| Monza, Paola, 22 anni, consegna il suo memoriale ai magistrati Aiutò la madre a morire chiede il patteggiamento MARCO MENSURATI E gliel´aveva trovata lei, su Internet, quella clinica dal nome così sinistro, «Dignitas». Un posto specializzato in morti assistite, da dove, aveva ricevuto via posta un depliant che spiegava tutto quanto andava fatto per prepararsi alla dolce morte. Al giudice, la storia la racconta lei stessa, con un memoriale lungo e dettagliato, scritto a mano. «Mia madre diceva di non avere via di scampo e di aspettare che la sua vita finisse per smettere di soffrire». Era malata di sclerosi laterale amiotica: «Un giorno mi raccontò della sua disperazione perché, immobilizzata, non poteva far nulla per soddisfare il suo desiderio e che tutte le persone a cui aveva chiesto si rifiutavano di aiutarla (...) Di fronte alle sue insistenze cedetti. Ricordo bene la sera, nel luglio del 2002. Piangendo ancora prima di avere acceso il computer, digitai la parola eutanasia su un motore di ricerca. «Assecondai tutte le sue richieste continuando le ricerche e inviando mail. La speranza e l´attesa di una risposta erano l´unica cosa che permetteva a mia madre di sopportare la sofferenza fisica e psicologica». Poi rispose la Dignitas: «L´associazione richiese la documentazione clinica. Solamente che la mamma di Paola non mangiava cibi solidi da tempo e faceva molta fatica a bere. Era rischioso praticare l´eutanasia in quelle condizioni: occorreva una operazione preventiva per posizionare una sonda gastrica. «A metà maggio mia madre si operò al San Raffaele». La situazione si complicò ulteriormente, tanto che la ragazza fu costretta a prendere degli psicofarmaci per far fronte alle continue crisi di panico. Il 22 giugno l´ultima telefonata dalla Svizzera: «Mia madre poteva andare da loro il 26 giugno». «Mi fece comprare un cellulare, prenotare un taxi per il trasporto e preparare una cartelletta con tutti i suoi documenti, compresa quella che avrebbe dovuto essere la lettera di addio per me e mia sorella. Mi pregò di avere un atteggiamento normale, mi sgridò quando mi vide piangere. La mattina della sua partenza io andai in ufficio come niente fosse e cercai di lavorare senza far trasparire nulla». Per tutto il giorno Paola non riuscì a parlare. «Solo verso sera mi decisi a dare mio papà e mia sorella i numeri di telefono dove avrebbero potuto avere notizie di mia madre». Adesso Paola non sembra pentita. «Io ho agito sempre con l´unico obiettivo di soddisfare le esigenze e le pressanti richieste di mia madre». E neppure sapeva che quello che stava facendo era illegale, dalla Svizzera assicuravano la legittimità della cosa. Ma le leggi italiane sono diverse, almeno per il momento. E questa mattina - un mese prima che il comitato per la bioetica chieda al parlamento di legiferare in materia - un giudice dovrà applicarle. |
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