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SESSO E SESSANTOTTO
Una riflessione per l´otto marzo/ Le donne, la contestazione e il libero amore
lo storico edward shorter sbagliava
si costruivano leggende sulle tigri del materasso
Non tirava aria di libertinaggio nella sinistra extraparlamentare ma nei rapporti molto era cambiato
ANNA BRAVO
«Gli uomini liberati avevano bisogno di pupe disinvolte al passo col nuovo stile di vita, avevano bisogno di sesso e questa era la sola cosa, guai se le pupe chiedevano in cambio una vecchia devozione, diventava una lagna deprimente, la pupa doveva essere indipendente per non essere una noia attaccaticcia». Nella Dialettica dei sessi Shulamit Firestone racconta così i primi tempi del movimento americano, inizio anni ‘60. Se sembra troppo sarcastica, bisogna ricordare che il libro è del ‘70, nel pieno del conflitto donne/studenti.
Da noi circolava la formula: «Non vorrai dirmi di no, se sei davvero libera (e/o intelligente indipendente brava compagna)».
Poche parole, ma molto interessanti per la storia delle mentalità maschili. Perché soppiantavano il vecchio «non puoi dirmi no se mi ami veramente», su cui si erano angosciate tante delle lettere raccolte da Gabriella Parca in Le italiane si confessano; e perché sposavano senza pudore l´ideologia secondo cui la libertà delle donne si misura sul loro grado di disponibilità sessuale.
L´argomento non funzionava sempre, ma spesso sì, soprattutto se il maschio si era coperto di gloria in uno scontro con la polizia, aveva talento per l´oratoria da assemblea, un posto nella dirigenza, un ruolo di operaio d´avanguardia. Il corollario era che fare l´amore non implicava affatto un impegno stabile. Con la crescita del femminismo, qualcuno sosterrà che ormai toccava alle donne, specie se autorevoli, prendere l´iniziativa per risparmiare ansie ai compagni in crisi.
Non vorrei dare l´idea di pressioni pesanti, di una strategia generalizzata. Se non c´era desiderio, se si preferiva un altro (o dormire 12 ore di fila), ovvio che si poteva tranquillamente rifiutare, e i respinti si rassegnavano senza tante storie; si poteva rifiutare anche se si pensava che sesso e amore erano cose complicate e delicate - ma questo lo si diceva di rado. Non vorrei neppure che ne uscisse sopravvalutato il posto delle relazioni sessuali nella vita collettiva. Contrariamente a uno stereotipo infrangibile, nel ‘68 il sesso non era una priorità. Poteva sembrarlo a chi guardava dall´esterno, e a vedere quella quantità di persone giovani e irriverenti immaginava notti strepitose.
Mentre più che altro si dormiva. A Torino, qualche poliziotto favoleggiava di «tigri del materasso», e non c´erano né le une né l´altro, se mai sacchi a pelo. Neanche negli anni ‘70 tirava aria di libertinaggio, ai gruppi della sinistra extraparlamentare la rispettabilità stava piuttosto a cuore.
Resta il fatto che per molte e diverse ragioni dire di no non era facile, in particolare per le più giovani, che magari sentivano di avere qualcosa da dimostrare a se stesse e agli altri; che a volte finivano per essere più realiste del re. Ricordo lo sbalordimento di un amico per il fatto che una giovane militante, dopo aver passato la notte con lui, la mattina lo aveva guardato come un perfetto estraneo. Cosa non si fa per proteggersi da possibili delusioni.
Eppure, e questo è un pezzo di storia delle donne, la verità non sta tutta qui. La «rivoluzione sessuale» degli anni Sessanta e Settanta si dipana in forme impreviste, sconnesse, spurie, creative, che si lasciano irregimentare solo in parte nel conformismo di gruppo. Una ragazzina di allora l´ha spiegato bene in una intervista collettiva condotta da Alberto Papuzzi a vent´anni dal ‘68: una cosa era restare avvinghiate ai precetti familiari e religiosi, un´altra misurarsi con le suggestioni di un´appartenenza decisa liberamente, con il suo bello e il suo brutto, le sue componenti di maschilismo e quelle di solidarietà, di insicurezza e di arroganza. Aver scelto dava ai comportamenti un potenziale di sperimentazione che il sospetto di essere usate non bastava a svuotare. Certo, ci si conformava pur sempre a un sistema di rilevanze; ma visto che non si fluttua nel vuoto, rifiutare un modello implica aderire in varia misura a un altro.
Che possa esistere un «anticonformismo» rispetto al mondo intero, questa sì è ideologia.
Per di più, era duro ammettere i lati miseri di un´esperienza che assomigliava a modo suo alla felicità pubblica evocata da Hannah Arendt. L´aspetto più amabile e fugace del ‘68 è stata un´accezione di libertà diversa da quella classica, secondo cui la mia finisce nel punto in cui comincia la tua, quasi dovessero inevitabilmente competere e tollerarsi a vicenda. Allora le libertà sembravano camminare insieme, non libertà «di», «da», «fin dove», ma libertà «con», vissute in una sintonia in parte immaginaria, ma in parte reale.
