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Eutanasia, un'altra «eccezione francese»?
di MAURICE T. MASCHINO*
«All'inizio, quando mia madre, colpita dall'Alzheimer, era ancora lucida - racconta Diane, un'insegnante - non faceva che ripetere a tutti che voleva morire. Un giorno, mi ha detto: "Di chi è la mia vita? Che problema avrebbero a darmi una caramella e a farmi dormire?Glielo dirai quando non ci starò più con la testa?"». Oggi - quattro anni dopo - Diane lo dice, lo ripete, ma nessuno l'ascolta. Nessuno vuole ascoltarla. Il personale si accontenta, secondo un'espressione in voga, di «accompagnare»: «Sorvegliamo le piaghe da decubito, somministriamo un antibiotico al minimo aumento della temperatura, anche senza diagnosi - aspettiamo che il paziente muoia». La madre di Diane, quasi completamente incosciente, non riconosce più sua figlia. In fleboclisi costante, giace sul letto in mezzo ad altri allettati come lei, che nessuno viene a trovare e che, se ancora sono in grado di farlo, implorano di essere liberati. «Ma i medici rifiutano di accelerare la sua fine, col pretesto che può vivere ancora a lungo».Vecchi in stato di incoscienza e condannati a un termine più o meno breve, che assistono ogni giorno alla propria decadenza insopportabile; tetraplegici e portatori di handicap gravi che non ne possono più di soffrire e reclamano un gesto liberatorio; persone in coma irreversibile, tenuti in vita per decenni; malati di cancro terminali che vogliono farla finita..., è lunga la lista di quelli a cui, in Francia, si nega il diritto di morire con dignità. Certo, dopo l'emozione provocata dall'eutanasia del giovane Vincent Humbert - un tetraplegico che dovette attendere tre anni perché un medico compassionevole mettesse fine al suo calvario - , il governo ha promulgato, il 12 aprile 2005, una legge sui «diritti dei malati in fin di vita». «L'opinione pubblica si è commossa a tal punto [per il caso Humbert] che il potere ha cercato di convincerla che avrebbe riflettuto seriamente sulla fine della vita. Ma era una spacconata!», afferma Henriette Martinez, deputata dell'Unione per un movimento popolare (Ump) e membro dell'Associazione per il diritto di morire nella dignità (Admd). «Tutto è già stato "riflettuto"(penso a tutti i testi pubblicati da vent'anni) - tutto, salvo il diritto di un paziente di chiedere di morire ed essere ascoltato. Non restava che una questione in sospeso: l'eutanasia. O, come preferisco dire, l'aiuto alla liberazione in fin di vita. E quella, nessuno ha voluto porla. È stata messa da parte. D'altro canto, nessun responsabile politico era favorevole. Ne ho parlato a Raffarin, a Mattei [ministro della sanità dal 2002 al 2004], a Chirac, hanno rifiutato tutti». Non si può negare che, sul piano del diritto e dell'etica, l'eutanasia pone problemi seri. A quali condizioni si può praticarla? Basta che un malato dichiari di voler morire per fargli un'iniezione letale? E chi decide se un incurabile è ridotto allo stato vegetativo? C'è chi, per ragioni religiose o filosofiche, rifiuta di accelerare la morte. In primo luogo, le grandi religioni del Libro. La posizione della Chiesa cattolica, al riguardo, è ferma, ricordava nell'ottobre 2003 Jean-Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux e presidente della Conferenza episcopale francese: «Il valore del divieto di uccidere rimane fondante. Il Consiglio permanente dei vescovi di Francia lo riaffermava nel 1991: "L'uomo non deve provocare deliberatamente la morte del suo simile; esula dal suo potere. 