Immagine: Martina Mullaney
Articolo da "Il Manifesto" del 20 dicembre 2003
«Una scelta al ribasso»
Valerio Polcar, presidente della consulta sulla bioetica, critica il testo approvato dal comitato nazionale: «L'ultima parola non può rimanere nelle mani dei medici»

SARA MENAFRA
«E'un compromesso che finisce per limitare il diritto all'autodeterminazione del malato». E' durissimo il giudizio di Valerio Polcar, sociologo del diritto e presidente della Consulta sulla bioetica, in merito al documento dedicato al testamento biologico che il Comitato istituito presso la presidenza del consiglio ha approvato giovedì sera. La Consulta è stata la prima a stendere un testo di «direttive anticipate di trattamento» che il paziente potesse lasciare ai parenti e ai medici. E' da quel primo testo che il Comitato nazionale sulla bioetica ha avviato nel 2000 la discussione sul testamento biologico conclusa due giorni fa.

Il Comitato nazionale sulla bioetica sostiene che l'accordo appena votato compendia il diritto all'autodeterminazione del malato e quello alla valutazione autonoma del medico. Se il testo diventerà legge, sarà il medico a decidere se attenersi alla volontà del paziente oppure no, ma dovrà motivare la sua scelta per iscritto all'interno della cartella clinica.

Credo che stabilire questo principio sia di fatto svuotare di contenuto le «disposizioni anticipate di trattamento». Se io sono un paziente capace di intendere e di volere il medico può dire quello che vuole ma non può farmi un trattamento sanitario che io rifiuto. Al contrario lui può rifiutare una cura da me espressamente richiesta, con una obiezione di coscienza, ma la struttura sanitaria in cui sono ricoverato deve garantirmi il diritto ad avere quella terapia. Se in ultima analisi la scelta spetta al medico, anche se è obbligato a mettere la decisione per iscritto non cambia molto. E' comunque lui a stabilire il mio destino. Da questo punto di vista credo che sia significativo che il ministro Sirchia riferendosi al lavoro del Comitato abbia parlato di «dichiarazioni anticipate» piuttosto che di «disposizioni». Accettare il secondo termine significa riconoscere che sono scelte con lo stesso peso e la stessa importanza di quelle prese dal paziente cosciente.

Ma se io scrivo un testamento biologico e cinque anni dopo mi ammalo, posso non aver previsto le possibilità terapeutiche che i medici che mi cureranno avranno a disposizione. Oppure nel mio testamento posso non aver inserito tutte le evenienze...

Alcune malattie si evolvono nel tempo e danno la possibilità al paziente di valutare i progressi della scienza e modificare le disposizioni avendo presenti tutti i progressi della scienza. In altri casi questa possibilità non c'è, ed è qui che diventa centrale il ruolo del «tutor» a cui sono state affidate le disposizioni. Se nelle mie volontà non ho previsto tutto è lui a decidere per me, se la scienza mi da possibilità che non ho potuto valutare sarà lui a discutere con il medico. Ma alla fine l'ultima parola deve spettare al tutor.

La discussione si è concentrata a lungo sull'uso della parola «eutanasia» e alla fine solo l'intervento del professor Francesco D'Agostino, presidente della consulta, che ha deciso di eliminarla completamente dal testo ha portato alla quadratura del cerchio. E' davvero così importante la questione terminologica?

Secondo me è un falso problema. Come paziente perfettamente cosciente posso chiedere che mi siano praticati oppure no alcuni trattamenti terapeutici ma non posso chiedere che mi sia praticata l'eutanasia perché la legge lo vieta espressamente. Non si capisce perché i termini del problema dovrebbero cambiare quando non sono più capace di esprimere la mia opinione. Dire che approvando una legge per il testamento biologico si apre la strada all'eutanasia è solo un modo di negare i diritti del malato.

L'altro tema su cui si è molto dibattuto è quello dell'idratazione e dell'alimentazione. Un tema tanto discusso che alla fine il comitato ha deciso di lasciarlo aperto...

L'argomento è complesso ed è legato al fatto che alcuni esperti di bioetica ritengono che alimentazione e idratazione siano pura assistenza al paziente e come tali siano un dovere del medico in qualunque condizione. Altri invece, tra cui il sottoscritto, sono convinti che questi siano trattamenti terapeutici a tutti gli effetti e quindi che anche attraverso l'alimentazione artificiale sia possibile l'accanimento terapeutico. Anche qui può essere utile tenere come punto di riferimento ciò che il paziente cosciente può fare e provare ad attribuire gli stessi diritti anche ai pazienti non coscienti. Un malato capace di intendere e di volere ha il diritto di rifiutare il cibo. Ma capisco che sulla questione ci possano essere delle perplessità da parte dei medici.