Articolo da "Il Manifesto" del 28 aprile 2004


I miei bambini fuorilegge
Conversazione su senso e sentimento, con una donna che ha avuto due figli, gemelli, attraverso la donazione di embrioni, ormai diventata illegale in Italia

Nessun'altra via «Abbiamo cercato ogni strada, anche quella dell'adozione, ma gli anni passavano e non restava altra possibilità che quella della donazione»

Cosa gli diremo? «Dobbiamo pensarci, e discuterne a lungo. Dovremo proteggerli da finte verità (`non sono i vostri veri genitori') che sono in realtà bugie colossali»

ROBERTA CARLINI
Paolo e Luca, quattro mesi a testa, dormono tranquilli nei loro lettini, pancia piena e pannolini appena cambiati, mentre la loro mamma nella stanza affianco racconta come sono venuti al mondo. Si godono quell'aria rarefatta che sta sospesa nelle case con neonati, e anche noi abbassiamo la voce come se il sonno dei bambini non fosse a prova di campane a stormo. O forse abbassiamo la voce perché stiamo parlando del mistero della loro nascita. Che, casuale e miracolosa come tutte, ha una caratteristica in più, in questa accogliente casa milanese dell'Italia 2004: è illegale. Paolo e Luca sono figli probiti, ai sensi della legge n. 40/2004, ovvero delle nuove regole sulla procreazione medicalmente assistita. Sono nati dalla fecondazione più eterologa che ci sia, ossia con l'impianto nell'utero materno di embrioni donati: geneticamente non hanno niente a che vedere con Giovanna e Massimo, i loro genitori. «Era la prima volta che ci provavamo, con gli embrioni di donatori», esordisce Giovanna. Guai a pensare «che fortuna». Prima di quella prima volta, infatti, il curriculum di Giovanna (e Massimo) racconta di dieci «Icsi» in sei anni, quasi tutte fatte nel centro inglese dal quale poi sono arrivati Paolo e Luca. Dieci, o forse undici, Giovanna non lo ricorda con precisione. Massimo l'aveva informata della sua sterilità subito, anche prima che la loro relazione diventasse stabile. Così Giovanna ha cominciato a provare a fare un figlio in provetta a 39 anni, ci è riuscita a 45. L'Icsi è una tecnica con la quale gli ovociti della donna si fecondano in vitro con una sorta di iniezione del seme del partner; gli embrioni così ottenuti vengono poi trasferiti nell'utero. «Si usava tutto materiale nostro», dice svelta Giovanna che precisa: «Ci avevano avvertiti, le probabilità di successo non superano il 30%». Così, tra una Icsi e l'altra, Giovanna tenta anche un'altra strada, quella dell'inseminazione eterologa (che vuol dire: ovociti propri, seme di donatore. Anche quella proibita, secondo la legge 40). Senza volare in Inghilterra, stavolta è una normale (oggi illegale) banca del seme italiana a consentire «i tentativi»: sette o otto, ricorda Giovanna, tutti falliti. Giovanna racconta le inseminazioni eterologhe delle finestre «naturali»: giorni in cui si studia il ciclo, si monitora l'ovulazione e poi si inserisce seme di un donatore al momento fecondo. «La differenza rispetto alla Icsi è che lì l'ovulazione è stimolata, devi prendere farmaci e produci tanti ovociti, mentre in questo caso è naturale, si produce un solo ovocita. Io e Massimo abbiamo fatto indifferentemente l'una e l'altra cosa, e infine anche questa della donazione degli embrioni: non abbiamo mai avuto l'ossessione di un figlio geneticamente nostro al 100 per 100, abbiamo fatto anche la domanda di adozione appena abbiamo potuto». Cioè appena entrambi hanno ottenuto l'atto finale dei precedenti matrimoni e hanno potuto sposarsi: senza la fede, niente adozione. «Ma intanto, tra pratiche e bolli, il tempo passava, tutti e due superavamo i quaranta, insomma abbiamo deciso di provarle tutte. Le Icsi fallivano una dopo l'altra, pare che si sviluppassero degli anticorpi che rendevano gli spermatozoi immobili, in più col passare degli anni anche il mio `materiale' peggiorava. Così ci siamo risolti per la possibilità più estrema».