'Tu non ucciderai' (XX, 13) resta un'esigenza morale ineluttabile, e per il credente, un comandamento di Dio. L'accettazione, anzi di più, la legittimazione dell'eutanasia non sarebbe un progresso ma una grave regressione per la nostra società" (1)» Ricard dava invece il suo assenso a «una cura ragionevole e umana che non implichi in alcun modo l'obbligo di mantenere la vita a ogni prezzo» - una presa di distanza dall'accanimento terapeutico. Posizione simile, quella dell'islam che proibisce giuridicamente l'eutanasia attiva: nei confronti del maziente, il medico non può essere più clemente di Dio, che gli ha dato la vita e che gliela riprende quando vuole. L'unica cosa permessa è quella di lasciare morire il malato naturalmente. Altre obiezioni meritano attenzione. Il divieto di dare intenzionalmente la morte è alla base di ogni relazione sociale e mette l'accento sulla nostra fondamentale uguaglianza. La relazione di fiducia che deve regnare tra medico e paziente non verrebbe intaccata se il primo avesse il potere legale di mettere fine alla vita del secondo? E che dire dei timori molto diversi che riguardano la frequente interferenza tra il concetto di sofferenza per il paziente e quella di chi gli sta vicino, l'interesse dei membri della famiglia per ottenere in fretta un'eredità o addirittura la progressiva accettazione di un'eugenetica mascherata, per non citare che i più frequenti? Questioni reali, certo, ma che, ostinandosi a non esplicitarle pubblicamente, facendo in modo che l'eutanasia resti un tabù, i politici lasceranno all'arbitrio dei medici, condannati - se rispondono alla domanda d'un malato - a una clandestinità pericolosa e malsana. In questo senso, più che rappresentare un'apertura, la legge del 12 aprile chiude tutte le porte, esclude dal novero delle possibilità la morte volontaria e fa del medico il solo gestore dell'interruzione della vita. Rinforza il suo potere, dal momento che egli deve «far di tutto», se un paziente rifiuta un trattamento, per dissuaderlo e «convincerlo ad accettare le cure indispensabili». Se il paziente si ostina, egli può «ricorrere a un altro membro del corpo medico». In altre parole, se si «riconosce» al paziente un diritto che aveva già, si fa di tutto perché non l'eserciti. Laddove prima non c'era che una serratura, la legge ne aggiunge una seconda. Se il malato ha sempre il diritto - teorico - di rifiutare un trattamento, gli è ormai sempre più difficile farlo: gli tocca convincere due medici che la sua decisione è irrevocabile. E, se i sanitari rispettano la sua volontà e interrompono il trattamento, «sono tenuti a prescrivere cure palliative» (articolo 6). Quelle liste, in rianimazione... «È un'illusione! - continua Martinez. I servizi di cure palliative sono quasi inesistenti. Ventitré dei trentuno Chu [centri universitari ospedalieri] ne sono sprovvisti, undici dipartimenti non dispongono di alcuna unità mobile». In tutto il Vaucluse, per esempio, precisa il dottor Bernard Senet, «ci sono solo quattro letti a Vaison-la-Romaine e quattro a L'Isle-sur-la-Sorgue. Ossia otto letti per seicentomila abitanti». In totale, nell'insieme del paese, solo un paziente su trenta usufruisce di cure palliative. «Ma quali cure!», s'indigna Martinez. Senza macchine. Senza ossigeno. Senza ventilazione. «l'unica possibilità che viene offerta [al paziente] è morire d'inedia a poco a poco, durante le quattro settimane, anche più, della [sua] agonia. E con l'unico risultato - osserva il senatore François Autain - di permettere al medico e all'intera società di evitare la responsabilità di averlo ucciso (2) ». Condannando i malati a una morte lenta, lasciandoli morire pretendendo di non farlo - il distinguo non ha niente d'«ipocrita», ritiene, per parte sua, Philippe Douste-Blazy, allora ministro della solidarietà (3) - , la legge