Articolo da "Il Manifesto" del 27 maggio 2004


«Vittima di una legge crudele»
Fecondazione, parla la donna talassemica obbligata dal giudice a impiantare l'ovulo

PATRIZIA ABBATE
CATANIA
«Cosa mi fa andare avanti? La voglia di avere un figlio, di diventare madre». Non ha alcuna voglia di desistere la trentacinquenne pugliese che si è vista bocciare dal giudice catanese Felice Lima la possibilità di una procreazione assistita ma anche tutelata contro il rischio di generare un bimbo affetto da talassemia. «Qualcuno ha messo in giro la voce che avrei optato per l'adozione: non è vero - assicura al telefono dalla sua casa di Lecce - e poi comunque sarebbe un'altra questione. Io spero ancora di avere un figlio mio». La sua storia è un lungo calvario di tentativi dolorosi e falliti, divenuti «affare pubblico» e politico da quando è stata resa nota l'ordinanza con la quale veniva rigettata la sua richiesta di verificare, prima dell'impianto dell'ovulo fecondato in vitro, l'eventualità che potesse essere trasmessa al figlio la grave malattia genetica di cui sia lei che il marito sono portatori sani. Il giorno dopo il gran clamore suscitato dalla sentenza, i due coniugi non si sottraggono alle interviste e mostrano una combattività fuori dal comune, e tutt'altro che intaccata da quest'ultima batosta, giunta quasi contemporaneamente al fallimento dell'impianto che comunque il dottor Nino Guglielmino dell'associazione Hera di Catania aveva effettuato subito dopo l'ordinanza, prima che venisse resa pubblica. E raccontano i particolari di queste ultime settimane vissute sul filo del rasoio, «nell'attesa della sentenza mentre due dei tre ovuli fecondati erano ormai inservibili e il terzo rischiava di diventarlo...».

Una corsa contro il tempo che ha stressato tanto la donna da costringerla a un ricovero in ospedale e che certamente avrà avuto un gran peso nell'esito negativo del tentativo di fecondazione, che pure era stato «fortunato» perché l'embrione risultava sano. Ne ha fatti già tre di innesti, conclusi con tre aborti. «E per questo non posso più farne, per non rischiare di morire. Per questo chiedo la possibilità di avere impiantati embrioni sani o portatori sani della malattia e di congelare quelli malati - spiega - Altro che aborto eugenetico: io non ho chiesto test per la sindrome di Down o per altro, ma solo per l'anemia mediterranea». Ci riproverà, ne è certa. Ci vorranno sei, sette mesi, «e speriamo che nel frattempo sia stata cambiata questa legge atroce fatta da chi non sa di cosa parla, e che mi fa sentire trattata come un oggetto e non come una donna - dice - Io, a differenza di tanti parlamentari italiani senza cuore, vivo ogni giorno con l'handicap perché faccio l'insegnante di sostegno. Molti di loro non sanno cosa sia il dolore di vedere un figlio gravemente malato».

E' stata davvero una doccia gelata, per i coniugi ma anche per il medico della coppia, che dirige un'associazione che è da anni un punto di riferimento nel Meridione per la diagnosi prenatale della talassemia, e a cui si era rivolta anche la coppia pugliese. Gugliemino sottolinea alcune incongruenze della legge 40, fortemente avversata: «Se una donna ha avuto impiantati due ovuli - afferma - e uno è sano e l'altro malato, dovrà decidere di tenerli entrambi o di sopprimerli. Se un caso analogo avviene a una gestante rimasta incinta senza ricorrere alla fecondazione artificiale, allora potrà scegliere se tenere quello sano e abortire quello talassemico». E incongruenze nell'ordinanza del giudice Lima rileva invece l'avvocato Nello Papandrea, uno dei difensori della coppia: «Il giudice contesta uno sbilanciamento di interessi tra la donna e l'embrione; ma nel nostro ordinamento non esiste alcuna norma che dia una sfera giuridica all'embrione. E persino il famigerato articolo 14 della legge 40, quello che impone sanzioni e divieti, tutela l'embrione ma non ne fa soggetto giuridico, facendo riferimento alla legge 194 che comunque mette al primo piano la tutela della salute della donna». La stessa priorità sulla quale si basava la richiesta di sottoporre la questione e la nuova legge ai giudici costituzionali: «Il principio invocato era proprio quello della tutela della salute, oltreché di ragionevolezza, cioé di non essere in contraddizione con altri principii. Anche se sapevamo che era complicato». Né Papandrea se la sente di assolvere il giudice: «Fra le varie interpretazioni possibili si è attenuto a quella più restrittiva».