Articolo da "Il Manifesto" del 13 giugno 2002

PROCREAZIONE E FAMIGLIA
Il fantasma del terzo incomodo

IDA DOMINIJANNI
«Signor presidente, onorevoli colleghi, sono sempre stato convinto che il parlamento fosse uno specchio del paese, magari deformato, ma in meglio. Ma oggi gli interventi che ho apprezzato di più sono quelli delle colleghe, e quella mia convinzione sta crollando. Mi chiedo e vi chiedo: se la metà dei parlamentari di quest'aula fosse donna, come lo è metà del paese, votremmo questa legge? Io penso di no. Siamo uno specchio molto deformato, anzi forse non siamo più uno specchio». E' passato da poco mezzogiorno quando il ds Carlo Rognoni taglia l'aula con questa tutt'altro che rituale osservazione. Non dice altro, ma dice tutto. Tre ore di dibattito hanno già messo in scena un evidente vantaggio di competenza femminile sulla procreazione, sulla famiglia e sulle aporie di una legge che tenta di normarle e normalizzarle; ma non è solo questo il punto. Il punto è che in contemporanea e in contrasto con questo di più femminile, nell'aula di Montecitorio sta andando in scena un demenziale e disperato film di segno contrario, titolo provvisorio «patetici tentativi di revanche di un patriarcato morente». E visti insieme, i due film fanno l'effetto surreale che devono fare: un parlamento che rappresenta solo se stesso, una legge che viene approvata per essere violata, una distanza infinita fra i suoi mittenti e le sue destinarie. Ferito a morte in primo luogo, come ricorda Elettra Deiana del Prc, proprio dalla libertà femminile nella procreazione, il catto-patriarcato all'italiana, contingentemente supportato dai convincimenti identitari, razzisti e proprietari che circolano nella cosiddetta Casa delle libertà, ha una paura blu di perdere definitivamente il controllo della situazione e ne dice di tutti i colori, facendo del divieto di fecondazione eterologa l'ultima trincea della propria sopravvivenza. Due fantasmi lo agitano, quello della sterilità maschile - che in aula nessuno osa nominare fino all'intervento di Franca Bimbi, fra i petali della Margherita favorevoli all'eterologa -, e quello di un rimedio peggiore del male, consistente nell'inseminazione della «propria» donna col seme di un altro. Fantasma della turbatio sanguinis lo chiama Bimbi, minaccia alla sicurezza della patrilinearità nella procreazione, terrore che il padre si dissolva e che il «marchio genetico», denuncia Fabio Mussi, si corrompa. Senza pudore l'uddiccino Lucchese la chiama «posizione del terzo incomodo»: con la fecondazione eterologa questo succede, che «uno dei tre, nella famiglia, non è geneticamente in linea», cioè, come dice il leghista Cè, «si altera il patrimonio genetico», che è quasi peggio di quando ti toccano il patrimonio accumulato evadendo le tasse nel ricco nordest. Salvo che, osserva la verde Laura Cima, quando c'è di mezzo il patrimonio alimentare di preoccupazioni genetiche in giro se ne sentono poche o nulla.

Non che di pudore ne mostri di più il popolare Fioroni, che come Rosi Bindi sente «eterologa» e vede il demonio, quando candidamente accusa il centrosinistra, che poi sarebbe il suo schieramento, di avere a cuore solo il diritto della madre a procreare e non quello del padre, e invoca la parità genitoriale contro il primato materno. Ma qui andiamo già per il sottile. Meno sottili le associazioni mentali di Cè, eterologa uguale adulterio genetico, o la motivazione con cui l'azzurro Russo difende la fecondazione omologa come unica tecnica consentita, in quanto «implicante l'identità biologica e spirituale dei duefuturi genitori, senza l'intervento di soggetti estranei alla coppia». Non ha torto Maura Cossutta quando osserva che, ci siano di mezzo la procreazione o gli immigrati, sempre di ossessione e rassicurazione identitaria si tratta per la nostra maggioranza di governo.

E la rassicurazione, come sempre nell'amato Stivale, passa per la famglia. Una famiglia tanto doc che nella realtà non c'è più. Con un padre e una madre, si sgolano dai banchi della destra ossessionati dal loro possibile sdoppiamento in madre o padre genetico e affettivo, ma si capisce che il desiderio di ridisciplinare le famigliole è più vasto, ancorché contrario a ogni anche personale esperienza. Anna Finocchiaro ci prova: squarciate il velo dell'ipocrisia per favore, quanti di voi hanno una famiglia regolare? Nessuna risposta. Perfino l'adozione, tirata in ballo per un verso come possibilità di «dissuasione» dalla procreazione assistita, viene per l'altro verso disprezzata come rimedio da famiglia di serie B, provocando le vive proteste di Marida Bolognesi. Per non dire delle single, prese e buttate fuori a calci dall'accesso alle tecniche procreative. E' l'etica di stato, bellezza, quella che impone modelli invece che garantire condizioni di agibilità dei diritti e delle libertà, contro cui tutte e tutti si sollevano dai banchi del centrsinistra, da Giovanna Melandri a Katia Zanotti a Gloria Buffo a Roberto Villetti, e qualcuno - pochissimi: Alessandra Mussolini e i socialisti del nuovo Psi - anche da quelli del centrodestra.

E come sempre quando si cercadi pareggiare l'impareggiabile: nel caso: padre, madre, nato, non nato - si combinano solo guai. L'azzurro Rosso rivendica, il giorno dopo, la bandierina messa martedì sui diritti del concepito: finalmente, gongola, è una persona autonoma dalla madre. Non sa quello chedice, come gli ricorda Anna Finocchiaro: «Lei non sa, come non lo so io e non lo sa nessun giurista in questo paese, cosa sono i diritti di un soggetto che non è ancora nato in un ordinamento che riconosce capacità giuridica solo con la nascita». Nessuno lo sa, tranne il solito Cè che ne enumera quattro: alla vita, alla dignità, all'identità, «a venire al mondo nell'ambito affettivo dei genitori biologici». Come il bambino di Cogne e la ragazza di Novi Ligure, per dirne due che erano nati in una famiglia normale, normalissima.