Articolo da "La Repubblica" del 22 maggio 2004


Il viaggio della speranza di 11 donne italiane all´Istituto Ivf per ricevere gli ovociti di donatrici ucraine
Kiev, nella fabbrica dei bambini con il sogno di diventare mamme
La maggior parte di loro ha superato da tempo i 40 anni ma nessuna vuole mollare. Franca: se non va bene qui tento in California
Valeri Zukin, primario dell´istituto: "L´ovodonazione resta la principale attrattiva per le straniere, abbiamo il 30% dei successi per ogni ciclo"

VERA SCHIAVAZZI
KIEV - La partenza per la fabbrica dei bambini è fissata all´alba, in un aeroporto del nord. Si va a Francoforte e di lì a Kiev, e si spera di tornarne cinque giorni dopo col segreto di una gravidanza iniziata. Tre giorni fa, in quell´aeroporto c´erano 11 donne e 8 uomini, arrivati da Roma, da Milano, dal Veneto per ricevere gli ovociti di una donatrice, una giovane, sana, bella ragazza ucraina, fecondarli in provetta col seme del proprio compagno e poi farsi impiantare gli embrioni. Una tecnica, l´ovodonazione, relativamente semplice e molto promettente soprattutto per le aspiranti madri quarantenni o ancora più vecchie, ma vietata, anzi vietatissima dalla nuova legge e comunque difficile da praticare in paesi ricchi come l´Italia, dove gli ovociti, al massimo, può regalarli una sorella.

Il viaggio della speranza, il viaggio di chi non vuole, non sa, non può rinunciare all´idea di un figlio portato in grembo per nove mesi, comincia così, con gli anziani genitori di Franca e Daniele che li accompagnano anche se non tocca a loro partire e, in un sacchetto di plastica, portano la torta fatta in casa e i panini per tutti. Per tutti, perché quando sei al secondo, al terzo, al quinto tentativo, sei anche amico di chi ti sta accanto, ti scambi i consigli e gli scongiuri, lo spray al progesterone che serve alle donne per prepararsi all´impianto, le battutacce da caserma che servono agli uomini per tirarsi su il morale e convincersi che questa volta andrà tutto bene. La prima cosa che balza agli occhi mentre siamo al check in è l´età: soltanto la coppia arrivata da Roma, che è al primo viaggio e se ne resta in disparte, ha meno di 40 anni, gli altri sono donne e uomini che hanno già sofferto molto, che non vogliono mollare e che quell´età l´hanno passata da un pezzo. C´è la signora con gli occhiali scuri che ha perso un figlio in un incidente subacqueo. Inutilmente i medici l´hanno sconsigliata, per poi cedere e consentirle due tentativi. C´è quella apparentemente serena che a 46 anni desidera un figlio perché è al secondo matrimonio, mentre nelle stesse settimane aspetta la risposta da un paese dell´estremo oriente per avere anche un bimbo adottivo.

E c´è Franca, la veterana, l´indomita Franca alla quale tutti chiedono informazioni e spiegazioni, Franca che ha tentato prima con la fecondazione in provetta ed ora è alla quarta ovodonazione, Franca che ha avuto due gravidanze extrauterine, un caso sfortunatissimo, e che se non le va bene questa volta a Kiev ha già deciso, tenterà la ?surrogate´ in California, ovvero l´ovocita di un´altra donna fecondato col seme del marito e poi reimpiantato nell´utero che la stessa donna ?impresterà´ per nove mesi. Franca e il marito sono ancora giovani, belli, ben vestiti, lavorano insieme in una città del nord-est, dirigono una piccola azienda artigianale che ?dà molte soddisfazioni´. Una coppia unita, difficile dire se dall´affetto ?speciale´ che queste storie portano in molti matrimoni o se dall´amore di prima, una coppia che potrebbe fare qualsiasi altra cosa, viaggiare, progettare. O adottare un bambino. «Adottare è un gesto bellissimo, generoso - chiariscono - Ma, semplicemente, è una scelta diversa, non un´alternativa al figlio che non siamo ancora riusciti ad avere».

