Articolo da "Il Manifesto" del 2 febbraio 2005

|
Bach, l'«indecente» all'inferno
Si è suicidata a Parigi la star del porno Karen Bach, Fu una fantastica Nadine in «Baise moi», il poema punk, anarchico e femminista contro il putrido maschilismo
ROBERTO SILVESTRI
Si è uccisa nella notte tra venerdì e sabato scorsi lasciando un biglietto d'addio per i genitori. La pornodiva francese Karen Lancaume (in arte Karen Bach), 31 anni, era ospite da amici a Parigi che hanno trovare nel week-end il suo corpo senza vita. Karen Bach (o Angel Paris, Carene Lancome, Karen Lancom...) era stata soprattutto l'eccezionale interprete di un ruolo, Nadine, la «giustiziera della fallocrazia putrida» nel capolavoro anarco-punk-femminista Baise moi (Scopami), del 2000. Slip e reggiseno neri, capelli corvini raccolti sulla testa e una pistola di grosso calibro tra le mani, puntata in avanti con le braccia tese: era proprio lei sul poster folgorante del film, distribuito perfino in Italia. Dopo quel magnifico hard-noir (che uscì nell'anno di Romance, con Rocco Siffredi, la sofisticata suite femminista di Catherine Breillat su un'altra attrazione rovesciata per l'osceno), Karen Lancaume aveva ripreso a lavorare nei «mattatoi a luci rosse», dove si era fatta un nome interpretando, tra il `96 e il 2003, trenta pellicole (La maledizione del castello, Una vita in vendita, di Andrea Nobili, American Girl in Paris, Exhibition 99, World Sex Tour, Fuga dall'Albania di Mario Salieri, La feticista, La mantide religiosa, Hotdorix, La Marionette, Mad Sex, L'indecente all'inferno...). Karen Lancaume era nata in una agiata famiglia borghese di Lione il 19 gennaio 1973. Dopo gli studi in economia e commercio si era sposata a 25 anni e aveva intepretato film porno in duetto col marito, da cui si è poi separata. La scrittrice Virginie Despentes e la co-regista Coralie Trinh Thi l'avevano infine scelta per la loro straordinaria e commuovente immersione ai bordi della metropoli, e per raccontare l'odissea tragica di due vite in cerca di riscatto, fabbricando un visionario e impietoso ritratto della sindrome del cliente sciovinista. In duetto perfetto con Raffaela Anderson, Karen non solo si vendicava serialmente dei soprusi e delle umiliazioni a raffica subite, in stile Thelma e Louise, ornando camere di motel e sordide latrine di cadaveri, rigorosamente maschili. Ma recuperava (sul piano immaginario esimbolico) la sua dimensione umana perduta riuscendo, come solo i personaggi di Hershell Gordon Lewis o Russ Mayer sanno fare, a rendere astratto, pop, anti-realistico, quasi mitologico e sacro, dunque fumettistico, il suo corpo e quel rito cruento, come fosse una fuoriuscita «sadiana» dall'alienazione. Certo c'era del senso in più autobiografico dietro quell'insofferente intepretazione di una «donna a una dimensione»: Karen nel `95 era stata vittima di una violenza di branco. «Ero andata a comprare le sigarette alle 2 di mattina, dopo il lavoro; tre tipi mi hanno intrappolata», raccontò a Liberation che gli chiese dell'attrazione fatale per le droghe, da cui era uscita: «Arriva il momento in cui o ti fermi o crepi». Sugli uomini disse ciò che, nel fuori campo, il film educatamente spiega: «mi piacciono, quello che voglio da loro è comprensione, eguaglianza. Perchè le donne si fanno abbordare per strada? Perchè si forzano le donne e non gli uomini?».
|
|