| Scritture indiane tessute a passo di danza Dall'impegno politico al desiderio, reclamato con enfasi, di tornare alla narrativa. Parla Arundhati Roy F. B. Minuta, aggraziata, un'aria da fanciulla e un piglio da animale politico quale effettivamente è, la scrittrice indiana Arundhati Roy merita una predilezione speciale tra gli autori invitati al Festivaletteratura: non un solo luogo comune le è sfuggito dalla bocca in un'ora e mezza di risposte a domande che ne avrebbero indotti a raffica, non un solo cedimento a derive propagandistiche, sebbene sia orgogliosamente impegnata in battaglie i cui resoconti sono spesso impoveriti da un notevole riduttivismo concettuale. Quel che ha detto in buona parte l'aveva già scritto nei saggi che ora Guanda ha tradotto sotto il titolo Guida all'impero per la gente comune, ma ascoltarla è comunque istruttivo. Succede di solito, in queste kermesse soi disant letterarie, che le domande rivolte agli autori di narrativa ignorino proprio quei contributi che li hanno resi noti nel mondo, ossia le loro opere di finzione; li si inchioda con pervicacia al suolo sul quale sono nati, alla geografia politico-economica dalla quale provengono, invocando le loro testimonianze in merito a decisioni governative sulle quali hanno da dire più o meno quanto ciascuno di noi. Ma Arundhati Roy è stata investita di una eccezione: da anni scrive saggi nei quali fissa sulla pagina i rovelli impliciti ai suoi schieramenti politici, e su questi il pubblico la interroga; ma con una enfasi ancora maggiore reclama il suo ritorno alla narrativa, quasi la supplica di abbandonare per un po' le sue battaglie e tornare a tessere lussureggianti trame romanzesche: come nel Dio delle piccole cose, il bestseller tradotto da Guanda. «Ma io non ho fretta, la scrittura di finzione mi viene fuori a passo di danza, quella saggistica devo strapparmela a forza, tuttavia credo che il mio lavoro per cercare di capire il rapporto tra il potere di alcuni e l'impotenza di altri raggiunga le emozioni delle persone tanto quanto la carica sovversiva di cui è dotata la letteratura. Posso aspettare, quando verrà il momento tornerò alla narrativa. Non ho tracciato una mappa della mia carriera, e a coloro che mi interrogano su quale sia il bersaglio della mia scrittura rispondo che non ne ho: non vendo repellenti per insetti, né altre sostanze mirate a colpire un obiettivo.» Ma allora - la incalzano con una associazione che dai romanzi porta diritti alle occupazioni delle donne - potremmo attenderci da lei che continui a difendere i diritti femminili nei paesi che più li penalizzano, come l'India o i paesi musulmani? «Essendo io cresciuta in un piccolo villaggio, e avendo speso tre quarti della mia vita a combattere alcune eredità della nostra tradizione, ho passato poi il resto del tempo a riprendermi dalla disillusione derivata dalla ostentazione di libertà delle donne occidentali. Mi domando se lo spettro dell'invecchiamento, che costringe alcune donne a stirarsi le rughe o a farsi iniettare dosi di silicone non sia più imprigionante di un burka. Certo, se si viaggia anche solo un'ora fuori da Nuova Dehli, si piomba in una sorta di medioevo, ma in quel contesto vivono donne che sono tra le principali animatrici delle più efficaci marce dimostrative organizzate nel nostro paese. Tempo fa, una colonna di tir si fermò in uno di questi villaggi per scaricare una enorme quantità di blocchi di granito destinati alla costruzione dell'ennesima grande diga. Le donne rimossero a mano, uno per uno tutti i massi di granito e riferirono ai camionisti che la prossima volta che si fossero azzardati a ingombrare le loro strade con quella roba, se la sarebbero ritrovata davanti alle loro case. Molte tra le donne più libere che ho conosciuto sono indiane, tanto per cominciare non hanno paura di invecchiare, anzi attendono quell'approdo come qualcosa di fisiologico e liberatorio insieme. Non mi sono mai sognata di rigettare in blocco la cultura che per molti versi non mi stanco di criticare; apprezzo tutte le cose preziose che ci porta in dote, e se l'induismo ha oggi una immagine intollerabile lo dobbiamo al governo fascista che è al potere.» |
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