Arrivati a Kiev, scatta l´organizzazione ucraina: Yuri, il nostro accompagnatore-bodyguard-mediatore ci fa superare in 4 minuti netti formalità e controlli sgomitando e spiegando che siamo un ?tourist group´, poi tutti sul pullman diretti in città, prima di arrivare in centro cantiamo perfino, come nelle gite. In albergo, c´è una traduttrice e subito dopo arriva David Bider, il primo medico che si occuperà delle donne italiane. Non un medico qualsiasi, ma uno dei medici israeliani dell´équipe di Tel Aviv diretta da Yehoshua Dor, e che da più di due anni ha ?trovato´ i colleghi di Kiev e non li molla più. Le ragioni di questa intesa, nella quale gruppi italiani, ma anche francesi e più recentemente americani si sono ?infilati´, sono più di una: la serietà della scuola ucraina, da sempre all´avanguardia nella medicina ginecologica e nelle tecniche di riproduzione assistita, le radici ebraiche di molti medici di Kiev, i prezzi bassi e la grande disponibilità di donatrici. Per questo, almeno due volte al mese, da Tel Aviv, dove la legge consente pressoché tutte le tecniche di fecondazione artificiale, partono gruppi come il nostro, che invece è costretto alla clandestinità. La paura, la speranza, le tecniche sono uguali per tutte, legali e clandestine. Si arriva, si fa fecondare nella provetta l´ovocita donato, si attende che gli embrioni arrivino a quattro cellule, di solito il secondo o il terzo giorno, poi si scelgono i più belli e li si reimpianta nell´utero: è il momento del ?transfer´, il più delicato. Valeri Zukin, il primario dell´Isida Ivf, l´istituto ucraino per la riproduzione assistita, che qui è il padrone di casa, spiega: «Noi consigliamo di impiantare solo due embrioni, al massimo tre, avvertendo la donna che potrebbe avere una gravidanza tripla e che in Italia, a differenza di qui, è vietato ridurre il numero di embrioni nell´utero». Chiediamo a Bider e a Zukin quanto costa comprare gli ovociti. «Questo non è un bazar, qui non si compra nulla», è la prima, secca risposta. Poi Zukin si ammorbidisce e spiega: «Se una donatrice non ha almeno un po´ di spirito umanitario non si sottopone alla pratica del pick up, né alle stimolazioni ormonali che la precedono. Noi le riuniamo, facciamo un primo screening (devono avete tra i 20 e i 30 anni, nessun precedente di malattia fisica o psicologica, ed essere già madri almeno di un bimbo), poi spieghiamo loro che saranno rimborsate per il disagio». Si parla, ma i medici non confermano, di un disagio da 800 dollari circa - una cifra con la quale nella nuova Kiev dei miliardari e dei poveracci si può tirare avanti qualche mese - per un ?regalo´ che può arrivare fino a 20 ovociti da distribuire tra più pazienti venute da lontano. E la nostra traduttrice commenta: «Qui si vende tutto, palazzi, capelli? perché non si dovrebbero vendere gli ovociti?». Una donna può ?donare´ fino a 4, 5 volte, poi passa l´età consigliata e ulteriori stimolazioni finirebbero col diventare nocive. Le pazienti italiane, invece, pagano 5.000 euro per il ?trattamento´, più le spese del viaggio. Presto, molto presto, si porrà il problema dei bambini che, nati con questa tecnica in famiglie diverse ma con gli ovociti della stessa donatrice, potrebbero essere consanguinei. Ma Zukin, un uomo laico, sereno, professionale, si sta attrezzando: «Da noi all´Isida Ivf è già in funzione una banca dati, consigliamo alle madri e ai padri che sanno di aver ottenuto un figlio con questa tecnica di consultarci se e quando il bambino diventato adulto desidera sposarsi o diventare a sua volta genitore». Tra un mese, Zukin e i suoi colleghi israeliani se ne andranno dalle stanze e dai laboratori che ancora occupano nel vecchio ospedale pubblico di Kiev, dove ufficialmente la sanità è ancora gratuita e in pratica ormai si paga per tutto. Una nuova, lussuosa, iper-tecnologica ?fabbrica dei bambini´ li aspetta appena fuori, nel verde: qui i soldi arrivano dai privati, e si vede che sono tanti, qui sono pronte le camere per le donne americane, israeliane, italiane, o perché no ucraine, purché ricche. «L´ovodonazione - spiega Zukin - resta probabilmente la nostra principale attrattiva per le pazienti straniere, abbiamo il 30% di successi ad ogni ciclo. Ma in questa nuova clinica faremo anche diagnostica e chirurgia, accompagneremo i parti. Insomma, tutto ciò che serve dal momento in cui si decide di avere un figlio a quello in cui ce lo si ritrova in braccio». E racconta la storia di Marja, 52 anni nel 2002, una contadina ucraina che aveva perso nella tragedia del sottomarino Kursk il suo unico figlio: «Era distrutta, ripeteva che solo tornare madre l´avrebbe salvata dalla pazzia. In coscienza, l´ho sconsigliata. Ma i suoi organi erano perfetti. Ho fatto l´ovodonazione e dal secondo tentativo è nata una bambina. Sono felici».

Per Franca e le altre arriva il momento più delicato. Mentre i mariti consegnano le provette col seme necessario alla fecondazione (quelli che non sono qui ci hanno salutati alla partenza, ma gli spermatozoi sono stati congelati in occasione del viaggio precedente) loro vengono visitate, analizzate, esaminate, mentre continuano a prendere i farmaci giusti per diventare il più possibile ?accoglienti´. E´ mercoledì, qualcuna riceverà i ?suoi´ embrioni già domani, qualcun´altra dovrà attendere un giorno in più. Il resto è fatto di parole ("ma tu come ti trovi col farmaco nuovo?", "hai già provato l´altro?", "mi dispiace tanto per l´altra volta, ho saputo che hai dovuto anche essere operata?"), di passeggiate, di visite alla città. Poi si torna in Italia e si resta a sperare, quindici lunghi giorni almeno prima di sapere se, questa volta, è andata bene.