Articolo da " La Repubblica" del 5 dicembre 2006


"Eutanasia, dal Comitato silenzio su Welby"
Al via la Commissione del fine vita. Dopo la Bonino 500 in sciopero della fame
Anche Adriano Sofri aderisce all´appello dei radicali per staccare la spina

MARIO REGGIO
ROMA - L´agonia di Piergiorgio Welby scuote le coscienze e alimenta le polemiche nel mondo politico. E s´allarga il fronte delle adesioni alla mobilitazione lanciata dai radicali, perché a Welby sia concessa la possibilità di mettere fine alle sue sofferenze. Ieri ha iniziato la sciopero della fame, per due giorni, il ministro Emma Bonino. In serata ha aderito all´appello anche l´ex leader di Lotta Continua Adriano Sofri. In tutto più di cinquecento persone.
Solidarietà del ministro dell´Università e Ricerca Fabio Mussi: «Non ci si può accanire a tenere in vita il dolore». E Livia Turco ha annunciato la nascita della Commissione sulla terapia del dolore, le cure palliative e la dignità del fine vita: trenta esperti, coordinati dal ministro della Salute, che dovranno stabilire le linee guida, in futuro punto di riferimento delle strutture sanitarie. Ma sul caso Welby la Turco è stata categorica: «Non rientra nei compiti della Commissione». «Oggi si parla tanto e giustamente degli aspetti etici legati alla fine dalla vita - afferma Livia Turco - e si parla poco di cosa, invece, in ogni caso e al di là delle proprie convinzioni su eutanasia, testamento biologico e accanimento terapeutico, bisogna fare affinché nessuno sia lasciato solo e senza dignità nelle fasi terminali di una grave malattia ma anche nel decorso drammatico di molte malattie croniche invalidanti. La Commissione servirà proprio a creare le condizioni per umanizzare il passaggio dalla vita al decesso». Ma cosa pensa davvero la gente dei problemi legati alla sofferenza dei malati terminali senza speranza di guarire? Il sondaggio dell´Istituto IPR Marketing, diretto da Antonio Noto, per conto di Repubblica. it, non lascia dubbi. Su un campione scientifico di mille cittadini, emerge che il 64 per cento degli italiani sono a favore dell´eutanasia, almeno per quello che riguarda il caso di Piergiorgio Welby. Anche tra i cattolici praticanti prevale la convinzione che deve essere consentito di staccare la spina dalla macchina che tiene in vita artificialmente un malato senza speranza.
Un segnale di scollamento tra la società civile e la politica. Ma il mondo politico, dopo le interviste a Repubblica del presidente della Commissione Sanità del Senato, il diessino Ignazio Marino, e la dura replica del ministro Rosy Bindi, continua a dividersi.
La senatrice della Margherita Paola Binetti è convinta che «dalle istituzioni non può arrivare nessuna risposta, a parte l´espressione della piena solidarietà umana». E il ministro del Commercio estero, Emma Bonino: «Nessuno di noi ha il diritto di condannare un altro alla tortura. È esattamente ciò che sta accadendo e io da cittadina ho voluto partecipare a questa mobilitazione. E mi auguro un segnale dalla magistratura dopo la richiesta dei legali di Welby di un´indagine sull´eutanasia clandestina». Invece secondo Chiara Moroni, di Forza Italia, «non può essere la magistratura a decidere, conta la volontà della persona che deve essere messa nelle condizione di scegliere nell´ambito di un quadro legislativo chiaro». Alfredo Mantovano di An accusa i radicali di «strumentalizzazione del dolore». Sul caso si è espresso anche il regista Mario Monicelli: «È un tema che si potrebbe benissimo trattare come una commedia all´italiana, ironizzando e mettendo in ridicolo quelli che pensano che questo disgraziato debba rimanere lì a soffrire».
«La differenza tra la posizione del Ministro Bindi e quella di Ignazio Marino, ambedue rispettabilissime, è che quella di Marino è perfettamente coerente con il Codice deontologico medico», hanno affermato Demetrio Neri, ordinario di Bioetica all´Università Messina, Gilberto Corbellini, ordinario di Storia della medicina, Amedeo Santosuosso, magistrato, docente all´Università Pavia. In base alla procedura prevista dal codice medico, hanno spiegato, «il medico deve attenersi, nel rispetto della dignità, della libertà e dell´indipendenza professionale, alla volontà di curarsi, liberamente espressa dalla persona».

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