|
La fecondazione parla arabo
Eleonora Martini
Roma
A due anni dall'entrata in vigore della legge 40 sulla fecondazione artificiale ormai una cosa è certa: il turismo procreativo è un business. O almeno può diventarlo. Così, le coppie che vedono fuori dei confini nazionali una chance in più per realizzare il loro sogno di diventare genitori non resteranno certo indifferenti alla notizia della nascita di un Centro di Infertilità del Mediterraneo, con sede centrale a Palermo, fondato per tessere «una rete condivisa di conoscenze in materia di infertilità» con altri otto paesi «dell'area geografica di cui la Sicilia fa parte a pieno titolo»: Marocco, Tunisia, Grecia, Libia, Turchia, Algeria, Giordania e Emirati Arabi Uniti. «Una collaborazione fra le due sponde del Mediterraneo, a cavallo fra la cultura medica occidentale e quella dei paesi islamici», recita il comunicato emesso dall'«Ivf Mediterranean center» dopo la celebrazione avvenuta ieri a Roma in uno studio notarile dell'atto formale di nascita. Che però altro non è stato che la firma congiunta di un protocollo di intesa dei rappresentanti di nove centri privati per la procreazione assistita ubicati in ciascuno dei paesi citati, alla presenza di rappresentanti delle relative ambasciate. Ad assistere all'evento avrebbero dovuto esserci ma non c'erano anche Walter Veltroni e il governatore del Lazio Piero Marrazzo, non è chiaro in quale ruolo.«Non è un caso se abbiamo scelto la data dell'11 settembre per presentare un progetto che vuole abbattere gli steccati tra i due mondi mettendo al centro la donna», racconta la biologa Mirta Baiamonte, presidente dell'Ivf, il Centro nato da un'idea di suo padre, il deputato di Forza Italia Giacomo Baiamonte fondatore dell'associazione «Lazzaro Spallanzani Onlus» (nulla a che vedere con l'omonimo ospedale romano). Lo stesso Baiamonte, docente di Chirurgia d'urgenza all'Università di Palermo, che più volte si è espresso contro la fecondazione eterologa, ma anche, giura sua figlia, contro la legge 40. E che, come spiega Mirta Baiamonte stessa, l'ha «aiutata a trovare i canali istituzionali giusti». Ma qual è lo scopo del Centro, oltre all'«attività congressuale e seminariale che affronti il tema della fecondazione artificiale anche dal punto di vista giuridico, sociale e psicologico» e alla «creazione di una scuola permanente di endoscopia ginecologica con sede a Palermo» per formare personale medico nei paesi islamici? Il core dell'operazione è soprattutto quello di sfruttare la legislazione di quei paesi «enormemente meno restrittiva della nostra perché per esempio prevede la possibilità di congelare gli embrioni in eccesso», spiega la dottoressa Baiamonte, e agevolare così quel 20-30% di coppie che dopo l'entrata in vigore della legge 40 hanno preferito rivolgersi a centri spagnoli, belgi o svizzeri. «Paesi però dove il costo di ogni ciclo è molto alto - continua Baiamonte - se da noi ogni intervento di fecondazione può costare 3-4 mila euro, in Spagna ad esempio può arrivare anche a 15 mila euro. In Tunisia invece i prezzi sono più contenuti anche perché abbiamo stipulato una convenzione con alcuni hotel che fissano il costo residenziale a circa 50 euro a notte e stiamo cercando contatti con le banche e le compagnie assicurative disposte a finanziare le coppie bisognose». Il progetto che costa circa 15 milioni di euro sarà finanziato anche con i fondi della Comunità europea e dei ministeri della Sanità dei paesi coinvolti. Tranne l'Italia perché, come racconta Baiamonte, la ministra Turco non ha proprio steso tappeti rossi. Per il momento il bacino d'utenza potrebbe aggirarsi sulle 500 coppie l'anno. «Sono persone che si fidano di noi - aggiunge Baiamonte che ha anche lavorato a Palermo con il professor Ettore Cittadini, luminare di fama internazionale dell'embriologia e della fecondazione artificiale - e vogliono andare in paesi dove sono sicuri che saranno seguiti con uno standard controllato e secondo un protocollo clinico e deontologico da noi stabilito». E poi c'è l'attività di ricerca. In collaborazione, assicura la biologa, con il prestigioso Ismett di Palermo, col Memorial Hospital di Istanbul e con l'associazione Luca Coscioni. Obiettivo del progetto di ricerca è la costruzione di una banca di tessuto ovarico crioconservato allo scopo di «preservare dall'infertilità le pazienti oncologiche» e prevenire il ricorso alla fecondazione eterologa. Anzi, per dirla con le parole di Mirta Baiamonte, «eliminare il concetto di eterologa», un pallino di famiglia evidentemente. L'idea è che congelando un pezzo di tessuto ovarico - che ha la capacità di riattecchire sul corpo della paziente da cui è stato prelevato - da una donna in età precoce, si possa prevenire un'eventuale futura sterilità dovuta a malattie. Ma la biologa spinge oltre la sua ambizione scientifica: «Vogliamo far sì che la superstimolazione ovarica si possa fare in vitro e non in vivo - dice - una cosa possibile, visto che finora la sperimentazione su animali ha dato buoni risultati». Tutto molto affascinante. Peccato però che lo stesso professor Ettore Cittadini nel cui centro di Palermo nacque nel 1987 il primo bambino italiano da un embrione congelato, liquida il progetto con un giudizio caustico: «Un'iniziativa sterile, gestita da personale non qualificato». Cittadini in particolare mette l'accento sulle «velleità scientifiche»: «La crioconservazione per la fertilità è il filone su cui si sono buttati tutti. Ma chi fa questo lavoro seriamente, come Carlo Flamigni che in Italia è stato il primo, sa che gli ovociti non possono essere crioconservati per più di sei mesi. Per quanto riguarda il tessuto ovarico poi, di cui noi abbiamo l'unica banca in Italia con 29 campioni congelati, sappiamo che non c'è mai stata al mondo una gravidanza umana ottenuta con ovociti maturati in vitro prelevati da follicoli primordiali, perché non c'è alcun modo di preservarli. Far riattecchire il tessuto ovarico invece si può, ma in vivo non in vitro. E anche così è molto difficile. Il resto è tutta fantascienza». |
||