Articolo da "Il Manifesto" del 31 agosto 2004


Fecondazione, scompiglio nella destra
«Libertà di cura»: uno striscione romanista riapre allo stadio Olimpico il dibattito sulla procreazione e rilancia il referendum

IAIA VANTAGGIATO
Trenta metri di striscione piovono sui tifosi della Roma - domenica sera, allo stadio Olimpico - durante la partita con l'Iran: «Libertà di cura» chiedono senza mezzi termini i supporter giallorossi. E invitano a firmare il referendum che chiede l'abrogazione della legge 40 sulla procreazione assistita. La Roma batte l'Iran 5 a 3 ma la rete più spettacolare è quella messa a segno da ultras e radicali che per la prima volta scendono politicamente in campo contro il governo e contro quanti - dopo aver fatto approvare la legge - ne chiedono ora la modifica. Qualsiasi cosa, pur di non ridestare l'odiato fantasma referendario.

Dell'iniziativa radical-romanista, naturalmente, tacciono concordi i giornali del mattino mentre Repubblica concede ampio spazio ai tardivi ripensamenti della ministra per le pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, che - fresca di vacanze - dichiara: «I laici della casa delle libertà battano un colpo. Ma anche i cattolici rifuggano dalla tentazione di imporre la loro visione del mondo».

C'è altro? Certo che sì, perché la ministra non si limita a bacchettare i suoi alleati di ieri ma invita tutti ad «una alleanza dei volenterosi per cambiare la legge sulla fecondazione assistita». Le motivazioni non sembrano proprio nobili ma di sicuro son sincere: «Ritengo il referendum politicamente pericoloso per il centrodestra».

Sinistre le parole della deputata dell'Udc Dorina Bianchi, relatrice della legge licenziata dal parlamento la primavera scorsa: «Facciamole almeno compiere un anno di vita e poi inizieremo a riflettere e a discutere». Parla di una legge e non di embrioni: deve essere - la sua - una fissazione.

Duro il commento del vicepresidente della Camera, l'azzurro Alfredo Biondi, che si schiera apertamente a favore della consultazione popolare: «Spero - dichiara l'esponente liberale di Forza Italia - che quanti in Fi, e sono molti, la pensano come me decidano di superare le incertezze e uscire dall'ipocrisia». Il diritto e la fede - conclude - devono procedere su binari distinti.

Quanto all'Udc - a sentire le parole della responsabile per la famiglia Olimpia Tarzia - sembrerebbe ormai l'unico vero baluardo della democrazia in Italia: «Se ancora i parlamentari rappresentano il popolo italiano, bisogna con fermezza dire no al tentativo strumentalizzante radicale del referendum». L'espressione è un po' involuta ma per fortuna Tarzia conclude sciogliendo il suo pensiero: «Lo stato laico non si realizza consentendo ai forti di sopprimere i deboli, ancor più se piccoli, ancor più se malati. Se questo è lo stato liberale che sogna Prestigiacomo c'è da domandarsi quale concetto abbia di pari opportunità».

Terrorizzato dall'ipotesi referendaria è anche il responsabile azzurro per i rapporti col mondo cattolico Francesco Giro che invita il segretario dei radicali italiani, Daniele Capezzone, «a lasciare integre le prerogative, nobili e costituzionali, di una maggioranza che governa, legifera e si confronta».

Altro che confronto. Quella della ministra è stata - in tutta evidenza - una uscita inopportuna che ha fatto sì che molta più agitazione circolasse ieri fra i banchi del centrodestra che non sugli spalti dell'Olimpico.

Per non parlare delle reazioni dell'opposizione: dai Verdi allo Sdi, dal Nuovo Psi al Pdci lo sdegno è unanime: «Dov'era Prestigiacomo - è la domanda del capogruppo dei senatori diessini Gavino Angius - quando la maggioranza partoriva una legge disumana? Noi non accettiamo pasticci fatti ad hoc contro un referendum sacrosanto che abbiamo promosso e che difendiamo». Beh, proprio a promuoverlo - almeno quello integralmente abrogativo - i diesse non sono stati ma alla fine, almeno, sono arrivati a difenderlo.