Articolo da " La Repubblica" del25 0ttobre2006


Confermata la legge. Marito e moglie di Cagliari volevano evitare il rischio di dare alla luce un bambino talassemico
"Embrioni, niente diagnosi preimpianto"
La Consulta respinge ricorso sulla fecondazione. Le associazioni: sentenza politica
La donna aveva detto: se perdiamo rinuncerò al sogno di avere un figlio

MARIA NOVELLA DE LUCA
ROMA - «Se perdiamo - aveva detto Simona - rinuncerò per sempre al sogno di un figlio». Ieri Simona ha perso. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato "non ammissibile" il suo ricorso contro l´articolo 13 della legge 40 sulla fecondazione assistita, articolo che vieta la diagnosi pre-impianto sull´embrione. A tutti, anche alle coppie con anomalie genetiche conclamate.
Era il giugno del 2005, alla vigilia del referendum sulla fecondazione assistita: Simona, 35 anni, casalinga di Cagliari, portatrice di anemia mediterranea, aveva deciso di disubbidire. Pubblicamente. Aveva cioè rifiutato l´impianto del suo embrione perché la nuova legge impediva, appunto, che quell´embrione venisse analizzato, e ne imponeva invece il trasferimento "coatto" in utero. «Non ce la faccio - aveva spiegato - non potrei sostenere un nuovo aborto, ad un anno di distanza, dopo aver scoperto che il figlio che porto dentro di me è malato. Ho visto troppi bambini morire di talassemia dopo sofferenze tremende. Ma l´unica scelta per me di fronte a questa legge assurda è affrontare una interruzione volontaria di gravidanza alla decima settimana, dopo aver fatto l´amniocentesi. No, basta, non ne posso più di abortire. E nessuno credo, può con la forza costringermi ad impiantare l´embrione».
Queste le parole di Simona a Repubblica quattordici mesi fa. Insieme al marito Pietro, infermiere, e assistita dall´avvocato Luigi Concas, Simona aveva deciso di iniziare una battaglia legale per dimostrare come il rifiuto della diagnosi pre-impianto, e ancor di più l´impianto coatto dell´embrione, avrebbero potuto nuocere gravemente alla sua salute mentale, già duramente provata dagli aborti. La tesi di Concas è che in questo caso l´articolo 13 della legge 40 fosse in disarmonia con la Costituzione, là dove la Costituzione sancisce il diritto alla "tutela della salute" di tutti i cittadini. L´atto di "disubbidienza" aveva poi costretto il suo ginecologo Giovanni Monni, primario dell´ospedale microcitemico, a congelare l´embrione in attesa della sentenza. Dalla Consulta però è arrivato un chiaro "no". Poche righe, per adesso, in attesa delle motivazioni, una doccia gelata per centinaia di coppie portatrici di anomalie genetiche alle quali oggi non restano che i centri esteri. Al termine di una udienza pubblica, e con tempi rapidissimi, i giudici della Corte Costituzionale hanno diffuso un comunicato in cui si dice soltanto che «il ricorso è inammissibile». In realtà l´avvocatura dello Stato, nella sua memoria, ha difeso la legge sulla fecondazione assistita perchè «non esiste, e non ha fondamento giuridico, la pretesa di avere ‘un figlio sano´ e che, pertanto, non può assumere alcuna rilevanza l´elemento attinente all´equilibrio psico-fisico della donna».
Immediate le reazioni delle associazioni, da Madre Provetta a L´Altra Cicogna, fino alla Rosa nel Pugno che parla di "sentenza politica". Ma è sul fronte giuridico che si apre un altro fronte: che fine farà quell´embrione congelato? Risponde l´avvocato Luigi Concas: «La Corte ha involontariamente deciso la morte degli embrioni. La mia assistita infatti rifiuterà l´impianto per evitare il rischio e il dramma di un nuovo aborto». La legge 40 però vieta il congelamento degli embrioni. Che cosa succederà adesso a Simona? Potranno obbligarla all´impianto? Probabilmente no, ma il caso è aperto.

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