Articolo da "La Repubblica " del 25 giugno 2006


Malalai e i signori della guerra
Nuovo Afghanistan
Ha ventisette anni, è minuta e pallida, i grandi occhi neri che si accendono di una luce calda e ironica insieme È la deputata-ragazzina che vive clandestina in una rete di case-nascondiglio, dopo aver sfidato con accuse di fuoco nel parlamento di Kabul i capi mujahiddin che le siedono accanto e che sono padroni di maggioranza e opposizione
Questa gente s´è calata la maschera democratica Ma è la stessa di prima, con le mani insanguinate e le tasche piene di narcodollari

GUIDO RAMPOLDI
KABUL
Quando parli di lei con un veterano della diplomazia occidentale, quello abbassa gli occhi e mormora «poor girl», poverina, quasi l´omicidio fosse già scritto: quanto può vivere in Afganistan una donna braccata? Parli di lei con i ragazzi afgani che hanno all´incirca i suoi anni (in agosto saranno ventotto) e quelli s´illuminano: brava!, finalmente la verità, e qualcuno che osi gridarla in faccia agli assassini. Parli di lei con i suoi colleghi deputati, tutti d´area democratica, e li vedi scuotere la testa: coraggiosa, senza dubbio, sapeva che è comunista?; però impolitica, intempestiva, sconsiderata… Probabilmente hanno ragione, però lo dicono con una strana agitazione nella voce, quasi li mettesse a disagio il fatto che oggi in Afganistan sia una donna a denunciare i misfatti di quei comandanti mujahiddin che ora controllano maggioranza e opposizione in parlamento; e soprattutto che insista - impenitente, recidiva, malgrado minacce ormai quotidiane - in una dimostrazione spettacolare delle virtù considerate tipiche dell´eroismo maschile: disprezzo della morte, combattività, una determinazione inflessibile.
Poi parli con lei, in una delle case in cui si nasconde, e vieni investito da un vento di parole veloci, inarrestabili. Come se temesse che le resti poco tempo per rendere il mondo consapevole di quel che ciascun afgano sa ma non riesce a dire: talvolta neppure a se stesso. Bassina, pallida, tecnicamente non bella. Però con una grazia sommessa, e grandi occhi neri a tratti sgranati da una luce calda, ironica, la luce che hanno dentro solo le ragazze, alcune. Ha un nome musicale e profetico: Malalai Joya. Il cognome, Joya, si pronuncia come l´italiano "gioia". Malalai è il nome dell´eroina afgana che guidò la riscossa contro i britannici durante una battaglia combattuta due secoli fa nel deserto di Kandahar. I britannici stavano vincendo. Malalai afferrò la bandiera afgana, incitò gli uomini a non perdersi d´animo, si batté alla loro testa, li trascinò avanti, fu colpita.
Con lo stesso impeto Malalai Joya ha attaccato frontalmente i signori della guerra che le siedono accanto in parlamento. Li ha chiamati all´incirca ladri e assassini. Peggio: ha distinto tra mujahiddin autentici e fasulli. Dove i primi sono i patrioti che cacciarono i sovietici e poi tornarono alla vita civile; i secondi i furfanti che, fuggiti i russi, scoprirono i vantaggi del kalashnikov e sbranarono Kabul per contendersela. «Questi falsi mujahiddin sono semplicemente criminali, sono i fratelli gemelli dei loro nemici Taliban», dice. «Anche Masud, quello che da morto è diventato il nostro eroe nazionale: un criminale, domandi dei massacri commessi dalla sua milizia in un quartiere qui vicino. Andrebbero tutti processati per quel che fecero all´Afganistan… E invece questa gente è in parlamento. S´è calata la maschera democratica, controlla organizzazioni umanitarie, parla dei diritti umani. Ma sono gli stessi di prima, con le mani insanguinate, le tasche piene di narcodollari, e adesso anche il potere legale».
