Una lettera-addio ai presidenti delle Camere: ci resta soltanto la disobbedienza civile
Eutanasia, la sfida di Welby
"Nessuno mi aiuta a morire, ricorrerò a Pannella"
In un libro la storia della distrofia che negli anni l´ha paralizzato "Implorai mio padre: sparami. Ma lui rispose: non chiedermi questo"
MARIA NOVELLA DE LUCA
ROMA - Una lettera che suona come un addio. O forse come un disperato ultimatum, oltre il quale altro non resta che «la disobbedienza civile». Proprio nel giorno in cui arriva in libreria il suo libro-testamento dal titolo "Lasciatemi morire", l´odissea vigile e lucida di un malato di distrofia muscolare che perde via via ogni facoltà di vita autonoma, Piergiorgio Welby indirizza una nuova lettera ai presidenti della Camera e del Senato. «Nonostante la mia pubblica richiesta di essere sedato per staccare il respiratore, nessuno vuole prendersi questa responsabilità. Quindi, l´unica via percorribile resta quella della disobbedienza civile che insieme a Marco Pannella e ai compagni radicali, non potremmo e non potremo far altro che mettere in pratica un giorno da decidere». Firmato: P. Welby.
Poche righe per dire che in un tempo anche breve Welby potrebbe ottenere ciò che chiede, e cioè una morte dignitosa, pur violando le leggi dello Stato. Morte dignitosa vuol dire, in questo caso, come sottolinea lo stesso Welby «una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire». Ma di questa «sedazione terminale» nessuno vuol prendersi la responsabilità, né i medici, né i politici, tantomeno i filosofi o gli esperti di bioetica. Così Welby, vicepresidente dell´Associazione Luca Coscioni, ammalato di distrofia dal 1963, oggi completamente immobilizzato a letto, vivo soltanto grazie ad un ventilatore polmonare, fa sapere che quella «sedazione terminale» arriverà grazie ad un atto di disobbedienza civile. E Marco Pannella alcune settimane fa aveva affermato pubblicamente di essere pronto ad aiutare Welby a morire...
Non sappiamo che cosa succederà nel futuro più prossimo, certo è che nelle 147 pagine del libro (Rizzoli) il suo pensiero Welby lo esprime con chiarezza. Ricordando sempre che pur totalmente immobilizzato è perfettamente lucido, e comunica grazie ad un computer. «Lasciatemi morire» inizia con una lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano. «L´eutanasia - si legge nel volume - è l´estremo e generoso aiuto che il medico può offrire per interrompere un percorso di morte. Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica´, io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico».
Ma il libro non è soltanto un atto politico, un lucido e tenace living will, il testamento biologico di un malato terminale, per cui ogni cosa è ormai dolore. E´ anche, e soprattutto, la storia di una vita, in cui con pochi e struggenti passaggi Welby ricorda una passeggiata, un giorno di tramontana e di sole, e lui già malato che chiede al padre «sparami, voglio morire in piedi, con il sole negli occhi», e il padre risponde «Piero, questo non puoi chiedermelo...». Poi c´è la sua compagna, la sorella, gli affetti, i libri, la passione civile. Testimonianze di un uomo che pur nella malattia ha vissuto con intensità, tanto da dire: «Io amo la vita, il mio sogno è l´eutanasia».