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pudori tra femministe Un volume sul movimento degli anni Settanta Forme di leadership carismatica e soffocante Quando l´ovvio uccide la curiosità Il "cattivo" della storia sembra la Libreria delle donne Ma è davvero così? Fu una rivoluzione ma oggi è luogo di vuoto storiografico e di lutto mancato ANNA
BRAVO Ricreare
la propria memoria è una sfida per tutti i movimenti e le esperienze
collettive. Memoria come strumento per la storia, e qui ci si affida a
metodi collaudati; memoria come oggetto specifico di ricerca, come
racconto con la sua cifra, le stilizzazioni, derive, errori, e con la
particolare verità che esprimono. Si potrebbero fare molti esempi del
modo in cui da un ricordo vago, da una datazione sbagliata, si può
risalire a un mondo. Negli
anni Ottanta alcuni metalmeccanici di Terni, intervistati da Alessandro
Portelli, gli avevano raccontato che nell´ottobre 1953, durante un
ciclo durissimo di lotte per il lavoro, un giovane operaio era stato
ucciso dalla polizia. Se non che, il fatto era avvenuto nel 1949, nel
corso di una manifestazione contro l´ingresso italiano nella Nato.
Slittamento non deliberato ma non incidentale, che rifletteva la spinta
a trasformare quella morte, interna a una battaglia perduta, in un
potente simbolo della tradizionale combattività ternana. La data era
falsa, l´orgoglio operaio era vero. Come sono vere, nella memoria dei
deportati, la certezza dell´indicibilità del Lager, e nello stesso
tempo il suo opposto, la determinazione a trovare le parole per dirlo. Memoria,
verità, indicibilità mi sono tornate in mente leggendo un libro appena
uscito, Il femminismo degli anni Settanta (Viella), dedicato al
rapporto con i movimenti coevi. E´ un insieme di saggi nati dal corso
2004 della Scuola Estiva della Società delle Storiche, che riunisce
ogni anno intorno a temi diversi donne di più generazioni, docenti e
discenti. Come scrivono le curatrici, Anna Scattigno e Teresa
Bertilotti, il femminismo è il luogo di un vuoto storiografico, e di un
lutto mancato per il suo esaurimento a fine decennio, dopo una
rivoluzione incruenta, ma perturbante, specie in Italia. Bisogna
tornare indietro nel tempo e immaginare un paese latino, cattolico, da
poco approdato alla piena modernità, in cui le donne, alcune, poi
molte, poi una folla, scoprono (e lo dicono): che i comportamenti
personali hanno rilevanza politica, che l´infelicità non è una
défaillance individuale, ma il prodotto di una società e di una cultura
nemiche delle donne; che neppure i movimenti "antagonisti" sono immuni
da questo vizio di origine, e dunque a un certo punto diventa
necessario separarsene; che al centro di tutto sta la ricerca
dell´autodeterminazione nella vita quotidiana, in politica, nella
sessualità, nella maternità e nel suo rifiuto, e che al centro del
centro sta il corpo. Alcune acquisizioni sono ormai così radicate da
sembrare ovvie, e dovranno farci i conti gli attacchi alla legge 194
sulla legalizzazione dell´aborto. Dobbiamo farli anche noi storiche:
l´ovvio uccide la curiosità, dunque bisogna risuscitarla con racconti
convincenti. Ricco
di stimoli per un pubblico colto non specializzato, Il femminismo degli
anni Settanta argomenta con efficacia quanto già sedimentato nel
dibattito storiografico, senza introdurre grandi novità o svolte (il
che è inevitabile nei testi legati all´insegnamento). Proprio per
questo potrebbe essere visto come il manifesto per una "buona storia"
del femminismo. A
tutt´oggi ne esistono soltanto spaccati, a volte belli ma circoscritti.
Molti i vuoti di memoria, e non c´è da stupirsi. Il problema serissimo
nascosto nella boutade di Jerry Rubin per noi è ancora più complicato.