Il giudizio è sommario ma per buona parte esatto. Quando Malalai l´ha espresso in parlamento - il 7 maggio, anniversario della vittoria sui sovietici - ne è nato un parapiglia furioso. Molti mujahiddin sono insorti, gridavano a squarciagola minacce e insulti, le tiravano bottiglie di plastica piene d´acqua minerale. Il capo della maggioranza, il sinistro Sayyaf, ha detto ai suoi, così forte che tutti potessero sentire: «Quando esce fatele assaggiare il coltello, capirà chi siamo noi mujahiddin». Tre deputate dell´opposizione hanno cercato di picchiarla. Altri deputati hanno pestato un cameraman che aveva ripreso la scena, e uno di loro s´è giustificato così: «Io picchio chi mi pare». Però altri ancora, racconta Malalai, «mi hanno passato bigliettini di solidarietà: ma di nascosto, perché i mujahiddin non se ne accorgessero». In seguito è apparsa in tv ed ha preso di petto il presidente del parlamento, Yunis Qanooni, ex comandante tagico. Qanooni in afgano vuol dire "legale". Lei lo ha appellato così: «Qanooni, ma con tutto quel che hai combinato, davvero sei legale?».
Dal giorno del putiferio in parlamento non può più tornare nella sua città, che è anche il suo collegio elettorale, Farah, dove polizia e vicini hanno respinto, sparando, una marcia fondamentalista sulla sua casa. Ma a Kabul non è molto più sicura. Se riceve una visita, e accade spesso, subito dopo si trasferisce in un´altra villetta insieme ai quattro poliziotti che la proteggono giorno e notte: il più anziano, quello con baffi enormi, è suo zio. È probabile che questa rete di case-nascondiglio appartenga a Rawa, Revolutionary association of afghan women, un´associazione clandestina di ragazze piuttosto comuniste (Rawa in origine era maoista) che riceve scarsa attenzione internazionale anche per via di quel "revolutionary", allarmante per le diplomazie occidentali. Dicono i mujahiddin che anche lei appartenga a Rawa, una senza-dio, una scostumata. Lei nega. «L´islam non c´entra, i mujahiddin mi odiano per due ragioni: gli afgani sono stufi di loro, e io lo dico pubblicamente. E sono una donna. Questo per loro è intollerabile».
Parla di sé con riluttanza, le seccano i ruoli eroici, «sono solo una donna che ha conosciuto la sofferenza di ogni donna e di ogni povero dell´Afganistan». Nasce a Farah, al confine con l´Iran, madre casalinga analfabeta e padre studente di medicina. L´invasione sovietica la costringe presto ad emigrare con la famiglia in Pakistan, dove conosce l´adolescenza miserrima dei profughi. Però riesce a studiare, e a sedici anni, la sera, insegna a leggere e a scrivere nelle scuole dell´Opawc, "Organizzazione per promuovere le capacità delle donne afgane". Tra le sue alunne ci sono donne adulte che devono frequentare la scuola con mille precauzioni perché se il marito lo sapesse rischierebbero bastonate. È lì che conosce, dalle sue alunne, quel che i tagichi fanno agli hazara, gli hazara ai pashtun, i pashtun agli uzbechi, e quel che tutti questi guerrieri fanno ai civili. Torna nell´Afganistan dei Taliban, insegna alle bambine nelle scuole clandestine di Opawc, classi itineranti in case private, ogni alunna addestrata a nascondere il quaderno sotto un Corano nel caso arrivassero i Taliban. Con il sostegno di Opawc, e la fama che le deriva dai suoi discorsi pubblici contro la casta guerriera, alla fine del 2005 è eletta in parlamento.