Donazione suona meglio

Donazione è una bella parola, quando si parla di nascite. Rispetto a quelle parole da laboratorio o da fabbrica - Icsi, Fivet, transfer, impianto - suona meglio, in questa casa con due culle e con la voce di Giovanna che si incrina quando deve parlare del «prima», delle origini dei suoi figli. «I bambini venuti dal freddo», dicono i giornali e le tv facendo vedere i contenitori nei quali si fa la crioconservazione degli embrioni. Giovanna racconta una storia calda, che comincia nel momento in cui il suo corpo ha accolto quelle cellule estranee. Viene voglia di non parlarne più, di quei «freezer», ma Giovanna ne parla. «Non è un tabù, mi sembra giusto raccontare, fare anche sapere ad altre donne che ce la possono fare. Paolo e Luca sono fratelli, i due embrioni che ci sono stati donati erano della stessa coppia, che aveva fatto a sua volta la fecondazione assistita in quel centro. Non è che se si producono sei o sette embrioni possono trasferirli tutti insieme nell'utero, così alcuni li crioconservano. Dopo cinque anni, la coppia che li ha fatti deve scegliere: o li prendono, o li donano ad altre coppie, o li destinano alla ricerca scientifica. Nel caso di donazione, ci sono regole precise: si studia la compatibilità dei caratteri fisici. Naturalmente noi dei `genitori' biologici non sappiamo niente». Due fratelli, concepiti in laboratorio inglese e nati insieme in un ospedale milanese. Potevi anche far finta di niente qui in Italia. «Ne ho parlato con molti. A mia madre l'ho detto subito, anche alle mie zie. Sono di un'altra generazione ma hanno capito. Anzi mia madre mi ha sostenuto, durante la gravidanza. E' stato un periodo brutto, niente a che vedere con la retorica della dolce attesa. Con quella pancia non ci ho mai 'parlato'. Non stavo bene, temevo che tutto andasse a finire male e non solo perché avere due gemelli a 45 anni non è facile. No, io pensavo: mi piaceranno? Li accetterò? E mia madre: certo che ti piaceranno, cosa ti salta in testa?». Per tutto il tempo Massimo è sullo sfondo, indaffaratissimo tra preparativi, medici, beghe burocratiche, lavori di casa. Poi nascono e Giovanna scopre che sua madre aveva visto giusto. Sono suoi, «Paolo con quello sguardo roccioso che sembra che mi sfidi, Luca con quella faccetta comprensiva da `oh povera mamma quante ne hai passate'». Paolo e Luca sono in famiglia.

Sembra quasi il racconto di un'adozione. Ai figli adottivi si parla delle loro origini, di solito. Se sono piccoli si ricorre a un'immagine molto usata, quella delle due mamme: la mamma di pancia e la mamma di cuore. Ma Giovanna è mamma di pancia, i suoi figli sono stati partoriti da lei, non sarebbero nati senza di lei.

Le due mamme

Con una certa trepidazione si affronta il discorso: che cosa gli direte? «Non lo so ancora. Di fatto, sono come i bambini adottivi: hanno genitori biologici da qualche altra parte nel mondo. Penso alla mia nascita, ai miei nonni e bisnonni: per me le origini sono importantissime, più di qualsiasi altra cosa. Questo mi fa pensare che avranno il diritto di sapere». Obietto: ma le origini di Paolo e Luca sono dentro di voi, non hanno nessuna esperienza e percezione degli altri «genitori», mentre un bambino dato in adozione l'esperienza dell'abbandono sia pur precocissimo ce l'ha. E non possiamo dire che, per una madre, vivere o no la gravidanza sia indifferente. Come si fa a dire che tu, che li hai fatti crescere dentro di te, non sei la madre 'naturale'? «Si è vero, il confronto con l'adozione regge fino a un certo punto. Devo ammettere che, anche se avevo chiesto l'adozione, desideravo di più farli io, i figli. Ma quando mi chiederanno `come siamo nati' non potrò raccontargli balle. Dovremo parlarne a lungo, io e Massimo. Certo è che molti affrontano il discorso con troppa facilità. Io forse ho sbagliato perché all'inizio di questa storia ho parlato con molti e ho visto poi qualcuno ritrarsi da me, come se avessi fatto una cosa diabolica, altri venirmene a parlare continuamente e scherzarci anche, con una leggerezza che a volte mi ha ferito. Devo pensare anche a loro adesso». Proteggerli anche da `verità' presunte («loro non sono i vostri genitori») che invece sono enormi bugie.

