Andres Serrano: Semen and Blood II
Articolo da "La Gazzetta di Parma" del 13 dicembre 2003
Fecondazione eterologa, fecondazione omologa...

Il seme della libertà
''Eterologa»: contrario di omologa, come «eterogenea» è il contrario di omogenea. Parola che introduce un principio di a-simmetria, di alterità, di an-archia (che vuol dire senza inizio, rifiuto di un'archè autoritaria). Parola che introduce quindi un elemento di apertura, di sorpresa, di viaggio, di ospitalità, e in generale quell'elemento di disordine che è tutt'uno con la natura, l'idea che il corso delle cose non sia fissato per sempre e da sempre, col suggello di qualcuno che decide per gli altri (Dio, il Padre, o chi ne fa le veci). Viene in mente anche «eteroclita», e l'uso liberatorio che di questa parola faceva per esempio il sublime Diderot, illuminista certo, ma soprattutto anti-metafisico, anti-ideologico, anti-platonico: i suoi discorsi, scrive allegramente nel Sogno di d'Alembert, come le conversazioni, sono «altrettanto eterocliti dei sogni di un malato in delirio». Al contrario, l'ordine del discorso, come l'ordinamento della vita e dei comportamenti sociali (l'archè, la filiazione, la geneaologia, il destino…) celebrano il Potere che non tollera ciò che sfugge al suo controllo. E' quindi del tutto coerente che il divieto alla «fecondazione eterologa» sia sancito in un momento che è l'apice di un'ossessione normativa e identitaria, quella della chiusura su di sé, sullo stesso, quella della xenofobia e dell'omologazione, anzi omogeneizzazione. Mi sembra sia questo il tratto essenziale, peraltro assente dal dibattito, del divieto approvato dal Parlamento: il ripresentarsi in forze del tabù più antico legato al Potere (al Padre), tabù che ha ricevuto il primo imprimatur politico nella teoria del padre (appunto) della nostra civiltà: Platone. Qualcuno ricorderà (altri potrebbero leggerla) quell'opera fondamentale che è il Fedro di Platone, che parla di sesso, di amore e di scrittura, uniti tra loro dal discorso sul «seme». La scrittura, dice Platone, è «un cattivo sperma», e i suoi artefici sono «cattivi giardinieri», cattivi fecondatori: non si sa chi siano, né da dove vengano. Invenzione recente e attribuita oscuramente agli «Egizi» (sempre loro, gli altri, musulmani ante-litteram), la scrittura era fortemente avversata da Platone a causa del suo rendere pubblici e irreversibili i discorsi, cioè fuori dal controllo, dalla privacy, dalla possibilità di smentirli o di negarne l'accesso. Essa, insiste, crea una memoria artificiale alla portata di tutti, divulga i segreti, quella verità che, come la sessualità, come la procreazione, deve solo essere detta in presenza, in privato, identificata, scritta «sulla cera dell'anima e non su tavolette di argilla». La scrittura viceversa introduce un principio an-archico di disseminazione, come ha magistralmente e definitivamente mostrato Jacques Derrida. Si capisce allora che la battaglia civile per la fecondazione eterologa non riguarda soltanto la biologia, ma la vita di tutti, ed è strettamente connessa con quella per la libertà di parola, di espressione, di manifestazione pluralistica delle culture, e per la libera circolazione delle idee, delle sessualità, dei culti, degli individui e delle etnìe. Lasciamo da parte la veniale ipocrisia platonica di sostenere queste tesi contro la scrittura «scrivendole» (rilevarlo oggi è quasi una pedanteria, in epoca di sondaggi, di dominio televisivo, di liberalizzazione assoluta e disinvolta della falsità e delle smentite, per non dire la moda dei conflitti di interesse). Osserviamo piuttosto l'eco platonica (inconscia, certo, e quanto involgarita) nelle frasi pronunciate in questi mesi alla Camera: «fecondità affettiva» (cioè non genitale, in riferimento all'adozione, preferibile alla fecondazione eterologa); «seme della mutua» (detto con disprezzo per gli ignoti donatori, altrimenti definiti «angeli», con metafisica rimozione del corpo); «paternità genetica» chiara e sicura, a «denominazione di origine controllata» (sintesi, c'è bisogno di dirlo?, della posizione leghista). Sono alcuni scampoli del linguaggio trasversale pronunciato dai politici, a mostrare quanto l'avversione allo straniero e all'ignoto possa trasferirsi sul piano «embrionale», investendo l'evento del nascere di soffocanti ideologie omologanti. Solo la fecondazione omologa è legittima. Essere fecondati - fecondate - dall'altro, dallo straniero, sarà per legge una terribile devianza. Non c'è nulla di nuovo, purtroppo, ed è questo il problema. Nulla se non un ulteriore campanello d'allarme per una civiltà che non sa sanarsi, non sa evolversi, non sa trovare un equilibrio nella e con la natura. Il platonismo del Padre sembra vincere, politicamente, perfino sull'epocale tentativo introdotto in Occidente, storicamente e antropologicamente, con l'avvento di una religione del Figlio (e dello Spirito Santo, della Grazia, parola non a caso femminile che è generalmente sinonimo dell'ignoto, trascendente quanto immanente). Nulla di nuovo, quindi, tranne lo sconforto per l'arretratezza culturale di una classe politica che predica la modernizzazione, si dice riformista, e ancora oggi metterebbe al bando Spinoza per avere equiparato Dio alla Natura, e brucerebbe di nuovo Giordano Bruno per aver detto che l'universo è infinito, e quindi non esiste nessun centro. Del resto è dal Seicento, data di nascita notarile della nostra Civiltà e delle sue grammatiche (di lingua e di vita), che non si bruciano più le streghe, avendo già allora opportunamente inventato i manicomi. Ma oggi quella profilassi sociale sta incartando se stessa e l'Europa in una fortezza che si pretende assediata dai barbari: dalla popolazione eterologa. Mi chiedo: a quando l'interdizione dell'erotismo? Perché, questo si è capito, la clonazione è una pratica omologa, e quindi accettabile; ma la sessualità, il fare l'amore, è senz'altro eterologa.

Beppe Sebaste