Articolo da "La Repubblica" del 16 maggio 2005


"Così l´ho aiutato a morire" ecco il libro-choc sull´eutanasia
Torna il caso che ha scosso la Spagna e ispirato un Oscar
"L´ho fatto per amore" racconta la donna che preparò il cianuro per Ramon Sampredo

ALESSANDRO OPPES
MADRID - «Me ne voglio andare questa notte, Osiña», disse Ramón Sampedro alle sette della sera di domenica 11 gennaio 1998. Era l´inizio della fine di un lungo e tragico inferno durato «29 anni, quattro mesi e qualche giorno», come precisava lo stesso tetraplegico galiziano dal suo letto di malattia rivendicando davanti a una telecamera il suo diritto a «una morte dignitosa», pochi istanti prima di ingerire il fatale cianuro. A riprenderlo, in quei minuti che sembrarono un´eternità, era lei, Mariposa, Osa, Osiña, tre appellativi affettuosi con i quali Ramón chiamava Ramona «Moncha» Maneiro, la donna che gli era stata vicino nei momenti più difficili, e che per amore aveva deciso di aiutarlo anche nella scelta più dolorosa: quella di togliersi la vita.

Pochi mesi fa, a novembre, andato in prescrizione il reato (il governo Zapatero sta studiando la possibilità di depenalizzare l´eutanasia, ma la legge è ancora di là da venire), Ramona ha potuto interrompere un lungo silenzio, confessando al mondo la sua responsabilità. Senza rischiare per questo di finire in carcere. Ora, dopo il successo del film ispirato a questa vicenda, Il mare dentro di Alejandro Amenábar, premiato con l´Oscar alla migliore pellicola straniera, Maneiro racconta la storia nei dettagli nel libro Caro Ramón, da domani in vendita in Spagna. Ed è una conferma del lavoro accuratamente realistico fatto da Amenábar e della grande interpretazione di Javier Bardem, costretto all´immobilismo come lo era nella vita reale il suo personaggio, ma straordinariamente espressivo.

«Me ne voglio andare questa notte». Moncha se lo aspettava da tempo, notava nei suoi occhi una tristezza sempre più accentuata. Ma non poteva immaginare che dovesse accadere proprio quel giorno. «Prima che mi comunicasse la notizia, avevamo passato un pomeriggio di caffè, sigarette e chiacchiere. Noi due soli, senza che succedesse niente di anormale». L´appuntamento venne fissato per le due di notte. «Indossai un vestito di velluto rosso che non avevo potuto sfoggiare una notte di Natale quando stavo con il padre di mio figlio piccolo. A Ramón avevo raccontato la storia e mi chiese che lo mettessi per lui». Quando entrò nella sua stanza, lo trovò tranquillo. Le lettere di addio erano già pronte. In una, il cui testo è stato rivelato ieri dal quotidiano El Mundo, confessa a un piccolo gruppo di amici che la sua più grande preoccupazione è «la situazione economica nella quale si possa trovare la persona che mi fornisca aiuto per morire». Parlava a voce bassa, Ramón, ma era già pronto per dare le ultime, definitive istruzioni. «Mi fece pesare un´aspirina e una cucchiaiata di cianuro di potassio. Mentre mi affannavo a compiere le sue indicazioni, fece alcune telefonate di congedo. Depositai la quantità di cianuro indicata in mezzo bicchiere d´acqua, misi una cannuccia e glielo avvicinai al vassoio». La fine è ormai vicina, Sampedro suggerisce all´amica di non stare dietro la telecamera in quei momenti. «Ma io non accettai, perché volevo accompagnarlo.

E non me ne pento». Le cose, però, furono più complicate del previsto. «La nostra idea o, almeno, la mia, era che dopo aver bevuto il cianuro si sarebbe addormentato per sempre. Però no, cominciarono le convulsioni. Resistetti un poco guardandolo. Credevo che fosse cosa di un istante, ma si prolungò. Non so quanto tempo passò. È relativo. Per me fu moltissimo, però forse furono minuti, o secondi.

Cominciai a sentirmi male, mi abbassai e scivolai via per non essere ripresa dalla telecamera, che continuava a funzionare. Cercai rifugio nel bagno. Non sopportavo di ascoltare quel lamento. Non so se lui soffriva. Io sì. Mi rimproverava quello che stava accadendo: «Questo non è quel che io volevo, questo no, no, no... ». Mi tappai le orecchie. Non volevo ascoltare. Le convulsioni continuavano, mi dolevano i suoi gemiti». Un incubo straziante. «Ripeto che non so quanto tempo passò. Minuti, suppongo, però mi si fecero eterni. Dopo, la casa restò in silenzio».