Bisogna anche dire che l´equazione libertà femminile=disponibilità sessuale era intergenerazionale, interclassista, con localizzazioni le più varie, dalla New York della lost generation alle fabbriche fordiste alle gite scolastiche alle canzoni - Bocca di rosa insegna. E aveva una sua storia, e naturalmente un´eco nella storiografia.
Negli anni Settanta, per esempio, c´era un importante storico ottimista e progressista, Edward Shorter, che adorava le certezze delle serie statistiche e credeva fermamente che i mutamenti nell´economia dovessero sempre portare a una trasformazione nelle culture. Aveva notato che fra la metà del ‘700 e la fine dell´‘800 era molto cresciuta la percentuale di illegittimità, e così le gravidanze preconiugali, triplicate o quadruplicate nelle zone dove dominava la manifattura tessile. Ne usciva una tendenza generale nella demografia europea: possibile che non ci fosse un legame con l´industrializzazione e l´urbanizzazione che proprio allora andavano sviluppandosi?
Infatti un legame c´è. Per Shorter (Famiglia e civilità, Rizzoli, 1978) l´alta illegittimità sarebbe la conseguenza del nuovo modello produttivo e della nascente proletarizzazione della forza-lavoro. Conseguenza positiva, a suo parere, sintomo di un mutamento spettacolare di valori, che vedrebbe i e le giovani ribellarsi al controllo della famiglia e della comunità sui comportamenti sessuali e sul matrimonio. Di qui, una rivoluzione sessuale, vale a dire «un bel po´ di sesso, corteggiatori all´arrembaggio, nascita di figli illegittimi»; e una rivoluzione sentimentale, in cui viene rivendicata l´importanza delle inclinazioni affettive nelle scelte di coppia. Mentre l´economia familiare tradizionale e i vincoli comunitari si indeboliscono, nascono l´individualismo e la voglia di libertà, che presso la borghesia è ostacolata dall´intreccio fra valori familiari e interessi patrimoniali, ma dilaga nelle classi popolari e al loro interno fra le donne. Nell´immaginario di Shorter doveva aggirarsi una schiera di ex contadinelle che abbandonavano la castità di un tempo per saltare di letto in letto e di gioia in gioia. Il tutto grazie al lavoro di fabbrica: la libertà era effetto del salario, l´illegittimità era la sua dimostrazione, le operaie le sue avanguardie.
Peccato per Shorter che la realtà lo smentisca. Intanto, in quella fase le ragazze fanno per lo più le domestiche, le sarte, le cucitrici a domicilio; il lavoro di fabbrica riguarda una minoranza, e anche in questo caso possono sopravvivere i vecchi valori, come quando i padroni ricreano per le operaie condizioni di vita pseudofamiliari, compresi alloggiamenti sorvegliati; o quando i contatti con la comunità d´origine perdurano. In secondo luogo, il salario, questa scorciatoia magica per l´emancipazione, viene spesso mandato per intero o in gran parte alla famiglia, e a volte sono i padroni a girarglielo direttamente.
Terzo, per descrivere i comportamenti sessuali è meglio non chiamare in causa nuove ideologie edonistiche. Fra le ragazze che avviano convivenze, probabilmente molte lo fanno sperando di costruirsi un nucleo familiare, per sfuggire al servizio domestico, per non patire più la fame; probabilmente quelle che dicono di sì a un uomo seguono la consuetudine corrente nelle campagne di fare all´amore dopo un impegno reciproco. Solo che in città non esistono le reti di controllo/protezione della parentela, della comunità e della chiesa, che in passato avevano garantito lo sbocco del corteggiamento nel matrimonio. Il legame fra demografia e industrializzazione esiste, ma va in senso opposto a quello caro a Shorter: anziché un segno di autonomia, l´illegittimità è la conseguenza di matrimoni sperati e mancati.
A scriverlo, non è un caso, sono due donne, Joan Scott e Louise Tilly (Lavoro femminile e famiglia nell´Europa del XIX secolo, in C. E. Rosemberg (a cura di), La famiglia nella storia, Einaudi 1979), e un pacato storico uomo, Lawrence Stone, per il quale è molto più credibile che a avere figli illegittimi fossero «le donne più povere, più ignoranti, più indifese e più sfruttate, e non gli esseri voluttuosi, allegri e edonisti evocati dai nostri romantici della sessualità». Tesi saggia e realistica, se non che Shorter è troppo occupato a adattare i fatti all´eterno sogno maschile di un´amante giovane, sensuale, poco impegnativa. Si può capirlo, ma non perdonarlo per aver dimenticato che di norma le operaie ottocentesche erano intristite, incattivite, abbrutite dalla fatica.
Ci vorrà tempo perché le donne comincino a desiderare una vera libertà sessuale e sentimentale, fino a diventare le protagoniste del passaggio dall´unione contrattuale a quella d´amore; i cambiamenti nelle culture hanno origini e ritmi propri. Ci vorrà tempo anche perché le ragazze degli anni Settanta riescano a dire sì e no a seconda del proprio desiderio, e non come reazione in positivo o in negativo alle aspettative maschili. Chissà se oggi - divisione dei ruoli sempre meno rigida, più donne che, pur con difficoltà, si affermano nel lavoro, politica languente, un´inondazione di messaggi contrastanti - le giovani donne hanno maggiori opportunità per capirsi. E´ una speranza e un augurio.
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