All´epoca c´era una intensità emotiva straordinaria, specie
nell´autocoscienza, e può esserci anche nell´analizzarla, perché
l´identità è chiamata in causa in modo unico: si diventa ex studenti,
ex militanti, donne si è sempre. Chi altri, nel nostro bianco
occidente, potrebbe vivere il rapporto fra quel che si è e quel che si
studia con altrettanta profondità? Che la storia stenti a comunicare
tutto questo è quasi scontato, un´emozione non è qualcosa che si
racconta, è qualcosa che si suscita. Ma parlare di indicibilità prima
di aver sperimentato ogni risorsa narrativa mi sembra rinunciatario. Benvenute
allora le domande "inopportune", "anacronistiche", benvenuti gli
azzardi. Chi ha detto che prima di mettere in comune le proprie idee
bisogna aspettare che siano ben sistemate? E chi avrebbe titolo per
dirlo? Questione di autorevolezza culturale e esistenziale, certo, ma
anche di ruoli istituzionali, relazioni, assertività personale, poteri,
visibilità. Mi
ha colpito in questo libro il discorso di Anna Rossi-Doria sul rapporto
femminismo/democrazia, esaminato con uno sguardo che mi sembra possa
essere esteso al ´67-68. Ho sempre considerato una conquista
l´abbandono dell´idea secondo cui la libertà delle persone dipende
esclusivamente dalla loro posizione economica e lavorativa; ma leggendo
i rilievi dell´autrice sulla mancata analisi delle differenze di classe
e di cultura fra donne, mi chiedo se quella conquista non abbia
involontariamente contribuito a eludere la questione. Lo stesso vale
per l´informalità nel movimento; abbiamo tutte diffidato delle regole e
degli organigrammi, ma il rifiuto di averne, scrive Rossi-Doria, ha
incentivato forme di leadership carismatica e una fusionalità
soffocante: presupporre una parità che non c´è, è la peggiore
caricatura della democrazia. Anche
sul ruolo della psicoanalisi, amata/odiata, smontata e ripensata, la
messa a fuoco sui rapporti scelta da Manuela Fraire e Lea Melandri
funziona, e così il confronto con altri paesi proposto da Elda Guerra,
in un viaggio attraverso le molte origini e i molti inizi del
femminismo. Fra
i contributi più corposi, quello di Emma Baeri sulle lotte contro
l´installazione di missili Nato a Comiso in risposta agli SS20
sovietici puntati verso l´Europa occidentale. Siamo nei primi anni
Ottanta, nel pieno della mobilitazione pacifista internazionale, e in
Sicilia nasce un "disarmismo" femminista che stringe rapporti con altri
gruppi, soprattutto inglesi, e pratica forme di lotta inedite. Come il
blocco dell´aeroporto Magliocco con una rete di fili colorati, a
sostegno delle donne che nell´ottobre 1982 accerchiano la base di
Greenham, appendendo alla recinzione indumenti, fotografie, pentole,
ogni sorta di pacifici oggetti domestici. Forse qualcuno ricorda la
grande manifestazione dell´8 marzo 1983 a Comiso. Eppure, l´anno dopo,
un intervento della Libreria delle donne si dava per titolo "Inizio di
un discorso sulle guerra e sulle donne". Inizio? Evidentemente le donne
di Comiso erano diventate invisibili persino alle loro simili, scrive
Baeri. Difficile non vedere qui un altro problema di democrazia. Fra
gli aspetti più interessanti, la presenza di giovani ricercatrici:
forse è l´età, anche se non solo l´età, che permette a Elena Petricola
uno sguardo sereno sulle femministe militanti dei gruppi
extraparlamentari, strette fra la diffidenza delle femministe
"originarie" e quella dei compagni, rischio comune per chi vuol fare da
ponte fra realtà diverse. Come scriveva Alexander Langer nel 1964 a
proposito dei due nazionalismi contrapposti in Sud-Tirolo, se si
vogliono cercare soluzioni equilibrate e aperte all´altro, «bisogna
accettare di essere chiamati traditori». Altrettanto
serenamente Liliana Ellena racconta il movimento dei consultori e il
femminismo sindacale, nato a Torino e coprotagonista di molte lotte.
Ancora Petricola e Ellena, insieme a Luisa Passerini, presentano un
testo in cui la differenza generazionale è misurata su più terreni, in
particolare sulla concezione del corpo. Che Passerini dipana poi in una
riflessione metodologica personale sui modi (casuali, strutturati,
densi di fisicità, disincarnati) in cui le italiane entrano in rapporto
prima con il femminismo americano, poi con le francesi. Infine Carmen
Leccardi affronta il tema della vita quotidiana con un occhio agli anni
Settanta e uno al presente, concludendo che l´incertezza del futuro ha
ormai trasformato questo ambito nell´ultima riserva per l´invenzione e
la trasformazione. Non
è una guida all´ortodossia femminista, questo libro, poco sentenzioso,
su certi aspetti eterogeneo, con saggi che a mio parere indugiano
troppo sulle controversie di un tempo e altri più mirati all´oggi, con
valutazioni diverse sulle fonti. Eppure trasmette un senso di coesione.
Sarà l´interesse a esperienze internazionali e al rapporto con la
politica, sarà il largo ricorso alla memoria autobiografica – peccato
per il linguaggio, a volte ancora infiltrato di gergalismi e poco
accogliente. Sarà il tono un po´ guardingo, quasi un tenersi a distanza
di sicurezza da temi ritenuti inappropriati – con qualche motivo, visto
che la pluralità delle memorie e delle verità è spesso sboccata nella
contrapposizione frontale. Ci mancano, purtroppo, stili di conflitto
capaci di non rendere irreversibili le tensioni, di elevare il tasso di
democrazia nel confronto fra noi e dentro di noi, capaci insomma di
contemplare sempre la tregua. Ma è anche una questione di sostanza: esplicitamente o meno, il "cattivo" della storia mi sembra la Libreria delle donne di Milano, il gruppo italiano più influente, che spostando l´accento sul simbolico, avrebbe scacciato il corpo, la politica, il pensiero libero, e decretato i criteri della rispettabilità femminista e della legittimità nella ricerca. Quanto sia e sia stato così, è una domanda cui probabilmente le giovani applicano uno sguardo più leggero. |
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