Adesso Giovanna racconta gli anni che ha dietro le spalle come una passeggiata. Sei anni tra laboratori, medici, analisi, responsi negativi, viaggi; e giudici, e assistenti sociali, per l'eventuale adozione. Non sono stati una passeggiata. «No, fisicamente tutte quelle stimolazioni ormonali non mi hanno dato problemi, anche se ero preoccupata per gli effetti nel lungo periodo. Ma mi sentivo sola, colpita da un'ingiustizia tremenda. Cercavo di dirmi, ogni volta che il test di gravidanza era negativo: si può vivere anche senza figli. Ma non era quello che volevo. Per tutti questi anni ogni giorno mi svegliavo pensando che non avevo figli e che non li avrei mai avuti».

Giovanna ha fatto un'interruzione di gravidanza tanti anni fa. «Quel concepimento era stato proprio un incidente, per di più era una relazione in crisi. Non ho avuto nessun dubbio sul farla, né prima né dopo. Non ho mai pensato 'ah se l'avessi fatto allora': che c'entra la Giovanna di allora? No, se una cosa devo rimproverarmi è l'aver vissuto troppo tempo pensando che il tempo non passasse, che sarei stata sempre giovane. Sono cresciuta su quest'errore, ma mi sembra un fatto comune a tanti della mia generazione». Da giovanissima l'aborto, da adulta la fecondazione assistita. «Non ho mai fatto confronti, a dire il vero... L'interruzione di gravidanza è molto più invasiva. Ammetto che avevo messo una specie di censura, dentro: quando ho abortito non mi sono voluta soffermare molto su quel che provavo, era necessario farlo e basta. Anche gli interventi di fecondazione assistita sono invasivi, ma devo dire che tutti gli staff con cui ho avuto a che fare sono stati disponibili, rassicuranti».

Un posto accogliente

Perché sei andata all'estero, con tutti i costi che ciò comporta? «Perché ho trovato un posto accogliente, lì in Inghilterra. La spesa era sulle 4.500 sterline per intervento, poi c'era il viaggio e il soggiorno. Ma la necessità di stare fuori per qualche giorno mi costringeva a mettermi in ferie o malattia, a `staccare' un po' per stare in un ambiente tutto sommato gradevole, una specie di ostello vicino al centro di fecondazione dove incontravo altre coppie ma anche gli infermieri. La sera del 'transfer' degli embrioni da cui sono nati Paolo e Luca ho incontrato in cucina il medico che mi aveva fatto l'intervento». Ti ricordi la sua faccia? «Come no. E' un indiano, in quel centro lavorano tantissimi medici stranieri. Mi ricordo le facce di tutti. Anche di molte donne che erano lì. Ma non parlavamo poi tanto. Soprattutto alla fine: non ne potevo più di sentire sempre le stesse storie, confrontare i vari calvari, i valori degli ormoni, le attese...».

I soldi, il viaggio, la lingua, le ferie. Non è che tutti possano permettersi una fecondazione assistita in centri privati, e poi all'estero. E molti in Italia non potranno farla affatto, perché la legge proibisce la conservazione degli embrioni, proibisce la fecondazione eterologa, proibisce di avere dubbi tra il momento della fecondazione e quello del transfer. Proibisce quasi tutto, chiude le porte dei centri pubblici e rende il calvario infinito. «Quando vedevo i titoli dei giornali sulla legge in discussione, saltavo l'articolo. Non leggevo, non volevo sapere. Avevo paura, pensavo solo: devo farcela prima che passi questa legge». Ma all'estero si potrà continuare a fare la fecondazione assistita, per le `privilegiate' come te in fondo non cambia molto... «Sì lo so, ma io non volevo sapere niente della discussione nel parlamento. Mi faceva rabbia, avevo il timore di leggere qualcosa che mi avrebbe impedito di andare avanti. Per me, la questione è semplice: questa legge è fatta da chi non ci è mai passato».