Articolo da "Il Manifesto " del 3 giugno 2006


Sì all'inseminazione in Danimarca
«Figli per single e lesbiche»
Dopo un lungo dibattito, votata dalla sinistra e da una parte del centrodestra la legge che concede la procreazione assistita gratuita negli ospedali a donne single o omosessuali. Il paese si conferma così all'avanguardia in Europa per quanto riguarda i diritti civili

Iaia Vantaggiato
Dopo una settimana di acceso dibattito parlamentare e dopo «soli» nove anni di battaglie politiche, cade - in Danimarca - l'ultimo tabù. E' stata infatti approvata ieri, dal parlamento danese, la legge che consente l'inseminazione artificiale gratuita negli ospedali per le coppie lesbiche e per le donne single. 86 i voti favorevoli, 61 i contrari e 21 gli astenuti su un totale di 179 seggi. La proposta era già passata ad un primo esame del parlamento (il Folketing), il 24 maggio scorso, con un solo voto di maggioranza.
Sulla nuova legislazione si spaccano governo, partiti e società civile anche perché a far pendere l'ago della bilancia nei confronti della nuova normativa è stata la defezione di una parte consistente del partito liberale che - in aperto contrasto con il premier di centrodestra Anders Fogh Rasmussen - ha dato il suo via libera a che i nuovi provvedimenti venissero adottati. Fra i deputati liberali che hanno votato a favore della nuova legge, anche il portavoce del partito, Jens Rhode, che ha dichiarato: «Per quanto volessimo garantire la presenza di un padre e di una madre, non siamo più in grado di farlo. Sappiamo dell'esistenza di tanti genitori soli, di tante famiglie separate e non possiamo legiferare al di fuori di queste problematiche». Proibire a donne single e alle lesbiche di usufruire dell'aiuto medico - ha aggiunto - sarebbe stato discriminante. Tutto bene non fosse che le donne single continuano a essere definite - da media e politici, in Italia, in Europa e nel mondo - «donne sole».
Una geografia del voto da far girar la testa anche ai più consumati politici italiani. Da un lato, per l'appunto, il governo di centrodestra che - sostenuto da parte dell'opinione pubblica - aveva cercato di mitigare e di addolcire la proposta dell'opposizione: sì all'inseminazione artificiale per coppie lesbiche e single ma solo all'interno di strutture private e a spese delle eventuali richiedenti. Dall'altro socialdemocratici, socialisti popolari e Lista Unitaria che non si sa in base a quali ingegnerie e guizzi istituzionali sono riusciti a spostare dalla loro anche numerosi liberali.
Esultante, come è ovvio, la comunità omosessuale danese: «Dopo nove anni di battaglie siamo felicissimi - ha dichiarato Mikael Boe Larsen, dirigente dell'Associazione nazionale danese di lesbiche e gay -, la gente piange di gioia, le lesbiche sono le più contente e hanno ragione: è passata la loro 'forma' di famiglia». Mesto e abbacchiato è apparso invece Rasmussen: «Naturalmente ho sostenuto la proposta del governo e mi dispiace che non sia passata. Ma è importante aver preso una decisione. La questione è stata discussa per anni e non avremmo guadagnato nulla ad aspettare ancora». Più battaglieri del premier, i rappresentanti del partito conservatore alleato di governo «People's party», una formazione anti immigrati che non riesce ad accettare la sconfitta e che non rinuncia ad affermare con impropria sicumera: «Ogni bambino ha diritto ad avere un padre».
La Danimarca è stato il primo paese al mondo a introdurre - il primo ottobre del 1989, il matrimonio gay e lesbico da contrarsi regolarmente in municipio («unione registrata civilmente») e a concedere a tali coppie gli stessi diritti di cui godono quelle eterosessuali. Un passo importante che - all'inizio degli anni '90 - aveva spinto le comunità omosessuali a intraprendere nuove battaglie: l'adozione, il rito matrimoniale in chiesa (al quale, peraltro, alcuni vescovi sia pur isolati hanno acconsentito) e la fecondazione assistita.
E mentre in Danimarca persino la destra si adegua ai cambiamenti della società civile, l'Italia si spacca su «pregiudiziali etiche» che nulla hanno a che fare col vero sentire di quella stessa società. Civile, appunto.

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