Articolo da "Il Manifesto" del 11 dicembre 2003
Bestiario in diciotto articoli
Una rete di discriminazioni, divieti e sanzioni. Un mostro giuridico contraddittorio e inapplicabile

STEFANIA GIORGI
A passo di carica, blindata, la legge sulla fecondazione assistita in dirittura di arrivo si squaderna davanti agli occhi - increduli e inorriditi - del popolo italiano come una mostruosità giuridica, una creatura chimerica partorita da ibridi e trasversali integralismi. Una legge disumana, talebana, fondamentalista, medioevale, oscurantista ma soprattutto inapplicabile. Un colpo mortale in primo luogo alla autorevolezza e alla credibilità di un parlamento che detta legge infischiandosene delle effettive possibilità di applicazione delle norme, né delle conseguenze perverse che ne possono derivare. Articolo dopo articolo, infatti, tesse una rete di impedimenti, divieti, sanzioni e controlli spesso in contraddizione tra loro. Filiazione di una concezione dello stato etico che si erge a controllore fin nella intimità della vita di ciascuna e ciascuno, a dispensatore di cure e diritti per alcuni e non per tutti. Discriminando nella tutela dei diritti fondamentali, quali la salute, la sessualità, la procreazione. Facendo l'elenco dei buoni e dei cattivi, eterosessuali e accoppiati da premiare, omosessuali e single da cancellare. Un preliminare e assurdo discrimine che potrebbe, paradossalmente, in nome del «diritto uguale per tutti», aprire la strada della riduzione per tutti della tutela di questi diritti estendendo divieti, limiti e sanzioni anche alla procreazione sessuale? Se è costituzionalmente inammissibile negare una terapia a donne sterili soltanto perché non in coppia si arriverà a negarlo anche a quelle che restano incinte dopo un rapporto sessuale, magari occasionale? La domanda che provocatoriamente si/ci ponevano Maria Luisa Boccia e e Grazia Zuffa sul manifesto di martedì scorso non è poi tanto peregrina visto il giro di vite annunciato anche per quel che riguarda la revisione - in nome della coerenza giuridica per garantire a tutti i nascituri la stessa tutela e gli stessi diritti - della legge 194 lanciata dal cardinale Ruini e ripresa dal chierichetto (Udc) Maurizio Ronconi. Divieto chiama divieto, restrizione chiama restrizione. Il parlamento comincia l'opera e il governo la rifinisce. Come si tradurrà, nella pratica, l'ordine del giorno approvato dal senato - presentato da Renzo Gubert, Calogero Sodano, Leonzio Borea e Giuseppe Gaburro del fronte cattolico e del gruppo centrista dell'Udc - che fissa i criteri di accertamento della convivenza di chi richiede l'accesso alle tecniche di fecondazione assistita? Criteri che «garantiscano che tale convivenza sia stabile, tenuto conto al riguardo del preminente interesse del nascituro». Il compito di verificare quanto stabile e affidabile sia una coppia di conviventi è affidato nientemeno che al governo. Come? Con un provvedimento affidato a quale ministero? da una commissione di esperti? a un servizio di «volanti» sguinzagliate sul territorio di poliziotti, carabinieri, vigili urbani e assistenti sociali? La fantasia di ciascuna/o può sbizzarrirsi all'infinito.

Altro punto di fumosità applicativa riguarda gli embrioni congelati, circa 30 mila, e conservati nelle strutture. Sparita dal testo l'adottabilità, al ministro della sanità Sirchia è stato dato l'incarico di provvedere al loro destino con un decreto amministrativo. Ma non si capisce come si potrà cavare dall'impaccio visto che la legge non gli permetterà né di distruggerli né tantomeno - di impiantarli nell'utero di una donna perché inciamperebbe nella vietatissima e sanzionata (dai 300 mila ai 600 mila euro di multa) fecondazione eterologa.

E che dire dell'obbligatorietà dell'impianto dei tre embrioni? Vietata la revoca del consenso, anche in caso di embrioni malati, la donna non ha scelta né scampo. Cosa ipotizzano i legislatori anziani del nostro parlamento? Di costringerla contro la sua volontà dichiarata e manifesta? Il medico che si ritrova a dover impiantare questi tre embrioni dovrà chiedere un'ingiunzione al giudice? Rivolgersi a polizia e carabinieri per prelevarla da casa e portarla in ambulatorio? agli infermieri di inchiodarla al lettino per procedere all'impianto? I medici potranno invocare l'obiezione di coscienza di fronte a una tale mostruosità e disumanità di trattamento? Non risolve i dilemmi, anzi complica ulteriormente i problemi attuativi e interpretativi di questa materia (articolo 6), l'ordine del giorno approvato dal senato e presentato del relatore Flavio Tredese (Forza Italia) relativo alla possibilità di revoca del consenso fino al momento della fecondazione chiedendo - di nuovo al governo - di impegnarsi a «esplicitare, nelle linee guida, che di fronte a una revoca del consenso oltre i limiti stabiliti non vi è obbligo di attuazione coercitiva di impianto dell'embrione»; «a esplicitare che il medico, avendo agito legittimamente nella sua responsabilità, non è responsabile della situazione». Al di là dell'incerto e oscuro linguaggio, cosa prevarrà alla fine? il testo della legge o la «raccomandazione» del governo?

Ma i trattamenti da lager riservati alle donne non si fermano qui. Come definire in altro modo il divieto di produrre più di tre embrioni per volta? In caso di insuccesso (molto frequente) la donna dovrà sottoporsi a nuovi bombardamenti ormonali con alcuni effetti collaterali possibili come menopausa precoce e neoplasie ovariche. Ma che importa, quello che conta non è la salute della donna ma la salvaguardia dell'embrione.

Nessuna speranza, infine, per i poveri infertili ai quali toccherà rassegnarsi. L'articolo 3 stabilisce infatti che la procreazione assistita non rientra nelle prestazioni del servizio sanitario nazionale. Il che significa che serviranno circa 10.000 euro per ogni tentativo. I ricchi, al contrario, potranno sempre andare all'estero oppure ricorrere al fiorente e lucroso mercato clandestino, al parallelo mondo del «si può tutto basta sganciare i soldi» che questa legge produrrà. Una storia antica e ben nota, la stessa che ha condizionato per secoli il ricorso all'aborto.