni: «Il secondo sesso è molto "lei", l'immersione dei problemi nelle onde lunghe della storia, il rifiuto di ogni essenzialismo o metafisica, un grande lavoro di inchiesta, nessun senso di inferiorità o risentimento». Sono le stesse «onde lunghe» che portano oggi a riscoprire la centralità del pensiero di de Beauvoir per la filosofia contemporanea e a riconoscere come l'esistenzialismo venga riconfigurato nelle pagine del Secondo Sesso fino a diventare la base di una «filosofia della soggettività sessuata» originale e coerente.