Un bimbo su cinquanta nasce oggi in Italia con le tecniche della fecondazione assistita. Una tra le percentuali più basse tra i Paesi dell'Unione europea: nel Nord Europa, per esempio, la percentuale aumenta a uno su venti. «Con la nuova legge il numero di successi delle tecniche della fecondazione assistita sarà ridotto di almeno due terzi». A parlare è Luca Gianaroli, uno dei maggiori esperti in Italia di medicina riproduttiva, specialista in ginecologia e ostetricia al Sismer (una clinica di Bologna specializzata nella medicina della riproduzione) che ormai da anni collabora anche con l'Aied di Pordenone.
GRAVIDANZE MULTIPLE.Due sono, fondamentalmente, i punti critici di una legge che secondo lo specialista bolognese «è fortemente punitiva nei confronti delle coppie che hanno problemi di procreazione». Una critica che il medico fa, ovviamente, sul piano tecnico-scientifico, prescindendo da argomentazioni etico-morali. «Sui metodi da applicare - sostiene Gianaroli - si può discutere fin che si vuole. Ma il vero problema sono le limitazioni tecniche che questa legge imporrà agli operatori». Un esempio? «Se vuole anche più di uno. Prima cosa: l'obbligo di produrre non più di tre embrioni per volta e l'obbligo di impiantarli tutti e tre nell'utero della donna. Si tenga poi presente che sono anche vietati la distruzione e l'uso a scopo di ricerca degli embrioni. Questo comporta una possibilità più elevata di avere delle gravidanze multiple, che ovviamente comportano maggiori rischi per i nascituri».
CONGELAMENTO VIETATO.Una seconda cosa che, tra molti esperti e operatori è vista come un impedimento tecnico, riguarda il "no" al congelamento degli embrioni previsto dalla legge e il divieto della donazione di sperma e ovuli. «Prima della fecondazione, la donna - spiega il medico - viene sottoposta a un trattamento ormonale. Poi è necessario un intervento chirurgico, il più delle volte in anestesia generale, per il prelievo delle cellule-uovo che saranno poi fecondate. Non sempre però il primo tentativo va a buon fine. Per questo, fino a oggi, si potevano congelare gli embrioni e utilizzarli nei successivi tentativi oppure per la ricerca di un eventuale secondo figlio. Il divieto di congelamento obbligherà, in caso di fallimento, invece a ricominciare da capo: ancora farmaci alla donna, ancora un intervento chirurgico per il prelievo di ovuli e ancora un tentativo in vitro. È chiaro che se non ci fosse il divieto di congelamento si potrebbero utilizzare più volte gli embrioni prelevati originariamente, risparmiando alla donna i rischi derivanti dalle procedure ripetute».
NO ALLA DIAGNOSI.Nei casi in cui a richiedere la fecondazione assistita siano genitori portatori di malattie genetiche oggi c'è un modo per interromperla: la diagnosi preimpianto. «Il divieto di distruzione di embrioni - spiega Gianaroli - esclude di fatto anche la possibilità dell'analisi preimpianto. E dunque, cosa succede? La donna non potrà ricorrere alla fecondazione in vitro, dovrà concepire naturalmente il figlio anche nel caso in cui l'embrione sia malato. Salvo poi scoprirlo due o tre mesi dopo e quindi ricorrere all'aborto».
SIMULAZIONE.Al Sismer (Società italiana di studi di medicina della riproduzione) hanno provato a simulare un centinaio di nascite applicando le tecniche previste dalla nuova normativa. «Abbiamo preso - spiega lo specialista - cento cartelle di nostre pazienti a caso: cento donne che hanno partorito 122 figli contando anche i parti gemellari. Con la simulazione basata sulla nuova legge, alle stesse condizioni, abbiamo registrato 29 parti con 33 bambini nati. Risultato: rispetto a oggi le possibilità di successo dei metodi di fecondazione artificiale vengono ridotte di due terzi. Insomma, è come dire a un cardiochirurgo di operare con una sola mano».
Davide Lisetto
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