del 12 aprile 2005 istituisce, senza dirlo, l'eutanasia passiva - rifiuto o arresto d'un trattamento necessario al mantenimento della vita - e l'eutanasia indiretta - somministrazione di analgesici la cui conseguenza indiretta e non cercata è la morte. «Le eutanasie indirette e passive - prosegue il senatore Michel Dreyfus-Schmidt - sono totalmente legalizzate da questo testo (4)». Benché proibita e considerata un omicidio premeditato, l'eutanasia attiva, che consiste nel dare volontariamente la morte a un paziente, viene tuttavia praticata nella maggioranza degli ospedali dell'Esagono. Discretamente, clandestinamente, per paura di denunce, ma costantemente: «Si pratica (...) più spesso senza trasparenza e senza il parere del paziente o dell'ambiente familiare - scrive il dottor Jean Leonetti. La morte dolce (...) si ordina in maniera più o meno cifrata. "Non voglio più vedere questo malato dopo il fine settimana", "Fare un cocktail Dpl" [Dolosal-Phenergan-Largactil], "Occorre una flebo" (5)». Secondo il dottor Jean-Marie Gomas, che cita Leonetti,«attualmente, tutte le settimane negli ospedali della regione parigina, ci sono pazienti che ricevono l'eutanasia senza averlo chiesto». Da un servizio all'altro, i metodi variano: in certi posti si inietta una soluzione letale o una dose di morfina da cui il paziente non si risveglia, in altri si «fa fuori», come dice un medico (si stacca la spina); in altri ancora, si diminuisce fortemente la quantità d'ossigeno che il malato riceve e lo si asfissia dolcemente, o si ritira il respiratore artificiale a una persona anziana per darlo a un giovane incidentato appena portato dai pompieri. «In tutti i servizi di rianimazione - spiega un medico - c'è una lista, si sa a quale malato si deve staccare la spina in caso di assoluta necessità. Per mancanza di mezzi, si uccide... per mancanza di personale - capita spesso che una sola infermiera debba occuparsi di una dozzina di pazienti in fin di vita, che a volte soffrono atrocemente - , si "libera"il servizio dagli agonizzanti più prossimi alla morte... È drammatico, ma tutti i giorni la necessità detta legge». Per mancanza di letti, infine, non di rado si respingono i pazienti: «Il medico gli chiede se vogliono tornare a casa, il più delle volte ne sono entusiasti e accettano. Dopodiché si ritrovano spesso da soli e muoiono. L'ho visto diverse volte - dice il dottor Dominique Delfieu, medico generico a Parigi. Famiglie disorientate, che non vivono col paziente, e il paziente in agonia, che si spegne, nella solitudine più atroce». Secondo un'inchiesta realizzata nel 1996 nella regione di Lione (6), la decisione di praticare l'eutanasia è quasi sempre presa dal medico, senza il parere dell'unità di cura, né della famiglia:«Nel mio servizio ho un'infermiera cattolica integralista - dice un medico. Sia che risponda alla richiesta d'un paziente, sia che decida di abbreviare la vita vegetativa di una persona in coma irreversibile, devo agire nella più grande discrezione.Corro sempre il rischio di essere denunciato e, il più delle volte, per cattive ragioni, che non hanno niente a che vedere con la morale». Per esempio, nell'insieme della Francia, oltre metà delle morti in rianimazione è dovuto a un'eutanasia detta passiva (con sospensione del trattamento, seguita da somministrazione di calmanti solo per il 37 % dei pazienti), un quinto è il prodotto di un'eutanasia attiva (iniezione letale), afferma il professor François Lemaire, dirigente del servizio di rianimazione medica dell'ospedale Henri-Mondor à Créteil (7). In altri termini, precisa il senatore Dreyfus-Schmidt, «15.000 persone muoiono ogni anno mediante un'iniezione letale e circa 