Articolo da "Il Corriere della Sera" del 28 gennaio 2005

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Il senatore a vita e il dibattito sulla fecondazione
«Al referendum bisogna votare e dire no»
Andreotti: «Il cardinal Ruini? Astensione rischiosa, ricordiamo come finì quando Craxi disse di andare al mare»
ROMA - Presidente Andreotti, dal sondaggio del «Corriere» si deduce che il no è quasi alla pari con il sì in tre quesiti, e in testa in quello sui diritti dell'embrione. Questo indica che i cattolici possono vincere la battaglia per il no, senza rifugiarsi nell'astensione?
«Io credo di sì. E' una questione complessa, che dipende molto dall'impostazione dei quesiti. E' ovvio che se gli elettori fossero chiamati a esprimersi su una norma che impedisce la ricerca sul cancro tutti voterebbero per abrogarla. Ma non è questo il caso. Se la Corte Costituzionale avesse ammesso anche il quesito sulla legge nel suo complesso, non avrei avuto dubbi: una legge che disciplini la materia è indispensabile, e va difesa. Ma anche così mi pare che il no al referendum difenda il principio affermato dalle ultime ricerche scientifiche per cui la vita inizia con il concepimento e, quindi, l'embrione è un soggetto giuridico con i suoi diritti».
Dal presidente della Cei è venuta l'indicazione per l'astensione.
«Altri vescovi invece si sono espressi per il no. Nutro profondo rispetto per la Conferenza episcopale, però a me l'astensione pare un rischio, non solo dal punto di vista politico ma anche aritmetico: se chi difende la legge si divide tra chi vota no e chi non vota, rischia di far prevalere la minoranza. E' accaduto che gli appelli all'astensione ottenessero l'effetto opposto: quando Craxi invitò gli elettori ad andare al mare, ci fu non solo chi restò in città ma chi andò al seggio con la febbre. E poi noi cattolici abbiamo sempre enunciato l'obbligo di andare a votare, anche se è vero che non si tratta di elezioni politiche».
Ha ragione chi paventa che il mondo cattolico non abbia più l'energia per una battaglia culturale e politica dopo le sconfitte su divorzio e aborto?
«No. Il problema mi pare diverso; sia per la specificità dell'argomento, sia soprattutto per il clima generale, che oggi è più incoraggiante».
Lei al Senato votò a favore della legge sulla fecondazione assistita, ma fece una dichiarazione che diceva in sostanza: se il Parlamento facesse valere questi stessi principi, dovrebbe riscrivere la legge sull'aborto. Perché?
«Sarebbero state necessarie modifiche, però il peggio era rimanere senza norme. Quanto all'aborto, se la legge sulla fecondazione assistita riconosce l'embrione come soggetto giuridico, non si capisce perché a quattro mesi lo si possa uccidere. A me pare almeno altrettanto grave che se uccidessero me, che ho ottantasei anni».
Con quale spirito lei affrontò la battaglia referendaria sull'aborto?
«Speravo di evitarlo, speravo si potesse lavorare sul concetto di aborto terapeutico. Certo era una materia di estrema delicatezza».
E' vero che lei si è pentito di aver firmato come presidente del Consiglio la legge sull'aborto, sia pure come atto dovuto, senza condividerne il merito? Davvero, se tornasse indietro, si dimetterebbe?
«Purtroppo non potei farlo: eravamo sotto il tiro delle Brigate Rosse, che qualche giorno prima avevano assassinato Aldo Moro. E pensi che in quei terribili giorni il Senato non volle mai sospendere la discussione della legge, se non mezza giornata per commemorare Moro. Le mie dimissioni sarebbero state fatali; si sarebbe aperta una crisi grave e, dopo di me, difficilmente un altro democristiano avrebbe potuto fare un altro governo. Non l'ho mai detto, ma ho sempre pensato di aver patito anticipatamente qui sulla Terra le sofferenze che mi attendevano all'altro mondo per espiare quella colpa. Magari avessi potuto fare come re Baldovino del Belgio, che abdicò per un giorno per non firmare l'aborto. A me non è stato dato scegliere».
E quando l'Italia si divise sul divorzio?
«Anche allora speravo di evitare il referendum, distinguendo tra matrimonio canonico, indissolubile, e matrimonio civile, che il divorzio avrebbe potuto interrompere».
E' un'ipotesi di cui aveva discusso con i dirigenti del Pci?
«Non solo il Pci si disse d'accordo, ma fece di più: una proposta di legge presentata dalla sinistra indipendente, mi pare dalla collega Carettoni Romagnoli. Il problema non erano i comunisti ma i cattolici intransigenti come Gabrio Lombardi, promotore dei referendum, che mi diceva: voi politici vivete come in un acquario, lontano dalla gente, che è contrarissima al divorzio... si sbagliava».
E' vero che la battaglia referendaria fu imposta alla Dc da Papa Montini, nonostante le perplessità di molti di voi?
«Aspetti che vado a prendere il diario del 1974. Ho appuntato la frase testuale del Papa la sera stessa, dopo un colloquio in Vaticano. Paolo VI disse: "Noi il referendum non l'abbiamo chiesto. Ma non possiamo impedire che un gruppo di cattolici si serva di uno strumento previsto dalla legge per cancellare una legge ingiusta". Questo fu il mandato personale del Papa».
Il governo socialista spagnolo ha legalizzato le adozioni delle coppe omosessuali. E' un provvedimento destinato a diventare legge anche altrove?
«Guardi, io sono uomo d'altri tempi, quando sento parlare di coppie mi vengono in mente i piccioni. Ma non voglio mancare di rispetto a nessuno. Già una volta mi attirai una querela dell'Arcigay, per fortuna poi ritirata, per aver detto scherzosamente che di questo passo gli "anormali" saremo noi. Io sono assolutamente favorevole al rispetto dei diritti degli omosessuali, e sono contento di aver visto in questi 86 anni una grande evoluzione sociale proprio nel senso del rispetto. Ma l'equiparazione totale con le famiglie sinceramente mi pare troppo. Chissà, può darsi che quando saranno passati altri 86 anni le cose saranno ancora diverse».
Più di dieci anni fa, al meeting di Cl a Rimini, lei indicò la bioetica come questione centrale nella politica del futuro. Ne è sempre convinto?
«Certo, e lo dimostra proprio questo referendum: riguarda una questione estranea alla gran parte degli elettori (personalmente non conosco nessuno che sia ricorso alla fecondazione artificiale), ma ha già acceso uno scontro politico molto duro e messo in gioco questioni generali. Personalmente sono d'accordo con Pera quando dice che l'embrione non può essere oggetto di esperimenti come le biglie di Galileo, e non con Scalfari quando lo critica».
Il no al referendum è una battaglia che i superstiti della diaspora democristiana, o almeno le forze che si riconoscono nel Partito popolare europeo, possono condurre insieme?
«Sono due cose troppo diverse, il referendum e il Ppe».
Come giudica la scelta di Berlusconi e dei leader che lasceranno libertà di coscienza? E' un modo di rispettare la libertà degli elettori o uno stratagemma per evitare di assumersi responsabilità politiche e di poter essere sconfitti?
«Ogni voto è un voto di coscienza. Questo concetto di libera uscita non è un'idea democratica, è un'espressione da caserma».
Aldo Cazzullo
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