Articolo da "La Repubblica " del 3 gennaio 2006


L´accusa chiede il proscioglimento della madre che scrisse a Chirac: metter fine alla sofferenza è un diritto
"Eutanasia, assolvete quella donna"
Francia, con il medico aiutò il figlio a morire. Il pm: ragioni etiche

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
giampiero martinotti
PARIGI - Il volto umano della giustizia ha trovato ieri il suo rappresentante in Gérald Lesigne, pubblico ministero al tribunale di Boulogne-sur-Mer, nel nord della Francia. Con un gesto sperato da tutto il paese, ha chiesto il proscioglimento della madre che aveva praticato l´eutanasia su suo figlio e del medico che l´aveva aiutata. Una storia che nel settembre 2003 aveva commosso l´opinione pubblica e riaperto il dibattito sull´eutanasia. Spetta al giudice istruttore prendere la decisione finale, ma la richiesta del pm apre la strada ad una soluzione assolutoria. Secondo il magistrato, gli elementi morali depongono a favore di questa scelta.

Il caso di Vincent Humbert è stato spesso alla ribalta delle cronache. Il 24 settembre 2000, il ragazzo, 19 anni, è vittima di un incidente stradale che lo rende tetraplegico, muto e quasi cieco, ma dopo nove mesi di coma si sveglia ed è lucido. La madre riesce a comunicare con lui utilizzando l´unico organo capace di esprimersi: il pollice destro. La donna snocciola le lettere dell´alfabeto, Vincent la blocca con il dito su quella che vuole utilizzare. Si formano così le parole e i pensieri. Ma i medici non lasciano speranze: il ragazzo non potrà fare progressi, con il rischio di vivere in quello stato fino a ottanta anni. Un´idea insopportabile per il giovane, che nel dicembre 2002 scrive a Jacques Chirac: «Lei ha il diritto di graziare e io le chiedo il diritto di morire». Il capo dello Stato si commuove, riceve la madre all´Eliseo, ma non può autorizzare l´eutanasia.

Il ragazzo non demorde. Scrive un libro per descrivere la sua «vita di merda», la madre dice in televisione di essere pronta a uccidere il figlio come estremo gesto d´amore. Il 24 settembre del 2003, tre anni dopo l´incidente, Marie Humbert introduce nella flebo del figlio un barbiturico, provocando un coma profondo. Due giorni dopo, Frédéric Chaussoy, primario del reparto di rianimazione, stacca la macchina che tiene in vita il giovane, poi, quando si accorge che il poveretto soffoca lentamente, gli pratica un´iniezione letale per evitargli un´inutile sofferenza. Una scelta che il primario ha sempre rivendicato («ho il dovere di aiutare i pazienti») e che l´Ordine dei medici ha avallato. Ciò nonostante, Chaussoy è sotto inchiesta per il reato di «avvelenamento premeditato», per il quale è previsto l´ergastolo (la madre rischia fino a cinque anni).

Ieri, il pubblico ministero ha chiesto il proscioglimento dei due e ha spiegato di averlo fatto basandosi «sull´elemento morale dell´infrazione e non sull´elemento materiale e legale». Secondo il procuratore della Repubblica, «le condizioni non erano quelle della serenità. Si può considerare che una costrizione si è esercitata in questa vicenda». Per quanto riguarda il medico, la legge sull´accanimento terapeutico gli dava il diritto di staccare il respiratore artificiale, non di praticare un´iniezione, ma il contesto «era particolare e il medico subiva la pressione della famiglia e del grande dibattito mediatico». Quanto alla madre, era condizionata dal figlio, «di cui era diventata il portavoce nel senso pubblico del termine e aveva così perso molta della sua autonomia».

Marie Humbert e il dottor Chaussoy hanno subito espresso il loro sollievo, ma la donna ha espresso un disappunto: un dibattimento pubblico avrebbe permesso di riportare di fronte all´opinione pubblica il tema della legalizzazione dell´eutanasia. Ora il parlamento ha votato una legge che permette di «lasciar morire», ma continua a vietare l´eutanasia attiva.