Articoli tratti da "La Repubblica" del 23 marzo 2002

Quarantatré anni, tetraplegica, potrebbe ancora vivere a lungo nella sua condizione, ma lei non vuole: ieri l´Alta Corte ha deciso

"Miss B. può morire in pace" Londra dice sì all´eutanasia

I medici staccheranno la spina alla donna paralizzata

"Non sono una superdonna, non sono Christopher Reed. Io non ce la faccio. Non ho nemmeno figli Voglio metter fine a un vita inutile"
Bloccata dal collo in giù, vive attaccata a un ventilatore: l´ospedale inglese finora si è rifiutato di eseguire la sua volontà

RICCARDO ORIZIO
LONDRA -Miss B. ha il diritto di morire «in pace e con dignità» perché è «mentalmente in grado di decidere il proprio destino». Quanto ai medici che la curano, hanno il dovere di obbedire alla sua richiesta di staccare la spina della macchina che le consente di respirare, anche se non condividono la sua scelta. Anzi, le dovranno pagare una multa di 100 sterline - 162 euro - come risarcimento simbolico per aver continuato a tenerla in vita anche contro la sua volontà.

È questa la storica decisione presa a Londra dall´Alta Corte alla fine di una lunga battaglia legale che ha diviso l´opinione pubblica britannica, la professione medica e i movimenti contro e a favore dell´eutanasia. Storica perché, contrariamente ad altri casi di persone gravemente malate, Miss B. è lucida, potrebbe vivere a lungo nella condizione (seppur difficile) in cui si trova e per i medici ha perfino una minuscola possibilità di migliorare.

Paralizzata dal collo in giù a causa della rottura di un vaso sanguigno della spina dorsale avvenuta un anno fa, Miss B. è tetraplegica e vive attaccata a un ventilatore in un ospedale inglese nel quale i medici si sono finora rifiutati di eseguire la sua volontà. Di lei si sa solo che ha 43 anni, è un´inglese di origine giamaicana, non è sposata e non ha figli. Prima dell´incidente aveva un master in scienze sociali e una carriera di successo. Sapeva di essere a rischio: in tasca aveva sempre una lettera nella quale chiedeva al personale sanitario di non curarla. Ma quando la temuta emorragia si è verificata, nel gennaio del 2001, Miss B. è stata ricoverata, salvata e curata. Appena si è ripresa, la donna ha ripetuto di ritenere la propria «qualità della vita» inaccettabile. E, di nuovo, ha chiesto di morire.

Ma è sufficiente ritenere la propria «qualità di vita» insostenibile per aver diritto all´eutanasia? L´ordine dei medici inglesi non aveva nulla da obiettare. Ma i medici curanti si sono rifiutati di eseguire quello che, per la legge, sarebbe stato fino a ieri un omicidio, sostenendo che l´etica della professione medica non lo consente. Inoltre, hanno aggiunto, forse Miss B. esprime un desiderio passeggero, che potrebbe cambiare con il possibile miglioramento della sua condizione. Tra paziente e medici, così, si è scatenata una silenziosa guerra. Nell´agosto del 2001 una perizia psichiatrica voluta da Miss B. ha stabilito che la donna non soffre di alcun disturbo ed è perfettamente lucida. Ma poco dopo gli stessi psichiatri le hanno prescritto degli antidepressivi. I medici, quindi, hanno continuato a tenerla in vita. Miss B., allora, ha deciso di rivolgersi all´Alta Corte.

In una testimonianza resa dal capezzale, la donna ha spiegato ai giudici dell´Alta Corte perché vuole mettere fine a tutto. «Non sono superwoman, non sono Christopher Reed. Io non ce la faccio. Se avessi figli, forse sarebbe diverso. Ma in queste condizioni voglio metter fine a una vita inutile», ha dichiarato.

Il dibattito sul destino di Miss B. è complesso, fatto di considerazioni morali, legali e tecniche. Miss B., per esempio, non vuole staccare lei stessa la presa che la tiene in vita perché dice: «Per rispetto nei confronti dei miei parenti, che sono totalmente dalla mia parte, non voglio suicidarmi». Ora non è ancora chiaro se a staccare la spina saranno i medici dell´ospedale dove si trova o se Miss B. - come è più probabile - verrà trasferita in un altro reparto di terapia intensiva dove lavorano medici che non obiettano alla sua volontà.

LA CONFESSIONE

Il ragazzo era incurabile

"Così ho ucciso mio figlio"
La madre ora è in carcere per istigazione al suicidio

LONDRA - «Sì, ho aiutato mio figlio Nigel a suicidarsi e non me ne pento. L´ho aiutato a iniettarsi una dose di eroina, perchè da solo non ci riusciva. Poi mi sono distesa accanto a lui, nella sua stanza. Il suo coma è durato cinque ore. In quelle ore abbiamo parlato molto, ci siamo detti tutto quello che c´era da dire. Alla fine ho premuto un cuscino sul suo volto, quando sapevo che era quasi finito. Gli avevo promesso di non permettere a nessun medico di rianimarlo e avevo paura che qualcuno desse l´allarme e lo socorresse. Mio figlio era deciso a morire: aveva 42 anni, non poteva più disegnare, la sua grande passione. Nigel aveva visto suo padre morire prima di lui della stessa malattia, il male di Huntington. Per me è stata la decisione più difficile della mia vita, ma entrambi ci siamo convinti che vivere in quelle condizioni non avrebbe avuto alcun senso».

L´agghiacciante racconto è stato fatto alla Bbc da Heather Pratten, 65 anni, madre di Nigel, malato terminale. Quello di Huntington è un male ereditario che colpisce il cervello. Prima rende difficili i movimenti, poi colpisce le capacità intellettuali. La conclusione è la morte. Dopo aver aiutato il figlio a morire, Heather Pratten è stata arrestata dalla polizia, che lei stessa ha informato. Poi è stata imputata di omicidio e rilasciata su cauzione. Infine è stata condannata a un anno di prigione per istigazione al suicidio.

(r.o.)