Articolo da "La Repubblica" del 14 febbraio 2004
Il paradosso di una legge nata per tutelare gli embrioni che evoca invece immagini di gelo e di morte
Il viaggio delle "vite possibili" verso un unico frigorifero di Stato
Con la "deportazione" in un unico frigo si vogliono evitare manipolazioni illecite
La necessità di sanzione dell´illegalità rende un calvario il concepimento legale
Distanza, costi e trasporti a rischio mettono in pericolo le "vite in provetta"

PAOLO RUMIZ
Ventiquattromila embrioni ciechi, ricercati nelle cliniche e negli ospedali di tutt´Italia, contati dalla Finanza, caricati su furgoni speciali, portati via con la scorta, blindati in celle sterili, sistemati su scaffali in contenitori numerati, chiusi in fondo a un´unica, grande cripta di ghiaccio, inaccessibile, lontana da tutto. Tre, forse quattrocento bidoni, pieni di vite possibili, a fine carriera già prima di aver cercato la luce, dimenticate nel buio, concentrate in un unico Gulag, in attesa di una liberazione che forse non arriverà, o forse solo di una morte pulita, lontana dall´ipocrisia della politica.

Non è un libro-incubo di Orwell, non è il film «Matrix» dove gli embrioni sono coltivati per nutrire mostri. Non è nemmeno l´angosciante romanzo «Il nuovo Mondo», dove Aldous Huxley racconta la fabbrica dei bambini-schiavi. E´ la misura che il ministro della sanità, sulla base della nuova legge, ha lanciato per tenere sotto controllo e sottrarre a manipolazione gli embrioni cosiddetti «extranumerari», 24 mila 276 secondo il censimento dell´anno Duemila. Una cella frigorifera centralizzata, a Milano.

E´ paradossale che una misura annunciata in nome della vita riesca a evocare solo immagini di morte, gelo, celle funerarie, lager, deportazioni. Ma qui non è importante ciò che sarà davvero il campo di concentramento degli embrioni d´Italia. In fondo è lo stesso freddo, la stessa tecnologia, la stessa sorveglianza burocratica dei centri periferici di fecondazione assistita. Anche negli ospedali di provincia non vedi nulla. Non c´è un oblò o un microscopio da cui spiare la tua cellula viva. Non c´è nulla di poetico o di teneramente pre-natale in quei bidoncini color zinco o beige chiaro, spostati su un carrellino a ruote da infermiere in camice, pieni di azoto liquido a 180 gradi sotto zero.

Forse, per le cellule umane non cambierebbe niente. Stessi canestrini chiusi in un´intelaiatura di alluminio; stessi cilindri di plastica, uno per donna; stesso nome scritto con un pennarello a punta sottile in inchiostro indelebile. E, all´interno di ciascuna provetta, stessi tubicini millimetrici con dentro la cellula, anch´essa numerata. E allora perché il caveau di ghiaccio ci inquieta? Forse perché non conta ciò che è, ma ciò che rappresenta: l´irruzione dello Stato nella vita biologica dell´individuo. Una paura nuova, che fa immediato cortocircuito con un´altra, che bussa già nel nostro futuro. Il controllo del gene umano, la duplicazione della vita, i posteri-replicanti.

Certo, ti dicono biologi e medici, almeno il trenta per cento degli embrioni nei centri di fecondazione assistita erano destinati al dimenticatoio. E´ il caso delle coppie che hanno avuto già i loro figli. Queste hanno già scartato la possibilità di riuso, e lasciano i «superstiti» in soprannumero al destino, cioè la decadenza biologica. Ma lontano, altrove, anche questo cambia. Quella tua cosa, anche se è inutile, viene portata via, finisce in un tunnel freddo; con la nuova legge non è più adottabile o trapiantabile, diventa cosa del ministro e dei suoi burocrati. Viene ceduta a ignoti, deportata tra i morti viventi, lontano come in terra di Transilvania, fatta sparire. Non è la stessa cosa. Ma allora, come reagirà quel 60 per cento (o più) che mette ancora in quelle provette la sua speranza, i suoi sogni?

Un furgone che parte, ti sottrae quella cosa tua. Quale tempesta di incubi può scatenarsi nel cervello? «Finisce l´illusione di averlo vicino», spiega una donna che si è sottoposta al trattamento. La distanza genera angoscia e la moltiplica. Così rifletti che, se la tua vita possibile diventa proprietà dello Stato, allora tutto dipende da cosa sarà quello Stato, se avrà bisogno di creature bioniche per combattere, di figli-soldati, magari da modificare geneticamente in futuro. Allora pensi che ti stanno rubando i posteri, la libertà biologica. Oppure ti accorgi, in un lampo, che quello che loro chiamano «protezione» in realtà è possesso, dunque furto della vita.

Allora immagini quell´uno fra i ventimila sepolti vivi, ti chiedi come farai a tornare da lui, a trovarlo in mezzo a quella folla. Pensi: chissà se sarà ancora sano, se il trasporto non l´ha sbalzato dai cestini chiusi nell´azoto liquido, non l´ha mescolato ad altre provette, confuso con altre etichette. Mi diranno la verità? Non sarà vivo in mezzo ai morti? Non lo terranno più a lungo del necessario, magari per farne altro? E se vorrò servirmene, potrò farlo davvero? Davanti a quale burocrate dovrò genuflettermi per riaverlo? Era davvero questa, il lager delle cellule, la sola alternativa possibile al far west della genetica e al mercato della vita?

E´ impensabile che una legge fatta per proteggere gli embrioni li allontani dalla loro destinazione naturale, il grembo materno. La necessità di controllo e di sanzione nei confronti delle illegalità, se applicata in modo centralistico, di fatto rende un calvario proprio il concepimento legale. Distanza, costi, trasporti a rischio per le provette, rinuncia al medico di fiducia, esautoramento dell´assistenza e del controllo territoriale. Un salto nel buio, per chi ha già dovuto affrontare la fatica di un trattamento ospedaliero, pregiudizi, siringhe e paure. Che senso ha, ci si chiede? Non sono già sufficienti i controlli attuali? Non bastano le visite dei Nas? I ricorsi legali sono già nell´aria.

Al ministero lo sanno, escludono che le necessità di controllo possano entrare in collisione con il diritto dei singoli al concepimento. Ma la legge non aiuta, è zoppa e monca, finirà anch´essa sul tavolo di giuristi e tecnici prima di diventare applicabile. Non dice nemmeno quali diritti hanno quegli ultimi «diversi», col torto di essere in soprannumero.