Eluana, il no dei giudici al padre "Non si può staccare la spina"
La Corte d´appello: impossibile distinguere tra vite degne e non degne
La donna è ridotta in stato vegetativo da quindici anni "Ma non è ancora clinicamente morta"
PIERO COLAPRICO
MILANO - «Eluana si trova in una zona "grigia"». E là è condannata a stare. La sua alimentazione forzata non può essere interrotta, la legge non può prendere in considerazione alcuna soluzione alla Terry Schiavo per la giovane donna di Lecco, che è in stato vegetativo permanente da 15 anni. Questa, in estrema sintesi, la decisione della Corte d´appello di Milano, depositata ieri mattina.
«Più vado avanti, più mi rendo conto - protesta Beppino Englaro, papà a curatore di Eluana - che se entri in questi meccanismi non ne esci più. Le cartelle cliniche sono perfette, anche le cartelle giuridiche sono perfette, ma la sostanza dei fatti è altamente imperfetta e non cambia». Non trova più le parole, quest´uomo che resiste in nome della figlia: «Da una parte voglio chiamarmi fuori da queste logiche, vorrei dire che non faccio più parte di questo tipo di società che non tiene conto dei diritti fondamentali dell´uomo. Dall´altra spero che, piccolo passo dopo piccolo passo, si vada avanti, sino alla Corte costituzionale. Lo stato vegetativo permanente in natura non esiste, è un prodotto della scienza medica, ma siamo condannati a questa prigione. Che mi resta da fare?».
La Corte d´appello di Milano, presieduta da Anna Maria Paganoni, con Ines Marini e Patrizia Lo Cascio consiglieri, grazie alle udienze è entrata nel merito della questione. E ha dichiarato - contrariamente a tutte le altre volte - che il ricorso degli Englaro e dei loro legali era «ammissibile», anche perché puntava a stabilire che sia l´autorità giudiziaria a disporre l´interruzione delle cure. Ma questa piccola vittoria è stata stroncata dal resto del ragionamento: «La morte si ha con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell´encefalo», mentre, in questo caso, quando c´è lo stato vegetativo permanente, si è di fronte, puntualizzano i giudici, a un «soggetto che ventila, in cui gli occhi possono rimanere aperti, le pupille reagiscono, i riflessi del tronco e spinali persistono, ma non vi è alcun segno di attività psichica e di partecipazione all´ambiente».
Che fare, dunque? Per la prima volta erano state ascoltate in udienza a porte chiuse le amiche e le compagne di scuola di Eluana, tutte d´accordo nel ricordare che Eluana non avrebbe voluto quel tipo di vita e l´aveva detto in varie occasioni. E per la settima volta i giudici affrontavano la colossale questione: possono essere sospese le cure a una persona che non è capace di intendere e volere? È o non è accanimento terapeutico nutrire con il sondino un essere umano per quindici anni? Si può smettere di nutrire una persona che non voleva le cure, come accadde negli Stati Uniti per Terry Schiavo?
Sono domande cruciali, che la politica continua a non voler affrontare, come accade anche per la richiesta di Piergiorgio Welby, il quale rifiuta le cure. Domande difficili, che la magistratura risolve in base alle leggi in vigore. E altri gradini da superare per gli avvocati Vittorio Angiolini e Riccardo Maia, che difendono Englaro a Milano e le scelte della famiglia Welby a Roma. Perché per i giudici milanesi oltrepassare la porta della «zona grigia» è impossibile: «La sospensione delle cure - stabiliscono i giudici - condurrebbe l´incapace a morte certa nel volgere di pochi giorni. In sostanza equivarrebbe a un´eutanasia indiretta omissiva».
La risposta da dare è un secco no. Infatti, «la corte, come ha correttamente sottolineato il primo giudice, non ha alcuna possibilità di accedere a distinzioni tra vite degne e non degne di essere vissute, dovendo fare riferimento al bene vita costituzionalmente garantito». Anche se, come hanno scritto i genitori ieri in una lettera aperta, la loro lotta cerca di esaudire «non solo un desiderio di nostra figlia, ma anche un preciso diritto alla morte... Ma a noi genitori - si legge ancora - non è mai stato possibile dare un senso a tutto quello che siamo stati costretti ad ascoltare dai medici e a leggere nelle sentenze dei magistrati».