Articolo da "La Repubblica" del 26 maggio 2004


Fecondazione, prima sentenza choc
"Niente selezione, impiantare gli embrioni anche se malati"
Catania, giudice dice no a coniugi talassemici: chiedevano di scegliere gli ovuli per la procreazione assistita

Respinta anche la richiesta di inviare gli atti alla Consulta. Prestigiacomo: servono correttivi alla legge

MICHELA GIUFFRIDA
CATANIA - «Gli ovuli fecondati vanno impiantati, anche se c´è il rischio che possano essere portatori di malattie genetiche». Ad affermarlo è il giudice monocratico di Catania, Felice Lima, che ha respinto la richiesta di una coppia, entrambi sono portatori sani di betatalassemia, che chiedeva l´autorizzazione all´impianto in utero, dopo aver effettuato l´esame sul dna, di embrioni ritenuti «sani» per evitare di incorrere nel rischio di concepire un bimbo talassemico con la tecnica della fecondazione assistita. La coppia, lei insegnante, lui dipendente statale, entrambi pugliesi di 35 anni, era già da due anni in cura presso il Centro di Unità di Medicina della Riproduzione di Catania, dove è possibile effettuare una diagnosi genetica prima dell´impianto dell´ovulo nell´utero materno per accertare la trasmissione della malattia. Dopo l´entrata in vigore della legge 40 sulla procreazione assistita e mentre tentano per l´ennesima volta di avere un figlio, i due coniugi presentano un ricorso urgente al Tribunale di Catania chiedendo che venga affermato il diritto all´impianto degli embrioni sani e la crio-conservazione, cioè il congelamento, di quelli «malati» e che non venga interrotto da parte del medico il trattamento sanitario in corso per evitare gravi rischi alla salute della madre. Non solo. La coppia chiede anche l´invio degli atti alla Corte Costituzionale perché possa essere investita della questione. Un ricorso, quello alla carta bollata, maturato dopo che la donna aveva scritto una lettera al medico curante affermando di «essere indisponibile a ricevere l´impianto di un ovulo non sano e dunque a dare alla luce, sentendosene colpevole, un figlio malato. Piuttosto - afferma la donna - abortisco».

La sentenza emessa dal giudice catanese Felice Lima arriva il 3 maggio scorso, ed è la prima del genere in Italia. Il magistrato respinge il ricorso presentato dalla coppia di coniugi ritenendolo inammissibile su tutti i fronti. Per Lima le questioni sollevate dal ricorso «si fondano su un errore di diritto e su due equivoci logici». Nel primo caso, rileva la sentenza «la legge sull´interruzione della gravidanza non autorizza un uso dell´aborto come strumento selettivo dei feti, con riferimento alla loro salute. Questo è un uso eugenetico dell´aborto certamente vietato dalla legge e sarebbe illogico - sottolinea il giudice - ritenere terapeutica per il bambino la sua eliminazione». Secondo il giudice la legge 40 «non incide sui diritti fondamentali della persona che non ha un diritto fondamentale a produrre un figlio conforme ai suoi desideri» mentre la richiesta «invoca l´esigenza di tutelare la salute del figlio ?desiderato´ che, diversamente da quello che realmente si sacrificherà è entità virtuale, del tutto astratta, esistente solo nella rappresentazione mentale dei suoi aspiranti genitori». «Sicchè - scrive il giudice Lima nella sentenza - si da´ l´impressione suggestiva di volere tutelare la salute del figlio, ma siccome il figlio tutelato non e´ quello reale ma quello virtuale, non si difende in realtà alcun figlio, ma la propria volontà di averne uno conforme ai propri desideri».

«E´ una sentenza traumatica - sostiene Maria Paola Costantini, legale della coppia - che ha sconvolto la vita della coppia e non tiene conto del diritto alla salute dei genitori e dello stesso bambino».

Per il ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, «la sentenza evidenzia uno degli aspetti della legge che non condividevo e che ritengo vada corretto».