| Lo «stato medico» è una minaccia? «Trattamento coatto, principio pericoloso». Parla il filosofo Giulio Giorello GIORGIO SALVETTI Esiste il diritto alla salute, ma esiste anche il dovere di farsi curare per forza? Ogni volta che si parla di trattamento sanitario obbligatorio per persone capaci di intendere e di volere si ripropongono schemi coercitivi della sovranità del consumatore, o se preferite, della libertà della persona. Non si tratta di principi poi così nuovi, basta ripensare al liberalismo di Adam Smith per esempio, o più in generale alle basi di qualsiasi società aperta e democratica. Nessuno può erigersi a giudice della salute fisica, morale e spirituale altrui. Altrimenti sarebbe l'inizio di uno stato medico che mi pare anche peggiore di uno stato etico. Lo stato etico pretende di liberare a forza il mondo dai vizi, lo stato medico crede addirittura di poterci liberare per decreto e obbligatoriamente dalle malattie. Uno stato dove bisogna star bene, e star bene per forza, di fronte al quale non siamo più cittadini ma sudditi. Ma esiste anche il dovere giuridico della cura e il potere scientifico e tecnologico di curare... Si può parlare di dovere di cura solo quando ce ne sia la richiesta del diretto interessato, ovvero del malato, o più in generale, ogni volta che un cliente chiede di soddisfare un bisogno per il proprio corpo e ce ne sono i mezzi tecnici. In questo senso mi sono espresso a favore della procreazione assistita e della libertà di procreare delle donne, anche avvalendosi delle tecnologie disponibili al di là di ogni coercizione giuridica, tanto più se fondata su principi non laici. Nel caso di questa donna, posso non condividerne la volontà di lasciar perdere le cure. Chi le è vicino può tentare di ragionare, informare, convincere, ma certo non può in alcun modo obbligarla a fare ciò che non vuole. E la sua scelta finale va comunque rispettata. Eppure c'è addirittura chi vorrebbe rifarsi alle leggi e parla di una scelta illegale che non può essere permessa. Le leggi sono arretrate, o meglio, vecchie. Quando sono state scritte non potevano tenere conto del livello raggiunto dalla medicina attuale. In un caso come questo è del tutto inutile andare a ripescare il cavillo legale, e più in generale meno lo stato legifera su ciò che riguarda la felicità, o più modestamente la salute, meglio è. Né lo stato né la chiesa devono impicciarsi della mia vita e della mia morte. Che preti, medici e politici agiscano solo quando sono chiamati: come un servizio. Ci vuole uno stato efficiente, non prepotente. Anche se, ultimamente, la prepotenza si annida anche nei posti più impensati. In che senso? Mi pare che ci sia chi dà prova di una mentalità totalitaria, e non solo a destra. Cianciano contro il totalitarismo sovietico e poi invocano provvedimenti addirittura contrari ai principi liberali. Pensiamo solo alla procreazione assistita, sarebbe una farsa se non fosse giocata sulla pelle delle persone che soffrono. Non c'è una prepotenza anche da parte dei media, che spesso entrano nel merito di una tragedia personale sfruttando la voglia del pubblico di parlare in modo mediato, per esempio del tabù della morte? In questo caso credo che la gente sia interessata a una vicenda che un giorno potrebbe capitare a tutti. Perciò è bene parlarne pur nel massimo rispetto per una persona che soffre, non certo per farne un caso umano, un paradigma generale e tanto meno uno spettacolo. Io stesso ero restio a parlarne, la ragione per cui ho risposto è una sola. Quale? Ribadire che quando si comincia con i trattamenti medici coatti non si sa più dove si va a finire. |
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