150.000 a seguito di atti medici che ne hanno accelerato la fine (8)». Come dimostra uno studio realizzato sul territorio nazionale nel 1997-1998 dal dottor Edouard Ferrand, «l'eutanasia attiva, anziché scomparire, s'è trasformata in una serie di pratiche quasi impossibili da rivelare, che consistono nell'iniettare medicine abituali in sovradosaggio, per mascherare di aver praticato l'eutanasia dietro l'apparente prescrizione di un analgesico (9)». «Siamo in piena ipocrisia - dichiara il dottor R., rianimatore in un grande ospedale parigino. Tutti sanno cosa succede nei servizi, in rianimazione, in geriatria, in neurologia, specialmente, ma nessuno lo vuole sapere. Nessun grande "luminare", come fece un tempo il prof. Leon Schwartzenberg, denuncia l'ipocrisia di gran parte del corpo medico e la vigliaccheria dei politici, nessun "mandarino" rivendica la legalizzazione dell'eutanasia. Il consiglio dell'ordine si limita, come d'abitudine, ad assumere le posizioni più retrograde, e molti medici di base, ospedalieri o privati, rifiutano di aiutare un paziente a morire». Gli uni per paura di sanzioni, la maggior parte perché, «concepiti» per curare - «Tu non ucciderai!» - , è prigioniera, secondo il dottor G. T., d'una concezione dualista, e decisamente irrazionale, della vita e della morte. «La morte non è il contrario, ma il prodotto della vita. È la vita stessa, che vivendo la produce, la sviluppa, in un certo senso la chiama. E quando questa vita si esaurisce, il medico, se la rispetta, deve impedire che si degradi oltremisura: vi mette fine. Perché indignarsi se egli non fa che il suo dovere: trattare il dolore, alleviarlo e, se non può guarirlo, evitare che la vita finisca in una sofferenza inutile e atroce?». Nessuno, infatti, s'indigna - e non lo fa soprattutto l'88% dei francesi, favorevole a una depenalizzazione dell'eutanasia (10) - , eppure chi dovrebbe portare il dibattito sulla scena pubblica preferisce astenersi. Abbiamo chiesto a Lionel Jospin, Jack Lang, François Hollande, Nicolas Sarkozy, Segolène Royal se avrebbero eventualmente inserito la depenalizzazione nel loro programma alla prossima elezione presidenziale, ma non hanno risposto alla nostra domanda. A parte François Fillon, che poco dopo l'«affare» Humbert ha dichiarato a Europe 1 che era tempo di «aprire un dibattito per cambiare la legislazione», la maggioranza dei responsabili politici evita di pronunciarsi. Paura di perdere le elezioni? «Un'elezione si vince con il 50 % dei voti più uno - ricorda il senatore Pierre Biarnès. Perciò, non si rischia». «Sì, gli avversari della depenalizzazione dell'eutanasia sono ancora molto potenti - si rammarica il presidente onorario dell'Admd, Henri Caillavet. Quanti"affari" Vincent Humbert ci vorranno perché infine i francesi abbiano il diritto di morire con dignità?».
note:
* Giornalista, autore di Oubliez les philosophes!, Complexe, Bruxelles, 2001. (1) www.inxl6.org/article1233.php (2) «Rapport sur la mission d'information sur la fin de vie», Assemblea nazionale, Parigi, 2004. (3) «Rapport sur la mission d'information sur la fin de vie», op. cit. (4) Senato, resoconto analitico ufficiale, n. 81, seduta del 12 aprile 2005. (5) Jean Leonetti, Vivre ou laisser mourir, Michalon, Parigi, 2005. (6) «Le problème de l'euthanasie à l'hôpital», dossier de l'Admd, www.admd.net/dossier (7) Le Monde, 4 marzo 2000. (8) Senato, op. cit. (9) Cfr. www.admd.net/dossier1 (10) «Les Français et la mort volontaire », sondaggio Sofres, marzo 2001. Un sondaggio del 2002 dà gli stessi risultati: l'88% dei francesi è favorevole alla legalizzazione dell'eutanasia. (Traduzione di E. G.) |
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