Il nuovo parlamento è un precipitato delle guerre afgane degli ultimi trent´anni. Siedono l´uno accanto all´altro alcuni ex comunisti un tempo filo-sovietici e gli jihadi, i combattenti della "guerra santa" che cacciarono l´Armata rossa. Questi ultimi includono anche Taliban ravveduti. Ma il grosso degli jihadi è composto dai mujahiddin dell´Alleanza del nord, però divisi secondo linee etniche. Le figure politiche più importanti sono i capi storici delle milizie mujahiddin, tuttora attive benché illegali. Il sangue corso non impedisce alleanze paradossali, se questo è nelle convenienze dei singoli o nelle volontà degli sponsor internazionali degli uni o degli altri. Infatti nel parlamento sono intuibili settori patrocinati dall´uno o dall´altro protagonista della mischia afgana: Pakistan, Iran, Russia, India, Stati Uniti, da ultimo Cina.
Tutto questo ha anche i suoi vantaggi, l´assemblea può diventare un´indispensabile camera di compensazione per quei conflitti tra etnie, comandanti e sponsor esteri che fino a ieri erano risolti solo con le armi. Ma allo stesso tempo la presenza massiccia di mujahiddin, la metà dell´aula, sovradimensiona in parlamento la cultura "jihadi", un islamismo ultraconservatore o fondamentalista, e soprattutto mafioso. I mujahiddin ora prendono di mira le leggi sulla libertà d´opinione, alcuni anche per proteggere le proprie ruberie e i propri traffici di droga. In primavera hanno silurato un ministro perché colpevole d´aver tollerato ad una cena la presenza d´una sinuosa cantante afgana. Però sono spaccati e goffi: in sei mesi non sono stati capaci di formare un solo gruppo parlamentare (occorrono 21 deputati). L´impresa invece è riuscita a 26 deputati non-jihadi, in gran parte uomini d´affari e professionisti. Una delle quattro donne entrate nel gruppo ritiene possibile arrivare presto ad un fronte laico e interetnico che, sommandosi su temi singoli agli ex comunisti ed ai mujahiddin più duttili, potrebbe mettere in minoranza l´area guerriera e fondamentalista. Che però ha le milizie e occupa gli apparati statali, insomma dispone d´una formidabile capacità d´interdizione. E spesso la usa.
Malalai Joya ne conclude che dal tempo dei Taliban è cambiato poco o nulla, soprattutto per colpa degli americani. Washington ha rimesso in gioco i mujahiddin quando quelli ormai erano quasi in disarmo: è stato un errore rovinoso. Però non si può negare che negli ultimi tre anni l´Afganistan abbia conosciuto anche progressi consistenti, non foss´altro perché dopo un trentennio di guerra civile ritrova spazio e prospettiva un patriottismo laico, interetnico, decisivo per salvare l´Afganistan. E negli stessi villaggi dopo il tempo scorre immutabile, «per la prima volta le donne hanno il diritto di pensare ad un cambiamento», mi dice la deputata Barakzai.
Il problema è che proprio il diritto di «pensare il cambiamento» rende insopportabile l´assenza del cambiamento agli occhi di un´afgana povera, gli occhi con cui Malalai Joya giudica il presente. Mi racconta di infamie che da secoli sono considerate «normali» ma oggi non lo sono più. Il numero altissimo di ragazze che si bruciano vive per non essere vendute come capre ad uno sposo (se sopravvivono, a Kabul vengono curate in un reparto ristrutturato dalla Cooperazione italiana). La ventinovenne lapidata per adulterio. Gli uxoricidi liberi perché protetti dalla polizia. La poetessa di Herat ammazzata di botte dal marito. Quest´ultimo è un insegnante: non sempre il male rimanda alle pratiche della casta guerriera.
Però nella lista dell´intollerabile quotidiano c´è in primo luogo questo: oggi i familiari degli afgani ammazzati dai mujahiddin, decine di migliaia, vedono sedere in parlamento i comandanti di quegli assassini. Ferocie spettacolari restano impunite. Il governo ha promesso di indagarle attraverso una sorta di commissione-verità che comminerebbe unicamente sanzioni morali. Ma non è in grado di rispettare l´impegno. Per Malalai Joya ogni progresso sarà falso o precario fin quando «i criminali non saranno processati, o perlomeno costretti a chiedere perdono. Spero di vivere abbastanza per vedere quel giorno».

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